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George Bernard Show: cent’anni fa fu il primo a dire “no, grazie” al Nobel per la Letteratura

C’è chi sogna il Premio Nobel come una santificazione laica, un arcobaleno culturale che ti avvolge per sempre. E poi c’è chi, ricevuta la lettera da Stoccolma, si mette a ridere. O a imprecare. O a scappare in direzione opposta. Non tutti infatti vogliono essere messi sotto la campana di vetro della gloria mondiale. O forse non vogliono proprio la campana e nemmeno gli svedesi che la lucidano continuamente.

Tutto ebbe inizio cento anni fa, con George Bernard Shaw, che ricevuta la notizia dell’assegnazione del premio, il 18 novembre 1925 reagisce come l’attore sul palcoscenico dopo che gli è stato tirato qualche ortaggio: con malcelato disgusto. “Posso perdonare Alfred Nobel per aver inventato la dinamite,” disse, “ma solo un demone con sembianze umane può aver inventato il Premio Nobel”. Che si trattasse di modestia o di pura avversione per qualunque forma di celebrazione pubblica, resta un mistero. Di certo, Shaw inaugurò un prestigioso club: il Circolo dei Nobel Non Ritirati, che per ammissione stessa dell’autore “non voleva ma gli toccava”.

Passiamo al 1958. Lo scrittore sovietico Boris Pasternak riceve la telefonata da Stoccolma e avrebbe anche accettato volentieri. Ma c’è un piccolo dettaglio: abita nell’Urss di Nikita Chruščëv. Così Pasternak, inizialmente lusingato, annuncia al mondo: “È un grande onore”, ma immediatamente il Cremlino risponde: “Onore un corno”. E come per magia Pasternak capisce che forse “non è il momento giusto”, “c’è già un impegno precedente” o “sono sopraggiunte circostanze personali”. Il linguaggio burocratico del rifiuto è sempre stato universale.

Nel 1970 tocca ad Aleksandr Solženicyn. Il quale, con una franchezza quasi incosciente, dichiara subito il motivo per cui non andrà a ritirarlo: “Se parto, il regime mi impedirebbe di tornare”. Tradotto: “Grazie del premio, ma vorrei continuare a non vivere in esilio. Almeno non ancora.” E infatti resisterà fino al 1974, anno in cui viene effettivamente espulso dall’Urss. A quel punto, libero dai vincoli patrii, si precipita a incassare il premio. Sarà stato per la somma in sé o perché certe soddisfazioni vanno gustate con calma. Chissà?

Jean-Paul Sartre, nel 1964, non aveva un regime che gli impedisse di viaggiare. Aveva però un nemico più subdolo: la canonizzazione. Accettare il Nobel significava, secondo lui, “essere imbalsamato da vivo”, venire trasformato in una statua da museo, finire collocato prematuramente in un “Pantheon letterario” che non aveva alcuna intenzione di abitare. Sartre voleva rimanere libero e scomodo mentre il Premio Nobel voleva incorniciarlo. Alla fine vinse Sartre: non mise mai piede a Stoccolma e non ritirò mai nulla.

E per ultimo, ad oggi, arriviamo a lui, il menestrello: Bob Dylan, Nobel per la Letteratura 2016. Dylan non rifiutò. Semplicemente… sparì. Per settimane nessuno seppe nulla. Non rispondeva. Non commentava. Non si presentava. Probabilmente stava suonando in qualche sperduto bar del Midwest o stava ignorando le e-mail, come la gran maggioranza dei boomer. Alla cerimonia di dicembre non andò. Ad aprile però si presentò, con la spregiudicatezza di chi consegna i compiti in ritardo dicendo: “Erano finiti i fogli.”

Forse il filo che unisce questa stramba confraternita di geni refrattari agli onori è una certa diffidenza verso l’idea che l’arte debba essere incasellata, premiata, normalizzata. Per alcuni è una gabbia dorata, per altri un rischio politico e per altri ancora un’imbarazzante festa in smoking da cui scappare facendo finta di aver dimenticato qualcosa sul taxi.

Eppure, nonostante tutto il Nobel resiste. Continua a premiare, a irritare, a confondere, a far discutere, a resistere. Resta propri lì il fascino. E resistere non è facile nemmeno per il Premio Nobel di fronte a uno dei più grandi padroni del mondo che batte i piedi per volerne almeno uno, magari quello della pace!

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