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Valchyara è una scelta di vita e di etica, si fa vino naturale con una sola coltura

VAL DI CHY. Valchyara Vini è un’etichetta eroica che guarda a preservare l’ambiente. Più che un’attività commerciale, Valchyara è una scelta di vita e di etica. Pochi ettari di viti adagiati sul territorio di Val di Chy, attorno alla cascina, verso Ivrea. Vitigni ricercati e curati dall’enologo Costantino Hurjui con l’aiuto della sua famiglia.

Come è nata l'esperienza di Valchyara Vini?

«L'esperienza di Valchyara è iniziata dal piccolo, quasi a livello di "garagismo". Per qualche anno ci siamo appoggiati a cantine di amici produttori dell'associazione Giovani vignaioli canavesani. È stata una vera boccata d'ossigeno, ci ha permesso di vinificare mettendo in comune attrezzature e conoscenze. Da lì, il passo è stato quasi obbligato. Mi sono ritrovato su questo versante al confine con la Valchiusella, un'area marginale appena sopra Loranzè Alto, sotto il lago di Alice, verso Ivrea. È un luogo ideale per una viticoltura di qualità e qui ho riscoperto vigne abbandonate da più di un secolo che abbiamo recuperato e rinnovato su terrazzamenti. Così nel 2017 abbiamo cominciato con la coltivazione, poi con la vinificazione».

Come si è sviluppato il recupero?

«Inizialmente ci siamo dedicati al recupero dei terrazzamenti. Man mano che li pulivamo abbiamo ritrovato varietà interessanti, anche se non in quantità sufficiente per una produzione di massa. Abbiamo scoperto vecchie vigne di Croatina, Freisa e Nebbiolo, le tre uve a bacca rossa che oggi produciamo in purezza. Oltre a ricostruire i muretti a secco per le terrazze, abbiamo iniziato a piantare nuove vigne. Tra il 2017 e il 2021 abbiamo effettuato i nuovi impianti. Poi, nel 2020, in pieno lockdown, abbiamo deciso di ristrutturare la cascina e creare il nostro piccolo laboratorio per vinificare ciò che stava andando in piena produzione».

Qual è stata la prima etichetta Valchyara ad arrivare sul mercato?

«La prima etichetta porta il nome della cantina, come se un ciclo si fosse chiuso: vigne di proprietà, trasformazione nella nostra cantina ed etichettatura ed è nata nel 2020. La prima produzione, invece, è stata una Croatina con un po' di Nebbiolo, un classico Canavese rosso. A questo si è affiancato il Giallo di Chy, un Erbaluce. Le prime bottiglie erano davvero poche. Quando abbiamo capito che c'era la possibilità di espanderci, abbiamo deciso di investire altri fondi e spingere su questo progetto».

Oggi a che punto siete arrivati?

«Siamo quasi alla fine. Ci manca un ultimo tassello, che spero si concluda entro il 2027. Non vogliamo crescere a tutti i costi. Siamo in un angolo molto bello e direi quasi vergine. La viticoltura è un'attività invasiva ed è difficile trovare un compromesso con la biodiversità e la bellezza naturale. Non dobbiamo cadere nella trappola degli anni '70-'80 sperimentata da altre zone vinicole molto sfruttate, dove si disboscava per fare monocultura. Va bene produrre vino, va bene produrlo buono e al giusto costo, ma è fondamentale mantenere l'armonia con la natura. Oggi lavoriamo sulle terrazze, una viticoltura eroica dove il 90% del lavoro è fatto a mano. Cerchiamo di mantenere un equilibrio, è ciò che vorrei lasciare ai miei figli se un giorno intraprenderanno questa avventura. Dobbiamo fare scelte giuste e non cadere in quelle che chiamo trappole».

Quante bottiglie producete attualmente e quali sono le vostre principali etichette?

«Attualmente abbiamo circa 3 ettari produttivi. Nelle annate buone, che purtroppo negli ultimi cinque anni sono state poche, la nostra cantina ha una capacità di produrre quasi 10mila bottiglie. L'anno scorso abbiamo avuto una bella battuta d'arresto, come un po' tutto il Canavese e l'alto Piemonte, e non credo che cresceremo molto di più. Ci manca un pezzettino di terreno davanti alla cascina, che un tempo era prato e poi è stato inghiottito dal bosco. Stiamo cercando di pulirlo con criterio e capire cosa piantarci. Al momento abbiamo molte etichette. Non sono un amante dei blend, preferisco i vini monovarietali. Quindi, se troviamo una Croatina, piantiamo Croatina. Lo stesso vale per la Freisa e il Nebbiolo, il che porta già a tre etichette di rossi. Dopo esperienze in Francia, ho anche piantato un vitigno internazionale, il Riesling Renano, che vinifichiamo dal 2021. Questo si affianca all'Erbaluce, l'altro bianco. Sperimentiamo molto con tutte le sfumature, inclusi i vini macerati e i rifermentati in bottiglia, che chiamo vini da piscina, molto freschi e beverini».

C'è un significato particolare dietro i disegni singolari sulle vostre etichette?

«Molte etichette hanno riferimenti a parti anatomiche. Ho lavorato in sala operatoria per quasi quindici anni e questo aspetto del mio passato si è un po' riversato nel mio nuovo mondo. È un retaggio».

La vostra è una scelta di vinificazione cruda, come la definisce?

«È una scelta che riflette l'ambiente esterno. Abbiamo intrapreso la strada delle vinificazioni semplici, per sottrazione. Aggiungiamo volutamente un solo ingrediente: l'uva. Crediamo che se la materia prima è ottimale non ci sia bisogno di tanti interventi. È chiaro che può piacere o non piacere. Quando ho iniziato, quasi dieci anni fa, era anche una moda, e oggi c'è un pubblico dedicato ai vini naturali. Noi non ci definiamo naturali, perché la viticoltura in sé non lo è: facciamo tagli, coltiviamo su filari e pali. Di naturale c'è ben poco. Ma siamo contenti di far parte di questo movimento, senza essere radicali». —

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