Questo mio corpo: Sara Durantini racconta l’identità femminile, il desiderio, la memoria e la parola come gesto di resistenza
Dopo Pampaluna, premiato nel 2024 con il Premio di scrittura femminile “Il Paese delle Donne”, Sara Durantini torna con un libro intimo, potente e politicamente urgente.
Questo mio corpo è il racconto lucido e carnale sul desiderio, sul trauma e sull’approdo all’identità femminile, è il tentativo di ricostruire sé stesse a partire da ciò che è rimasto inciso sul corpo: le ferite, il silenzio, l’ambivalenza dei desideri, la confusione tra amore e
potere.
Nell’autunno del 2004, una studentessa appena ventenne cerca nella scrittura un modo per leggere e riscrivere ciò che ha vissuto. In un tempo di passaggio – tra Parma,
Milano e la campagna padana – il corpo diventa per lei terreno di smarrimento e insieme di scoperta. È in questo spazio fragile che la protagonista impara a nominare ciò che fino ad allora era rimasto indicibile: le esperienze che segnano il corpo, l’abuso emotivo mascherato da amore, il peso di un consenso mai veramente consapevole.
Questo mio corpo è il racconto di una sopravvivenza che passa attraverso la scrittura. Il corpo, che trattiene ciò che la mente cerca di dimenticare, si trasforma in linguaggio. Tra narrazione, frammenti di diario e memoria sensibile, la protagonista ricompone sé stessa attraverso le parole, facendo della letteratura, del cinema e della musica strumenti di riconoscimento.
Sullo sfondo, un’archeologia femminile fatta di genealogie: donne, madri, amiche e figure simboliche che incarnano assenze, modelli e desideri da attraversare per potersi liberare. In questo percorso personale e collettivo, Durantini affida un ruolo centrale al potere della parola, raccogliendo l’eredità di scrittrici come Annie Ernaux, Marguerite Yourcenar, Marguerite Duras.
E proprio in questa direzione si inserisce la presenza significativa della Fondazione Fo Rame, che ha concesso l’autorizzazione all’inserimento di due estratti tratti da monologhi di Franca Rame e Dario Fo. Una scelta che, per l’autrice, ha un profondo senso letterario e sociale: le parole di Rame aprono uno spazio di connessione tra il corpo narrato nel romanzo e il corpo scenico, pubblico, collettivo che Rame ha restituito alle donne con la sua voce. Questo mio corpo raccoglie quella voce e la rinnova, dimostrando quanto ancora oggi sia necessario dire, raccontare, denunciare.
Un romanzo che si muove tra memoria e desiderio, tra resistenza e rinascita. Una lettura potente, che lascia il segno.
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