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L’Europa serra i ranghi dopo le fughe in avanti di certi “volenterosi”: “Il rapporto con gli Usa non è in discussione, tra alleati ci si parla con rispetto“

«Riteniamo che le relazioni tra partner e alleati debbano essere gestite in modo cordiale e rispettoso». António Costa affida a questa frase l’esito politico del Consiglio europeo straordinario, convocato dopo giorni di attriti e fughe in avanti, di certi “volenterosi”, che avevano esposto l’Unione a una linea disordinata sul rapporto con gli Stati Uniti. Una dichiarazione, dunque, che serve a rimettere un perimetro chiaro: dialogo tra alleati, niente prove di forza solitarie, nessuna diplomazia parallela.

Riunione d’urgenza, linea ricomposta

La riunione, convocata in forma d’urgenza e protrattasi per circa cinque ore, non ha prodotto conclusioni scritte, né decisioni operative. È servita piuttosto a fare ordine. Dopo giorni in cui alcune capitali avevano imboccato la strada del braccio di ferro, il vertice ha chiarito la linea: Washington resta un alleato imprescindibile e la partnership transatlantica non è negoziabile.

È una linea che smentisce la narrazione della sinistra italiana. Mentre Elly Schlein parlava di un’Europa «fuori asse» e di una postura italiana subalterna a Washington, da Bruxelles è emerso tutt’altro: mettendo in evidenza la distanza tra il racconto del Pd e la realtà delle dinamiche europee, dove loro non toccano palla.

Artico e Groenlandia, i paletti europei

Uno dei capitoli più delicati è stato quello artico. Costa ha sottolineato che Europa e Stati Uniti condividono un interesse strategico nella regione, anche attraverso il lavoro svolto in ambito Nato, e che l’Unione è pronta a svolgere un ruolo più forte. Allo stesso tempo, rimane un punto fermo: «Solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere sulle questioni che le riguardano», ribadendo il pieno sostegno dell’Unione a Copenaghen e a Nuuk. Il richiamo ai principi di diritto internazionale, integrità territoriale e sovranità nazionale serve a riportare la discussione su binari istituzionali, dopo settimane di dichiarazioni disallineate.

Gli investimenti mancati e la correzione di rotta

Anche Ursula von der Leyen ha riconosciuto una responsabilità europea, ammettendo che l’Unione ha investito «troppo poco nell’Artico e nella sicurezza dell’Artico». Da qui l’annuncio dell’intenzione di raddoppiare il sostegno finanziario alla Groenlandia nel prossimo bilancio dell’Ue a partire dal 2028, più come recupero di ritardi accumulati che come svolta strategica.

Commercio, tregua e interessi da difendere

Sul piano commerciale, il clima è apparso più disteso. Costa ha accolto con favore l’annuncio secondo cui non verranno introdotti nuovi dazi statunitensi sull’Europa, osservando che ulteriori tariffe sarebbero state incompatibili con l’accordo in vigore. La priorità ora è l’attuazione dell’intesa raggiunta nel luglio 2025: «L’obiettivo resta la stabilità effettiva delle relazioni commerciali». Una stabilità che non esclude l’autotutela: l’Unione «continuerà a difendere se stessa e i propri interessi contro qualsiasi forma di coercizione».

Gaza, prudenza sul Board of Peace

Più cauto il passaggio su Gaza. Sul Board of Peace promosso da Trump, Costa ha segnalato «seri dubbi» relativi all’ambito di competenza, alla governance e alla compatibilità con la Carta delle Nazioni Unite. L’Unione resta pronta a collaborare sull’attuazione del piano di pace globale, ma solo nel perimetro della risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Autonomia strategica senza slogan

Il tema dell’autonomia strategica europea ha attraversato l’intero vertice senza trasformarsi in retorica. Costa ha richiamato il ritiro informale dei leader del 12 febbraio come momento di riflessione sul rafforzamento di difesa e competitività in un contesto geoeconomico mutato, lasciando intendere che l’unità passa prima dalla disciplina interna che dalle dichiarazioni muscolari.

Ucraina e ricostruzione

Sul dossier ucraino, la presidente della Commissione ha parlato di progressi verso un accordo sul «piano di prosperità» per la ricostruzione di Kiev, articolato su riforme economiche, aumento degli investimenti, coordinamento dei donatori e rafforzamento dello Stato di diritto. Un’impostazione che punta alla stabilità di lungo periodo, non a risposte emergenziali.

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