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Trump prende tempo sull’Iran: “Verificheremo se le esecuzioni si sono fermate”. Ma il Pentagono prepara l’offensiva

«Verificheremo se le esecuzioni si sono davvero fermate, vedremo». Con queste parole, pronunciate alla Casa Bianca davanti ai giornalisti, Donald Trump ha scelto di lasciare aperto l’intero ventaglio di opzioni sull’Iran, senza escludere né un intervento militare né una pausa tattica. Un messaggio che può apparire come un arretramento sul piano verbale, ma che si colloca in un quadro opposto sul piano operativo: una graduale riduzione del personale statunitense da alcune basi chiave in Medio Oriente e un’intensa attività diplomatica, riservata e serrata, tra Washington e le principali capitali del Golfo.

Una crisi interna senza precedenti

La crisi iraniana è entrata in una fase nuova. Le proteste interne, innescate da un collasso economico sempre più evidente, si sono trasformate nella più grave sfida al sistema della Repubblica islamica dal 1979. Il regime ha reagito con una repressione dura, che fonti indipendenti stimano in migliaia di vittime, circa 12mila. Teheran nega piani di esecuzioni su larga scala, ma la smentita ufficiale convive con una pratica carceraria che, storicamente, fa dell’impiccagione uno strumento ordinario di controllo politico.

La linea di Washington

Trump ha rivendicato di ricevere informazioni «da fonti molto importanti dall’altra parte» e ha sostenuto che l’intensità della violenza starebbe diminuendo. È una linea che consente alla Casa Bianca di guadagnare tempo, mentre il Pentagono prepara scenari alternativi. Il ritiro parziale di personale da basi chiave non segnala un disimpegno, ma una misura di protezione in vista di possibili escalation. A Teheran, il messaggio è stato interpretato come un avvertimento: gli Stati Uniti non cercano una guerra totale, ma non escludono colpi mirati.

La deterrenza iraniana

La leadership iraniana ha risposto facendo ricorso alla consueta dottrina della deterrenza asimmetrica. Attraverso canali riservati, ha fatto sapere ai Paesi vicini che eventuali attacchi americani avrebbero conseguenze dirette sulle installazioni statunitensi nella regione. Una minaccia credibile solo in parte, perché a Teheran è chiaro che colpire basi nel Golfo significherebbe allargare il conflitto e mettere a rischio la propria sopravvivenza strategica.

Il ruolo chiave delle monarchie del Golfo

È qui che entra in gioco il ruolo decisivo delle monarchie del Golfo. Arabia Saudita, Qatar e Oman – dove non a caso la premier Giorgia Meloni è stata ieri in visita si sono mossi con estrema cautela. Nessuna dichiarazione pubblica, nessun allineamento esplicito. Nei contatti riservati, tuttavia, hanno fatto filtrare una linea comune: evitare un’azione americana su larga scala, scongiurare un cambio di regime incontrollato a Teheran e, soprattutto, proteggere la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Per Riad, Doha e Mascate il vero incubo non è la permanenza degli ayatollah, bensì il caos che seguirebbe alla loro caduta.

Secondo indiscrezioni diplomatiche, l’Arabia Saudita avrebbe segnalato di non voler concedere lo spazio aereo per operazioni offensive americane, lasciando però intendere una disponibilità limitata nel caso di azioni inevitabili e circoscritte. Un «mezzo via libera» condizionato: niente bombardamenti a tappeto, nessuna architettura di regime change. Il timore saudita è che il collasso del sistema rafforzi i Pasdaran e apra una fase di frammentazione regionale ancora più pericolosa.

Il Qatar, che ospita il principale hub militare statunitense nella regione, ha scelto il profilo del mediatore. Ospita, dialoga, evacua parte del personale per prudenza e ribadisce la volontà di restare fuori da una guerra diretta. L’Oman conferma la propria neutralità operativa.

Diversa la postura di Emirati Arabi Uniti e Bahrein, più allineati a Washington e meno coinvolti nel pressing anti-strike. Anche in questi casi, tuttavia, la consapevolezza è la stessa: una rappresaglia iraniana avrebbe come primi bersagli basi militari, porti, impianti energetici e città costiere.

I prossimi passi

Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si prepara a discutere della situazione, mentre i contatti diretti tra Washington e Teheran restano sospesi. Trump mantiene la linea dell’imprevedibilità, parte integrante della sua strategia. Ma la realtà è che, dietro le quinte, tutti gli attori regionali stanno lavorando per restringere il perimetro della crisi. Non per salvare il regime iraniano, bensì per evitare che il Medio Oriente venga risucchiato in una nuova spirale di guerra incontrollabile.

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