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Anni di austerity e ora la spesa per il riarmo diventa una panacea: quanta ipocrisia!

di Matteo Masi

L’aria era densa di preoccupazione e allarmi, tra le tensioni israelo-iraniane e l’apertura del vertice Nato all’Aja. I nostri salotti televisivi, come da copione, si sono riempiti di esperti e opinionisti – spesso le stesse, stanche figure che monopolizzano il dibattito pubblico da decenni – a disquisire sul riarmo. Il mantra è chiaro: Trump e la Nato chiedono di alzare la spesa per la difesa fino al 5% del Pil. E qui arriva il bello, anzi, il tragicomico.

Improvvisamente, come per magia, quella stessa spesa che fino a ieri era considerata un peso morto, un drenaggio di risorse pubbliche, un’entità quasi demoniaca se destinata al welfare o al sostegno del lavoro, si trasforma in una panacea. Sentiamo parlare di “effetti positivi” sull’occupazione, di “nuovi investimenti”, di “infrastrutture strategiche”. Insomma, un vero e proprio keynesismo di guerra. La spesa pubblica, prima tacciata di essere “improduttiva” e “uno spreco”, diventa all’improvviso il motore di una rinascita economica. Una spinta epocale che creerà posti di lavoro, innovazione e prosperità. Ci siamo capiti: un profluvio di benefici che, chissà perché, non abbiamo mai potuto (o dovuto) cogliere quando si parlava di scuola, sanità, servizi pubblici essenziali.

È la solita, stucchevole narrazione che si ripete all’infinito, ma con un cambio di prospettiva che dovrebbe farci riflettere, e parecchio. Per anni ci hanno somministrato a piccole dosi l’amara pillola dell’austerity, dicendoci che non c’erano risorse per assumere medici e infermieri, per ristrutturare scuole fatiscenti, per finanziare politiche del lavoro o per garantire pensioni dignitose. In quei contesti, la spesa pubblica era il nemico, il Male assoluto da combattere con tagli lineari e lacrime e sangue. La retorica dominante era chiara: troppa spesa pubblica uccide l’economia, genera debito, soffoca la crescita.

Ma ecco che, all’orizzonte, si profila la prospettiva di enormi commesse per l’industria bellica, e la musica cambia radicalmente. Le stesse voci che tuonavano contro lo “spreco” nel sociale oggi lodano i “benefici collaterali” del riarmo. La spesa per le armi non è più improduttiva, ma un volano economico in grado di generare occupazione e innovazione. Quasi un’illuminazione improvvisa, una rivelazione divina sui miracolosi poteri della spesa pubblica, purché sia incanalata nella direzione giusta.

La direzione giusta, ovviamente, è quella che intercetta gli interessi delle lobby e delle multinazionali, in questo caso quelle delle armi. Qui non ci sono vincoli di bilancio che tengano, non ci sono spread che salgono, non ci sono ammonimenti dalle istituzioni europee. Tutto è permesso, tutto va giustificato, perché in fondo, si sa, la sicurezza non ha prezzo. Ma la sicurezza, a quanto pare, non ha prezzo solo quando si traduce in miliardi per chi produce carri armati e missili.

Quando invece la spesa potrebbe andare a beneficio del popolo, creando posti di lavoro stabili e qualificati nel settore pubblico, migliorando la sanità che scricchiola, elevando la qualità della scuola e potenziando servizi essenziali per la vita quotidiana dei cittadini, allora diventa uno spreco, un’aberrazione. Allora si sciorinano dati sul debito, sulla necessità di rigore, sui limiti imposti dai trattati internazionali.

È tempo di smascherare questa evidente ipocrisia. L’Italia, come il resto del mondo, ha bisogno di investimenti. Ma quali investimenti? Quelli che cementano i profitti di pochi a discapito della qualità della vita di tutti e a favore della guerra, o quelli che costruiscono una società più giusta, equa e pacifica? La risposta, per chi ha a cuore il bene comune, dovrebbe essere fin troppo chiara.

Non credete anche voi che sia ora di pretendere che la stessa logica degli “effetti positivi” venga applicata anche quando si parla di investire in ciò che conta davvero per la vita delle persone?

L'articolo Anni di austerity e ora la spesa per il riarmo diventa una panacea: quanta ipocrisia! proviene da Il Fatto Quotidiano.

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