Buon compleanno Rossana Bossaglia, storica dell’arte che voleva fare l’attrice
La sigaretta che pende dalle labbra, un velo di rossetto, la posa da femme fatale. E’ il 1949 e Rossana Bossaglia ha da poco discusso la tesi in Storia dell’arte all’Università di Pavia con Wart Arslan. Nel cassetto però custodisce gelosamente un traguardo per lei più importante: il diploma in recitazione all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Per colei che in seguito verrà soprannominata La signora del liberty la storia dell’arte è in realtà una seconda scelta. Diventa una scelta obbligata quando, nei primi anni ’50, al primo concorso per speaker della Rai arriva in finalissima ma si piazza seconda. E’ un segno.
Di questa “altra” vita di una delle storiche dell’arte più apprezzate racconta ora Susanna Zatti in un libricino che viene dato alle stampe in occasione del centesimo anniversario (che cade oggi) della nascita di Rossana Bossaglia, di cui è stata allieva e amica. Una manciata di pagine per ricordare la caleidoscopica curiosità del personaggio ma anche il suo legame con Pavia dove ha vissuto dai tempi del liceo Foscolo (il ginnasio frequentato a Tripoli) all’età adulta. La presentazione il giorno del suo compleanno, alle 18, alla libreria Cardano di Pavia (anche editrice). Quello di Susanna Zatti è un ricordo inedito, «che sentivo esserle dovuto» dice, e che svela il ruolo in cui la studiosa nata nel 1925 a Belluno - dove il padre Mario era ufficiale dell’esercito - avrebbe preferito in realtà calarsi: quello di attrice, cantante, ballerina di boogie woogie, impegnata rappresentante di Italia Nostra.
«E’ stata anche una battagliera animalista – ricorda Zatti – Se il grande gatto rosso era il vero padrone della sua casa, tanti di noi ricordano il pipistrello ospitato nello studio in università finché quello non decise di trasmigrare altrove. E ben conosciamo la predilezione per le civette, uccello sacro a Minerva, che aveva cantato per tutta la notte della sua nascita: non malaugurio ma un chiaro buon auspicio». Era vegetariana, non indossava abiti e accessori in pelle o cuoio e aveva devoluto alla LAV il risarcimento della causa per diffamazione intentata e vinta contro Vittorio Sgarbi.
Ma è il palcoscenico il luogo sul quale amava salire. «Sul mio talento di attrice non nutro il minimo dubbio, accetto qualunque sfida, a parità di condizioni – affermava – Recitare è per me una pratica corroborante e liberatoria, proprio perché si tratta di un’attività dove il massimo di sfrenatezza e di esibizionismo si associa al massimo di pudore, l’attore calzando una maschera, quando pure interpreta se stesso».
Nelle sue memorie, Un’autobiografia (forse) , gli anni pavesi del liceo e dell’Università, emergono come «i più entusiasmanti e arricchenti». «Sono gli anni delle gite in bici, lungo il Ticino, alla spiaggia del Chiozzo, alla Certosa – spiega Zatti – rievocate per simboleggiare la grande energia vitale e il completo raggiungimento di una felicità anche fisica (“io pedalavo e sentivo la giovinezza dentro le gambe come una forza e una gioia. Pedalavo e dicevo: “Che bello essere giovani e correre”); sono anche quelli delle esperienze condivise con i compagni di scuola “spiritosi, divertenti”, e con gli amici che sarebbero rimasti tali per sempre: Gingio (Rognoni), Dante (Zanetti), Clelia (Fiocchi), Ugo (Reitano)». Ricordi, nomi, eventi, date (e amori) che Bossaglia annotava con scrupolo nei taccuini (centinaia) per soddisfare il suo puntiglio alla catalogazione. Avrebbe voluto donarli al Fondo Manoscritti dell’Università. L’aveva promesso a Maria Corti. Ma non se ne fece nulla. —
Difesa del patrimonio artistico, una “lezione” del 1972 ancora valida
di Gianpaolo Angelini, docente museologia e critica del restauro dell’università di Pavia
Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Rossana Bossaglia (1925-2013), storica e critica delle arti, docente per molti anni presso l’Università di Pavia. Il suo nome è legato soprattutto agli studi pionieristici sull’Art Nouveau italiano, il Liberty, ma anche per le ricerche davvero monumentali sulla scultura della Certosa di Pavia e del Duomo di Milano, dove si era trovata a spaziare dal Gotico sino al Novecento. A lei si devono inoltre numerose mostre ed esposizioni, da quella sul Liberty alla Permanente di Milano del 1972-1973 a quella grandiosa sul Settecento lombardo a Palazzo Reale, sempre a Milano, del 1991.
In molte occasioni allievi ed amici hanno ricordato il suo carattere battagliero, la sua voce sempre sferzante, l’ironia pungente, l’estro quasi performativo, che era memore dei suoi studi teatrali. Ma non solo, una curiosità quasi irrefrenabile l’aveva indirizzata su temi di ricerca fino ad allora trascurati, come le arti decorative, o verso territori ancora non pienamente sondati.
Le ricognizioni sul territorio affiancavano le luci della ribalta delle gallerie d’arte e delle case dei collezionisti, che Bossaglia era solita frequentare, ed avevano dato l’avvio ad opere editoriali di grande impegno, come I pittori bergamaschi, pubblicati sotto la sua direzione per i volumi dal Settecento in poi; oppure ancora gli atti dei convegni dedicati alle città termali ed al Neogotico tra ’800 e ’900. Un aspetto forse poco noto della poliedrica esperienza personale e professionale di Rossana Bossaglia riguarda invece il suo impegno in favore della tutela e della difesa del patrimonio storico-artistico e monumentale, a sostegno di Italia Nostra, la più antica associazione ambientalista italiana.
Si tratta di una militanza maturata negli anni Settanta, un decennio cruciale della nostra storia per tante ragioni e anche per la tutela del patrimonio artistico, poiché allora vennero istituiti a livello centrale il Ministero per i Beni culturali e ambientali e a livello periferico le regioni, che dovevano acquisire molte deleghe proprio sui temi di conservazione e di gestione del patrimonio. Italia Nostra si era subito attivata perché a queste novità istituzionali si accostasse anche una cultura del patrimonio, ovvero una sensibilità verso le testimonianze del passato e la loro difesa che il cittadino ed i suoi rappresentanti potessero opporre ad istanze speculative di vario genere. Ne sortì la pubblicazione, in veste editoriale semplicissima, di una serie di quaderni su temi vari, dall’inquinamento delle acque e dei cieli alla protezione del verde urbano, dai parchi nazionali alle specie in estinzione, dall’urbanistica alla tutela del patrimonio architettonico e ambientale, quaderni a firma di esperti dei vari settori, come Italo Insolera, Antonio Cederna, Fulvio Pratesi, Renato Bazzoni ed altri. In questa impresa Rossana Bossaglia fu coinvolta, assumendosi l’incarico di scrivere quindici sapide pagine dattiloscritte intitolate Crisi del patrimonio artistico italiano. Architettura e complessi ambientali, datate giugno 1972.
Qui Bossaglia partiva dal concetto di bene culturale come era stato definito dalla commissione ministeriale Franceschini nel 1967, ovvero l’insieme di “tutto ciò che costituisce testimonianza materiale avente valore di civiltà”. Quindi passava ad una netta dichiarazione militante contro chi “agendo sull’ambiente come gli conviene – o crede gli convenga – cancella le testimonianze” del proprio passato o del cammino della natura. L’attenzione era posta sui singoli monumenti, ma anche sui loro apparati decorativi e sui loro contesti urbani e ambientali, come ad esempio nelle ville e nei loro giardini.
Bossaglia invocava misure di “manutenzione e prevenzione”, in un ordine di azioni che vedesse convergere la sensibilità dei cittadini (dalla base) e le solerzie delle istituzioni (dall’alto): “Il cittadino forse non sa quanto può con il peso della sua opinione e del suo intervento, in una situazione che vede tanto spesso l’autorità dalla parte della cattiva coscienza”. E ancora: “Non è letterario insistere sul principio che l’educazione del cittadino, la stimolazione del suo senso critico in difesa delle sue stesse condizioni di vita, sono gli unici mezzi che ci consentono di tutelare con efficacia un patrimonio così vasto e complesso”. È chiaro che questa lezione, che si univa ad altre in una stagione eroica della tutela in Italia, negli anni successivi al boom economico (e quindi anche edilizio), debba essere calata nel suo tempo, ma conserva oggi una scottante attualità.
A Pavia leggendo queste parole non si può non andare con il pensiero alle recenti vicende che hanno consentito la costruzione di una palestra che si sul sito del giardino di Palazzo Olevano (oggi istituto scolastico), gioiello settecentesco che Bossaglia ben conosceva. Quello di Palazzo Olevano è un episodio preoccupante che segnala alla attenzione di tutti noi come la grande riflessione sulla conservazione del patrimonio degli ultimi cinquant’anni sia stata non solo dimenticata ma deliberatamente ignorata, come invece non avrebbe dovuto: “L’appello che si fa alla coscienza di tutti non è retorico, perché parte dalla concreta considerazione che la storia è vicenda comune, e soltanto in quanto collettività possiamo sperare di mantenerne vivo il senso e la lezione”.