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Un’Africa senza memoria storica nei nuovi programmi scolastici: una distorsione ideologica pericolosa

Solo l’Occidente conosce la storia. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia”. No, non è il delirio di un oligarca nostalgico né l’editoriale di qualche noto opinionista accecato dalla gloria dell’Occidente. È l’incipit del paragrafo dedicato alla storia nelle Nuove indicazioni per la scuola dell’infanzia e il primo ciclo di istruzione 2025, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione italiano. Il testo è stato riportato a suo tempo da quasi tutta la stampa italiana.

Ma c’è un passaggio, tra le righe di quel documento ministeriale, che lascia davvero senza parole. Si tratta di un’impostazione che, neanche a dirlo, ripropone una visione marcatamente etnocentrica, quella in cui l’Occidente viene celebrato come unico protagonista legittimo della storia e custode indiscusso dell’esperienza democratica.

Già, perché quando si arriva a scrivere – nero su bianco – che “solo l’Occidente conosce la storia”, il messaggio è chiaro: tutto il resto del mondo, dalle civiltà millenarie dalla Persia alla Cina, fino all’universo storico del continente africano, viene liquidato come una parentesi secondaria. Come se si trattasse di esperienze vagamente simili alla storia… ma non proprio. E così, ancora una volta, la narrazione si piega su se stessa, ignorando interi continenti e riducendo la complessità del passato a un racconto a senso unico.

L’Africa, che oggi ospita il più grande bacino giovanile del pianeta, con circa 400 milioni di ragazzi e ragazze tra i 15 e i 24 anni (il 70% della popolazione africana ha meno di 25 anni), viene ancora una volta trattata come priva di una memoria storica degna di questo nome. Se simili affermazioni venissero pronunciate in un bar all’ora dell’aperitivo, si potrebbero anche tollerare. Ma che diventino linee guida ufficiali di un paese che si definisce civile è semplicemente inaccettabile. Come se il concetto stesso di partecipazione e governo condiviso fosse nato tra Atene e Washington, e il resto del mondo non avesse mai avuto nulla di simile.

Peccato però che la realtà sia ben più articolata. Nelson Mandela, ad esempio, ce lo racconta con grande chiarezza nella sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà. Da ragazzo, ricorda, rimase profondamente colpito dal modo in cui si svolgevano i dibattiti nel suo villaggio: ognuno aveva diritto di parola, nessuno veniva escluso. Un’esperienza di democrazia viva, diretta, comunitaria. Ben prima dell’arrivo degli europei con la loro “democrazia”.

Già nel 1940, due autorevoli antropologi come Meyer Fortes ed Edward E. Evans-Pritchard, nella loro opera African Political Systems, scrivevano che le strutture politiche tradizionali africane si basavano sul principio del consenso. Re e capi, insomma, non governavano da soli, ma in accordo con la volontà collettiva.

Non sempre la democrazia ha avuto bisogno di palazzi, urne e costituzioni. In molti villaggi africani, ancora oggi, le decisioni collettive non si prendono a colpi di maggioranza, ma si costruiscono lentamente, con pazienza, finché non si raggiunge l’unanimità. Un modello antico, profondamente radicato nella vita comunitaria, dove contano l’ascolto, il confronto, il tempo del dialogo.

E non si tratta di eccezioni folkloristiche. In numerosi regni tradizionali del continente, prima ancora che le potenze coloniali imponessero i loro codici istituzionali, esistevano strutture precise per limitare il potere del sovrano. I capi non regnavano incontrastati: potevano essere consigliati, corretti, e in alcuni casi persino rimossi o messi sotto processo dalla stessa comunità che li aveva elevati.

Alla luce di tutto questo, dare indicazioni oggi per insegnare la storia africana come se fosse priva di una propria tradizione politica – come se la democrazia fosse un brevetto occidentale – non è solo un errore scolastico. È una distorsione ideologica pericolosa. Vogliamo davvero formare le nuove generazioni su basi così sbilanciate, così cieche alla complessità del passato globale?

L'articolo Un’Africa senza memoria storica nei nuovi programmi scolastici: una distorsione ideologica pericolosa proviene da Il Fatto Quotidiano.

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