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Non cadiamo nella depressione collettiva: fermiamo le élite neoliberali prima del baratro

di Sara Gandini e Paolo Bartolini

La scarsa affluenza alle urne per il referendum solleva un quesito politico ed esistenziale di enorme portata. Sappiamo tutti che le nostre sono ormai democrazie senili, piene di contraddizioni, nelle mani di oligarchie che orientano l’opinione pubblica e la svuotano di ogni slancio solidale. Il mito dell’uomo forte, che risolve tutto, è sempre dietro l’angolo quando, invece di disertare le logiche del sistema, si disertano i pochi spazi rimasti di partecipazione ed espressione. La sfiducia e il sospetto nei confronti di partiti e sindacati (soprattutto quelli che avrebbero dovuto rappresentare negli anni le istanze delle classi subalterne) hanno rotto da tempo ogni argine.

Eppure il risultato di questa depressione collettiva – che poi si capovolge in rissosa verbosità sui social, non sortendo alcun effetto tangibile – è solo quello di lasciare al potere pieno arbitrio sulle nostre vite. Nell’area cosiddetta del dissenso, che pure aveva sviluppato critiche preziose durante il caos pandemico, in troppi si sono ritirati sull’Aventino virtuale delle diatribe online, credendo forse che la “massa critica” si costruisca davanti a uno schermo. Taluni non si sono nemmeno preoccupati di abbracciare l’opzione astensionista come un La Russa qualunque. La sconfitta, diciamolo, è profonda e cocente, ma non bisogna cadere nella rassegnazione, nelle maledizioni incrociate, nel ripiegamento apolitico.

La tempesta è in corso, l’imbarcazione è fragile, la rotta a molti non è chiara. L’unico modo per evitare il naufragio è… desiderare la vita, non acconsentire alla rovina. Perché, se ci fermiamo un momento a riflettere e a sentire, ci accorgiamo che il quadro storico è tutt’altro che fumoso (anche se, indubbiamente, è molto complesso). Le élite neoliberali – liberal-progressiste e fascioliberiste – ci stanno portando in guerra. Il futuro è quello che pensa gli umani solo come ingranaggi di un’economia bellica al servizio delle industrie di armi e della grande finanza (quella che si offrirà gentilmente di assicurarci sulla vita e per la salute mentre i servizi pubblici e gratuiti vengono razziati dai privati e lasciati a una progressiva decomposizione).

A fianco di questo, ovviamente, permane la retorica consumistica che invita a “godere” di un’esistenza ridotta sempre più a una congerie di piaceri tossici e quantificabili. Perdere la bussola, oggi, significa lasciar fare ai padroni, ma anche avvelenare i cuori con la disperazione.

Il grande poeta Holderlin ci ha insegnato che “là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”. Vogliamo crederci e, per questo, ricordiamo la manifestazione del 21 giugno indetta da Stop ReArm Europe contro il genocidio, il riarmo e le politiche autoritarie europee che – con l’invenzione surreale di una prossima invasione russa – stanno tentando il lavaggio del cervello dei popoli del continente. Se è vero che il risultato referendario non è affatto incoraggiante, lo è anche il fatto che ne va della nostra vita. La guerra è in corso di preparazione (lo sa bene la Germania che investe miliardi di euro per costruire bunker e armarsi fino ai denti) e ci travolgerà tutti se non impareremo a unire le forze e le nostre intelligenze. Chiunque abbia intravisto, a partite dal 2020, la torsione autoritaria del neoliberalismo euroatlantico, è chiamato oggi a collegare i puntini e a mobilitarsi (sul piano culturale, educativo, politico, esistenziale) per fermare la corsa verso il baratro.

Ci riusciremo solo andando oltre l’individualismo e l’incomunicabilità che hanno portato, purtroppo, alla débâcle dell’8/9 giugno e, negli anni scorsi, a fratture insensate e nocive nel campo di coloro che si dicono antiliberisti ma non riescono a dare un corpo e un’anima al generico malessere che attraversa da alcuni decenni la nostra società.

L'articolo Non cadiamo nella depressione collettiva: fermiamo le élite neoliberali prima del baratro proviene da Il Fatto Quotidiano.

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