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Israele, la democrazia etnica che bombarda Gaza e nega i diritti

“Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente” è diventato un mantra ripetuto a intervalli regolari dal mainstream mediatico italiano, e non solo. In genere, lo si sente recitare da chi in qualche modo mostra di comprendere, o peggio di giustificare, il genocidio che Israele sta compiendo a Gaza da due anni. 

Il sottotesto implicito è “poiché Israele ha un ordinamento simile alle democrazie occidentali in uno scacchiere cruciale come quello mediorientale, popolato da petromonarchie per lo più teocratiche, conviene tollerarne gli eccessi e tenersela alleata”. 

A prescindere dalla ferocia e dal cinismo del ragionamento, sarebbe forse opportuno mettere in dubbio che si possa chiamare “democrazia” uno stato che stermina e affama un’intera popolazione, che bombarda altri stati sovrani in violazione di ogni diritto internazionale, e che si caratterizza su base etnica. 

Non basta che siano indette libere elezioni per definire uno stato “democratico”. 

Uno stato è democratico se basato sullo stato di diritto, innanzitutto. E lo stato di diritto non può prescindere dal riconoscimento universale dei diritti umani e civili. Nello stato di diritto ogni essere umano è portatore di diritti inalienabili, come l’eguaglianza di fronte alla legge, l’habeas corpus, l’esercizio delle libertà civili garantite dalla costituzione o dalle leggi fondamentali del paese in questione. Il che evidentemente esclude la possibilità che una nazione si connoti su base etnica.

Il paradosso che ha accompagnato Israele fin dal 1948, invece, è proprio che una nazione nata dall’orrore della Shoah si sia da subito caratterizzata come comunità etnica. E quando si mette in gioco l’etnia come collante sociale, valoriale e religioso, il pericolo è sempre il razzismo e con esso la violenza. 

Uno stato che preferisce massacrare la popolazione confinante allo scopo di occuparne la terra, piuttosto che accoglierla al proprio interno, difficilmente può dirsi democratico. Israele, infatti, non ha mai proposto ai Palestinesi della striscia di Gaza e della Cisgiordania di far parte di una grande Israele che li ricomprenda al suo interno. I motivi non sono – almeno prioritariamente – di natura economica, né strettamente religiosa: la ragione è che i Palestinesi non sono Ebrei, ma Arabi.  

Il progetto di Netanyahu è la realizzazione di una grande Israele composta quasi totalmente da Ebrei.  Anche perché concedere il diritto di voto a milioni di Palestinesi – che peraltro hanno un ritmo di crescita demografica molto superiore a quello israeliano – significherebbe correre il rischio di rivolgimenti politici di non poco conto. 

Uno stato realmente democratico affronterebbe l’ignoto pur di non tradire i propri valori fondanti: se in futuro un eventuale stato binazionale di Israele diventasse a maggioranza palestinese… È la democrazia, bellezza!

Insomma, non che Israele fosse predestinata ab origine a compiere il genocidio che il governo di Netanyahu ha scelto di mettere in atto, ma la storia parla chiaro: se il fondamento di una comunità politica è la rivendicazione identitaria, la vita di quella comunità è perennemente funestata dalla guerra.

Allora, a sterminio in corso, è forse arrivato il momento di ipotizzare che Israele, al netto del suo ordinamento, sia in realtà molto più simile alle dittature arabe che non alle democrazie occidentali. 

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