Area ex Snia, cordata di Milano si aggiudica l’asta per 362mila euro
PAVIA. Finalmente una svolta nella vicenda dell’ex Snia di viale Montegrappa. Una società ha avanzato un’offerta per acquistarla dopo che, dal 2022, nove aste pubbliche per metterla in vendita erano andate deserte. Così si era scesi dal valore iniziale di circa 6 milioni all’ultima valutazione di 483mila euro. Ad aggiudicarsi l’area per 362mila euro è stata una cordata milanese di imprenditori che includono uno studio di ingegneria, un general contractor (società che si occupano di operazioni immobiliari complesse) e un importante gruppo nel settore delle bonifiche ambientali: il nome della società costituita per questo scopo verrà reso noto nei prossimi giorni. Tecnicamente quella che è avvenuta si chiama “aggiudicazione provvisoria”. L’aspirante compratore adesso avrà quattro mesi per versare il denaro relativo all’acquisto e alle spese legali della vendita.
Chiusa da 40 anni
L’ex fabbrica specializzata nella produzione di filati in rayon viscosa (seta artificiale) è chiusa dal 1982. Diede lavoro, nel periodo di massima attività, a circa 3mila persone, ma da 43 anni è una delle cicatrici che punteggiano il volto deindustrializzato di Pavia, proprio come la ex Necchi o la ex Neca. La messa in vendita è legata alla procedura di pignoramento aperta in Tribunale nei confronti della società che ha la maggioranza delle quote, la Borgosnia Srl, proprietaria del 68% dell’area, vale a dire dei circa 105mila metri quadrati (su circa 180mila) di superficie per la quale è arrivata l’offerta di acquisto. Borgosnia Srl è debitrice verso la Banca di Vicenza per due contratti di mutuo. La seconda porzione di superficie, di oltre 2mila metri quadrati, si trova tra viale Montegrappa e via Maggi e include un’area di parcheggio pubblico, alcuni uffici e impianti dell’acquedotto comunale. La prima è in stato di totale abbandono, inutilizzata e invasa dalla vegetazione, tanto da renderne impossibile l’accesso. Oltre ai 107mila metri quadrati ex Borgosnia vi sono altri due proprietari di superfici meno estese che sono Giava Srl e Ipi Spa della famiglia Segre.
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Nel 2022, dunque, il curatore fallimentare fissò la prima asta dopo che il valore dell’area era stato stimato al netto dei costi di bonifica che, in quel momento, si stimava ammontassero a 20 milioni di euro. La prima base d’asta fu di 6.441.000 euro, ma entro i termini previsti non arrivò nessuna offerta ed è per questo che si è giunti all’asta numero dieci che si è svolta nella mattinata del 23 settembre e con un prezzo che è “crollato” a 483mila euro. Di volta in volta, infatti, il prezzo subisce un ribasso per rendere il bene più appetibile sul mercato. Ma quello che, evidentemente, ha sempre tenuto alla larga le società immobiliari non era tanto il costo del terreno in sè, quanto la prospettiva di dover spendere decine di milioni per bonificarlo. L’area risulta inquinata da diversi rifiuti chimici sversati nel terreno durante un arco temporale di diversi decenni, quando si svolse l’attività dello stabilimento dell’industria chimica di produzione dei tessuti. Un’indagine del 2002 parlava di contaminazione dei suoli (metalli, idrocarburi, Ipa, Pcb e diossine) e delle acque di falda (metalli, solfati, idrocarburi, Ipa, composti alogenati).
Percorso travagliato
Per arrivare all’aggiudicazione provvisoria della proprietà si è percorso un cammino accidentato, come rammenta il curatore, Davide Pirani. A ottobre 2022 l’area venne messa sotto sequestro da parte della procura della Repubblica dopo che vi erano stati rinvenuti i resti di una persona, risultata poi essere una donna senza fissa dimora di origine nordafricana che aveva trovato riparo nei capannoni fatiscenti e vi era morta per cause naturali.
Decisivo, per la rigenerazione di questi 180mila metri quadrati, sarà il Piano di governo del territorio in fase di elaborazione, dopo che il precedente strumento urbanistico della giunta Fracassi era stato revocato.