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Donald Trump rilancia sull’Iran: le prossime mosse degli Stati Uniti e l’ipotesi del regime change

È una svolta significativa quella di cui si è reso protagonista Donald Trump che per la prima volta, ha esplicitamente aperto alla possibilità di un cambio di regime a Teheran. “Non è politicamente corretto usare il termine ‘cambio di regime’, ma se l’attuale regime iraniano non è in grado di rendere l’Iran di nuovo grande, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime??? Miga!”, ha affermato il presidente americano su Truth.

Una dichiarazione, quella di Trump, arrivata dopo che tutti i principali funzionari della sua amministrazione avevano ripetuto che l’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani non fosse finalizzato a un cambio di regime a Teheran. Una prospettiva, quest’ultima, rispetto a cui Trump si era sempre mostrato particolarmente freddo. È vero che nei giorni scorsi aveva fatto capire che l’eventualità non potesse ormai essere del tutto esclusa. Tuttavia, non si era mai mostrato così possibilista come ha fatto ieri con il suo post su Truth. Finora, anzi, il presidente americano non sembrava affatto allineato sul tema a Benjamin Netanyahu, che, al contrario, caldeggia da giorni un cambio di regime a Teheran.

È anche in questo quadro che la base Maga continua a ribollire. Il coinvolgimento militare di Washington contro la Repubblica islamica ha infatti portato alla luce una dialettica piuttosto serrata tra le due anime di questa galassia politica. La prima è l’anima ostile agli interventi militari all’estero, che guarda soprattutto alla tutela della working class e che risulta favorevole ai dazi. La seconda è l’anima più vicina agli apparati di sicurezza nazionale che, pur puntando a ricalibrare la politica estera di Washington sulla base delle risorse disponibili e del cambio di paradigma geopolitico, mira a salvaguardare gli interessi dell’impero statunitense. Se la prima anima, che fa in gran parte capo a JD Vance, era restia a un coinvolgimento militare diretto, la seconda, che trova uno dei suoi principali esponenti in Marco Rubio, era ed è favorevole.

È abbastanza probabile che il mezzo endorsement di Trump al regime change a Teheran possa rinfocolare questa dialettica. È per tale ragione che il presidente americano sta facendo di tutto per mantenere unita la sua base: non solo ha reinterpretato lo slogan “Make America Great Again” in chiave iraniana, ma si è anche fatto ritrarre in foto nella situation room durante l’attacco all’Iran con indosso il classico cappellino rosso “Maga”. Inoltre, ieri, poco prima del post sul cambio di regime, ne aveva scritto un altro in cui enfatizzava l’unità del Partito repubblicano dopo l’operazione militare contro i siti nucleari della Repubblica islamica.  

Al di là delle questioni di politica interna, è interessante domandarsi che cosa abbia spinto Trump a questa svolta sul cambio di regime. Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi. Una prima possibilità è che, nelle scorse ore, la Casa Bianca sia entrata in possesso di informazioni che evidenziano un prossimo collasso dell’attuale sistema di potere iraniano. Se così fosse, la dichiarazione di Trump potrebbe essere intesa come un mettere le mani avanti. In caso, bisognerebbe capire se l’inquilino della Casa Bianca abbia già individuato un governo sostitutivo. Una seconda possibilità è che il presidente americano voglia ulteriormente mettere sotto pressione il regime khomeinista sia per farlo tornare in ginocchio al tavolo dei negoziati sul nucleare sia per dissuaderlo dal chiudere eventualmente lo Stretto di Hormuz, dove passa circa il 20% del petrolio a livello mondiale. Appare invece al momento assai improbabile che il presidente voglia impegnarsi attivamente in un progetto di nation building. La sfida complessiva, per lui, è cercare di evitare un deragliamento dell’attuale crisi mediorientale, che possa gettare la regione nel caos. È su questa scommessa che Trump sta basando la propria azione politico-militare nell’area.

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