Quando Tokyo era nei «dintorni» di Ivrea: Olivetti Japan, 300 miliardi di lire di fatturato e 1.300 dipendenti
IVREA. Il 24 gennaio 1990 il Corriere della Sera titolava: “Successo in Giappone. L’Olivetti Japan è la maggiore azienda italiana del Sol Levante. Tokyo, dintorni di Ivrea, 300 miliardi di lire di fatturato e 1300 dipendenti”. La presenza di Olivetti in Giappone, iniziata nel dopoguerra, si era guadagnata un ruolo importante nel mercato nipponico grazie ai suoi terminali intelligenti e ai sistemi capaci di parlare giapponese. «Bisognava trovare anche un partner da cui poter reperire un prodotto che parlasse Kanji», raccontava allora Cesare Monti, direttore marketing della Olivetti Corporation of Japan (OCJ), intervistato dal giornale. Il 29 maggio scorso lo abbiamo ritrovato, insieme a Tonina Scuderi sua referente di sede Ivrea, alla conferenza Gli anni straordinari dell’informatica in Olivetti, organizzata dall’Associazione Spille d’Oro Olivetti nell’ambito degli eventi per gli 80 anni di Confindustria Canavese (atti consultabili su www.nexture.it).
Cesare Monti, quel bambino che a 9 anni aveva costruito una radio ricevente e a 14 anni un intero sistema ricetrasmittente, oggi s’interessa ancora di telecomunicazioni, ma anche di fonti energetiche alternative, di sviluppo di sistemi basati sull’idrogeno e di tutto ciò che è innovazione. Tonina Scuderi, una delle prime laureate in Scienza dell’informazione, in Olivetti lavorò nel Servizio di supporto software e Grandi Clienti e poi nella base commerciale della Divisione Olivetti Hitachi Mainframe.
LA TESTIMONIANZA
Insieme ricordano la loro vicenda lavorativa di successo e questa è la loro testimonianza. «Il recente convegno Gli anni straordinari dell’informatica ha cercato di raccontare quanto l’Olivetti realizzò negli anni dell’evoluzione tecnologica nel mondo dell’informatica e più in generale di tutta quella tecnologia che oggi usiamo quotidianamente e di cui diamo per scontata l’esistenza – spiegano –. Fino agli anni ’70 i computer erano imponenti, consumavano moltissima energia elettrica, producevano calore che doveva essere smaltito in stanzoni con aria condizionata (temperatura 18°), gestiti da personale vestito di bianco che eseguiva operazioni di caricamento di schede perforate e nastri magnetici, con dischi in grossi contenitori a forma di padella e carta piegata a fogli che veniva “mangiata” da una stampante attraverso strisce di buchi sui lati e restituita con sopra scritte le cose che il computer aveva elaborato, o meglio quello che il programmatore aveva detto alla macchina di fare».
CAMBIO OGNI 10 ANNI
«Negli anni ’70 comparvero i mini computer, che richiedevano meno spazio, meno elettricità e funzionavano anche a temperatura ambiente, ma secondo l’inesorabile legge di Gordon Bell, che teorizza che ogni 10 anni (oggi meno) emerge una nuova tecnologia totalmente diversa, agli inizi degli anni ’80 i mini computer divennero più piccoli, con l’avvento dei microprocessori che portarono all’evoluzione verso il personal computer – aggiungono –. Fa sempre piacere ricordare che l’artefice di questo salto fu l’italiano Federico Faggin. La Olivetti fu parte di questa rivoluzione tecnologica non solo con la famosa Programma 101, ma soprattutto con il terminale bancario TC800, che ebbe grande successo in Giappone perché offriva la soluzione migliore per gestire operazioni su postazioni distribuite sul territorio. E destino volle che dal nuovo processore inventato da Faggin, quel genio olivettiano di Giorgio Osnaghi disegnasse il sostituto del TC800; e alla Olivetti Japan fu possibile avere una macchina che soddisfaceva le esigenze del mercato giapponese, parlandone la lingua e mantenendo l’importante cliente Nokjo grazie al cosiddetto Progetto Nokjo, rivelatore di innovazione, investimenti e strategia, portato a termine nei 12 mesi richiesti dal top management di Tokyo e di Ivrea. Ostacoli da superare furono l’impatto con la realtà giapponese e le richieste di funzionalità molto diverse dal disegno di base della L1 Olivetti, come la gestione dell’input dei caratteri giapponesi detti Kanji, che attraverso l’input della pronuncia identifica il carattere Kanji che si vuole utilizzare. Questa tecnologia, ancora in uso, consente di gestire 4000 simboli Kanji senza l’uso di una tastiera impossibile da gestire. Il progetto – concludono – si completò nel 1982, dopo sessioni congiunte di lavoro tra tecnici della Olivetti Japan e progettisti hardware e software di Ivrea, con la creazione di una copia del sistema di sviluppo SW MOS, installata a Tokyo. Ivrea era diventata il baricentro di tecnologie sviluppate nei punti strategici dell’evoluzione tecnologica di quei tempi, Ivrea, Cupertino (Silicon Valley) e Tokyo».
Trasferito con tutta la famiglia a Tokyo, Monti si era adattato rapidamente alla vita locale, operazione non facile per l’impatto con la lingua parlata e la difficoltà di leggere giornali, indicazioni stradali, semplici istruzioni e per il fatto che gli stranieri erano chiamati gaijin, persone diverse. «Agli inizi del 1983 – continuano Monti e Scuderi – tra l’incredulità di tutti, la versione giapponese della Linea 1 con il MOS cominciò a funzionare... Con una forte determinazione e il lavoro creativo di tutte le persone coinvolte nel team quella che sembrava una mission impossibile era stata raggiunta».
Nokjo, la più grande associazione di agricoltori, per collegare e assistere tecnicamente 5.700.000 membri di 4.373 cooperative, in un paese dove l’informatica era già un punto di forza, scelse le soluzioni più avanzate, quelle proposte da Olivetti, che si era dimostrata problem solver, con la capacità di fornire prodotti e programmi, tecnologie e architetture “inventate” per le singole necessità.
VITA GIAPPONESE
Cesare Monti sarebbe dovuto rientrare in Italia dopo un anno; gli chiesero di restare in Giappone per 17 anni, dal 1982 al 1999. Con orgoglio si può dire che, grazie a Olivetti, l’Italia aveva assunto il ruolo di leader dell’informatica europea e che l’odierna potente Ntt data Luweave è la figlia di Olivetti Corporation of Japan.