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Fine vita, sarebbe ora che ognuno potesse esercitare il libero arbitrio: le gemelle Kessler ce l’hanno ricordato

La vita è una malattia che si trasmette per via sessuale. Ed è, soprattutto – come richiede una delle troppe condizioni imposte dalla legislazione italiana per poter consentire il “fine vita” (perché si tratta soltanto di rifiuto delle cure e interruzione delle cure palliative) – una “malattia irreversibile”.

Le gemelle Kessler, invece, icone della televisione del secolo scorso, hanno potuto abbandonare la vita congiuntamente poiché in Germania è consentita l’eutanasia medicalmente assistita.

Da studioso della filosofia, sono portato a chiedermi se tale superiorità della Germania rispetto al nostro Paese sia dovuta all’altrettale primazia filosofica della nazione che ha dato i natali a Kant, Hegel e Freud. Sì, perché quello che continuiamo a fare in Italia – e in tutti i paesi in cui lo Stato non consente alle persone di praticare l’eutanasia – è fondamentalmente un errore filosofico.

Errore che, innanzitutto, consiste nel separare vita e morte considerandole due dimensioni diverse. Quando, in realtà, sono due lati di una stessa medaglia, perché “la meta di tutto ciò che è vivo è la morte”, scriveva Freud sulla scia di quanto – un secolo prima – aveva affermato Hegel (entrambi tedeschi) in maniera ancora più radicale: “Un essere vivente, nel momento stesso in cui fa la sua comparsa in vita, è già pronto per morire”.

Da questo errore originario deriva il secondo, perfettamente conseguente. Quello di pensare che la morte sia un qualcosa che avviene “dopo” la vita quando, invece, “esse sono interdipendenti”, perché “esistono simultaneamente, non consecutivamente”, come scriveva il grande psichiatra americano Irvin Yalom.

L’unica morte che conosciamo, infatti, avviene in vita, quando finisce un’epoca in cui siamo stati felici, quando perdiamo delle persone care, quando torniamo in luoghi del cuore, dopo molti anni, e nulla ci sembra più come prima anche se lo scenario è lo stesso. Sono tutti frammenti di morte che avvengono mentre siamo vivi e non potrebbe essere diversamente. Perché la morte intesa in senso metafisico non ci è dato conoscerla né – come affermava Epicuro – temerla: “Quando ci siamo noi, non c’è la morte; quando c’è la morte non ci siamo noi”.

Intesa in questo senso, la vita va considerata alla stregua di un grande corso di formazione alla dipartita, a un “dopo” possibile in forma spirituale (per chi ci crede). Di questo grande corso di formazione, l’ultima tappa più dura consiste nel “morire”, che è questione ben diversa – ancora una volta – dalla morte in quanto tale.

Quel morire può avvenire quando siamo ancora ben in vita, per una malattia o un incidente, ma soprattutto può accadere senza che vi sia la morte stessa: a fronte di dolori atroci e insopportabili non soltanto a livello fisico ma anche psicologico (tema, quest’ultimo, per troppo tempo sminuito o ignorato del tutto).

Ecco perché sarebbe ora di consentire a ciascuno l’esercizio del libero arbitrio rispetto alla decisione di smettere la propria vita, quindi di essere aiutati in ciò da quella medicina pubblica che esiste grazie alle tasse di tutti i cittadini, compresi coloro che piombano in un abisso di dolore tale da rendergli preferibile la scelta suddetta.

Coloro che sostengono la sacralità della vita, considerata a guisa di un “dono” divino di cui l’uomo non può privarsi per una scelta volontaria, non considerano che – volendo credere alla divinità creatrice – questa ci ha fatto dono anche della morte, parte integrante della vita stessa all’interno di una dimensione più ampia che le contiene entrambe (esistenza).

Ma, soprattutto, tale divinità ha lasciato al libero arbitrio di ciascuno la possibilità di fare della propria vita ciò che più si desidera e ritiene giusto. Fosse anche interromperla anzitempo. Se così non fosse, non avrebbe alcun senso quanto dice la stessa dottrina cristiana, cioè che saremo giudicati sulla base delle nostre azioni in terra (e in vita). Quale sommo e indiscutibile giudizio divino, infatti, sarebbe possibile e decisivo se già qualcuno in terra ha decretato cosa è Bene e cosa è Male rispetto all’essenza stessa della vita?!

Non spetta ad alcuna istituzione terrena, né ad alcun individuo, giudicare e ancor più impedire all’essere umano di gestire la propria vita (e quindi la propria morte) se le sue decisioni non danneggiano persone altre. Tantomeno dovrebbero farlo dei parlamentari mediamente sempre più ignoranti su questioni culturali basiche, figuriamoci rispetto alle altezze filosofiche.

Liberalizzare il libero arbitrio è una scelta umana e a favore dell’umano – altrimenti l’enfasi posta a ogni pie’ sospinto sul pensiero critico è solo fuffa – tanto più che non significa costringere chi non vuole a scegliere di morire. Mentre proibire il libero arbitrio, invece, costringe tutti a doversi genuflettere a un’ideologia. Nella nostra epoca impoverita, al posto dei grandi filosofi tedeschi, ce lo hanno dimostrato le grandi gemelle Kessler.

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