Giancarlo Giannini: «Servono maestri. A me piace insegnare la gioia di vivere»
Autoironico, spiccio e profondo al tempo stesso, con una voce e degli aneddoti che non vorresti mai smettere di ascoltarlo. Giancarlo Giannini riceverà domani un premio alla carriera durante la rassegna Eliopoli Summer, a Calambrone (Pisa).
Giannini, sta per essere premiato. Cosa prova in queste occasioni?
«Fa sempre piacere ricevere un premio, anche se ne ho talmente tanti che non so più dove metterli» (lo dice senza presunzione, nda).
Che legame ha con la Toscana?
«Sono di origine toscana, sono nato alla Spezia ma mio padre era di Pistoia. Ho una casa in Toscana dove sono in vacanza e dove festeggerò il mio compleanno, il 1° agosto. In modo molto semplice, con pochi amici e senza regali, che sono sempre una scocciatura da cercare. Una cenetta e poi via tutti».
C’è un film o un ruolo che avrebbe voluto interpretare e che non le è capitato?
«Non ho niente nel cassetto, quando mi propongono qualcosa decido, la mia vita è fatta ormai di sì e no senza discussioni. Ho interpretato tanti personaggi molto belli - anche molto brutti, ne ho fatti talmente tanti, però sempre al massimo delle mie capacità. “Pasqualino Settebellezze” è uno dei miei film più importanti, nominato agli Oscar».
È sempre attivissimo. Ma quando ozia cosa fa?
«Leggo e studio le cose che devo fare. Tra qualche giorno devo fare una parte in un film americano sto studiando le battute. Poi partirò per la Sicilia, dove mi hanno chiamato per parlare del Gattopardo, perché ho lavorato con Visconti anche se non in quella pellicola. Ormai quando muore qualcuno chiamano me perché ho lavorato con tutti (ride)».
Lei è anche un grandissimo doppiatore.
«Noi italiani siamo sempre stati i più bravi, abbiamo insegnato il doppiaggio a tutti. A me riesce bene perché ho fatto elettronica e sono abile con i sync, quando studi elettronica hai sempre a che fare con l’oscillografo, con le onde, quindi fai esperienza con i ritmi e i tempi. Credo di aver imparato da quello. Oggi però impaurisce un po’ l’intelligenza artificiale, il fatto che ti possano copiare la voce e doppiarti in un’altra lingua».
Non ha mai abbandonato l’elettronica, ha brevettato delle invenzioni.
«In campagna ho proprio un laboratorio, ho fatto la giacca di “Toys” per Robin Williams, mi diverto a inventare quello che non c’è. La nostra mente ha una grande fantasia, basta non aver paura della solitudine, anzi andrebbe insegnata ai bambini, a stare soli si è in buona compagnia. Abbiamo perso la semplicità e la fantasia: ogni giorno ha una sorpresa. In realtà avrei dovuto fare il ricercatore, mi avevano chiamato in Brasile dopo il diploma, per lavorare sui primi satelliti artificiali. Siccome dovevo fare il militare, ho avvisato che sarei andato l’anno successivo, poi però ho fatto domanda all’Accademia d’arte drammatica e mi hanno preso».
Guarda film o serie TV?
«Le serie non mi piacciono, preferisco i documentari che descrivono queste persone che vivono nei paesini sperduti allevando capre. Gli ultimi film che ho visto sono “The Fabelmans” di Spielberg, perché me ne aveva parlato lui, che ho trovato semplice e bellissimo. E "Perfect Days” di Wim Wenders. Comunque preferisco leggere».
Cosa?
«Di tutto, libri scientifici, narrativa, ne riprendo uno, ne attacco un altro, di recente ho riletto “I Promessi Sposi”, poi metto un segno, lo lascio lì e ne prendo un altro, poi filosofia, è tutto un miscuglio. Ma non vanno mica letti tutti per forza i libri, alcuni si consultano e basta, altri li leggo a distanza di quarant’anni da quando li ho comprati. A volte appunto le cose che mi interessano, le frasi più belle dei grandi, dei filosofi, ne faccio un libricino che ogni tanto mi leggo. Davanti a me ho le immagini di Socrate, Platone, Aristotele, Dante, Leonardo da Vinci, Papa Giovanni, Alessandro Volta, Van Gogh: Umberto Eco ha detto che Internet ha dato voce al 99% degli imbecilli, io preferisco ammirare questi maestri».
Anche lei ha scritto un libro.
«Erano dei pensieri, il titolo è “Sono ancora un bambino, ma nessuno può sgridarmi”. Ma insomma, dopo “I quarantanove racconti” di Hemingway non ha molto senso scrivere, anche se oggi lo fanno tutti».
Ha sempre avuto i baffi?
«Ho avuto baffi, barba, un po’ di tutto. I baffi li porto perché li aveva anche mio padre, ma se li devo tagliare per un personaggio lo faccio, tanto poi ricrescono».
Ha fatto due film da regista, ma poi non ha proseguito.
«Fare il regista è molto bello ma anche complicato, sei totalmente responsabile delle immagini, quindi è molto impegnativo, porta via molto tempo. L'ultimo film che ho fatto si chiamava “Ti ho cercata in tutti i necrologi”, non è andato bene: forse non so fare il regista o forse, come diceva Schopenhauer, è fatto per i posteri, magari lo capiranno più avanti (ride)».
Due dei suoi figli sono musicisti.
«Sì, uno vive a Londra, l’altro in Germania, ma nel campo dell’arte è dura, ci vuole fortuna. Come è successo a me, che ho conosciuto tante persone interessanti: sono stato a cena con Billy Wilder, a fare foto con Andy Warhol in giro per New York, pazzo e simpatico, mi ha invitato alla Factory, abbiamo comprato insieme la Polaroid con cui girava sempre. Ho conosciuto tutti i più grandi registi e attori, persone che hanno lasciato un segno. Nella vita servono maestri».
Quando è lei a insegnare, cosa spiega?
«Insegno la gioia di vivere, mica come si dicono le battute. Bisogna coltivare la gioia infantile di travestirsi da Zorro, da Biancaneve, e bisogna raccontare le favole: ai bambini le dicono papà e mamma, ai grandi le raccontiamo noi attori. Giocare con la fantasia: del resto in francese recitare si dice jouer, in inglese to play, quello dell’attore è un mestiere meraviglioso perché si gioca, si rimane sempre fanciulli. Cosa c'è di meglio?»
Si è dichiarato credente.
«Ho ricevuto un’educazione cattolica, non frequento molto la chiesa ma ogni tanto ci entro perché mi piacciono l’atmosfera, il silenzio, l’altezza delle volte che ti fa sentire piccolo. Prego ogni sera, per tutti quelli che mi vogliono bene. È importante avere fede, ma è difficilissimo spiegarla: se hai fede, però, non hai più paura di nulla, anzi la morte diventa quasi una scoperta. È difficile capire cos’è il mistero, impossibile da penetrare, ma è bello così».