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Morniroli, un eporediese nella giunta della Campania

Ivrea

Originario di Ivrea, città dove è cresciuto e si è formato prima di iniziare 30 anni di lavoro nel sociale che l’hanno portato fino a Napoli, Andrea Morniroli è il nuovo assessore alle Politiche sociali e alla Scuola della regione Campania. Figura di lunga esperienza, indicato dal Partito democratico come assessore esterno di profilo tecnico, arriva in giunta dopo una vita trascorsa tra territori, cooperative, istituzioni e reti del terzo settore.

Come ha visto cambiare la situazione del welfare e delle politiche sociali negli ultimi 30 anni? Quali le sfide urgenti?

«In questi decenni ho visto cose che, citando Blade runner, voi umani non potreste neanche immaginare: il welfare progressivamente smembrato, fragilità sociali affrontate con strumenti repressivi, privatizzazione dei segmenti del lavoro di cura più appetibili dal mercato, mentre il resto viene scaricato sulle famiglie. Il liberismo è diventato insofferente verso Stato sociale e democrazia. Il problema è che senza un coordinamento pubblico forte, anche le esperienze di aiuto non costruiscono vere politiche pubbliche, e alla fine le disuguaglianze aumentano. La sfida di oggi è ricostruire dal basso, dai territori, dei luoghi di alternativa all’esistente, soprattutto attraverso alleanze tra pubblico e privato sociale che rimettano al centro la funzione pubblica».

È stato coordinatore del Forum disuguaglianze e diversità. Che cosa porta di quell’esperienza nel suo nuovo ruolo istituzionale?

«Nel Forum abbiamo messo insieme mondi diversi: operatori sociali, esperti, docenti universitari, tecnici. Due saperi che spesso viaggiano separati e che invece, contaminandosi, sono diventati capaci di produrre proposte molto concrete. Molte di quelle idee sono diventate un riferimento nel dibattito nazionale. In una regione come la Campania, segnata da povertà e disuguaglianze profonde, quello sguardo mi sarà molto utile, così come lo sarà alla giunta di cui faccio parte».

Ora ha le deleghe a politiche sociali e scuola. Quali le priorità da portare avanti?

«Bisogna ripristinare pratiche territoriali e costruire un welfare comunitario, non solo basato sugli istituti. C’è da mettere mano a una grande legge sulla povertà: la cancellazione del Reddito di cittadinanza ha lasciato di nuovo una parte enorme del Paese senza nulla. Occorre ricostruire politiche di contrasto alle disuguaglianze. Poi c’è il tema della povertà educativa: l’istruzione deve essere un presupposto dello sviluppo, non una sua conseguenza, e questo vale soprattutto in Campania. Penso anche agli anziani: dobbiamo garantire alle persone la possibilità di restare a casa propria il più a lungo possibile, senza spingerle verso le Rsa, che spesso costano di più e rispondono peggio ai bisogni. Serve un cambio di prospettiva: welfare, scuola e sanità devono essere considerati di nuovo motori di sviluppo».

Da eporediese, come legge la situazione sociale del Canavese e la sua apparentemente inarrestabile decrescita economica?

«Ho l’impressione che per troppi anni si sia vissuto di rendita rispetto a una storia straordinaria: il modo di pensare comunità, il cristianesimo di base, figure come Bettazzi e Pax Christi, il movimento operaio, le sinistre anche extraparlamentari, l’esperienza olivettiana. Tutto questo è stato una ricchezza enorme. A un certo punto però il territorio si è richiuso in dinamiche provinciali, che hanno portato anche a una prima esperienza di governo della destra, per fortuna conclusasi. Oggi vedo segnali interessanti, come lo Zac, capaci di unire forze sociali, autorganizzazione, ecologia, conflitto e democrazia. È una comunità che prova a rinascere dal basso. Chi governa, a ogni livello, dovrebbe fare proprio questo: non adattarsi all’esistente, ma sforzarsi di inventare nuovi contesti e nuovi luoghi, uscire dalla trappola del mercato e ripristinare, anche qui, giustizia sociale e ambientale».

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