Capra Libera Tutti: un’alternativa possibile.
In un mondo in cui gli animali sono spesso considerati solo risorse, Capra Libera TUTTI rappresenta una voce fuori dal coro: un santuario etico che offre rifugio a capre, pecore, maiali e altri animali sottratti allo sfruttamento.
Nato dall’idea di creare un luogo sicuro e rispettoso, il progetto non si limita a salvare vite, ma
promuove un modello di convivenza basato su sostenibilità, inclusione e consapevolezza.
Abbiamo incontrato Simone Scampoli, direttore del santuario, per capire come funziona questa realtà, quali sfide affronta ogni giorno e perché il loro approccio – fatto di recupero alimentare, filiera corta e attenzione all’ambiente – può diventare un esempio replicabile.
Il vostro progetto è molto legato all’attenzione per l’ambiente. Seguite un modello per favorire la filiera corta e l’ecosostenibilità?
Non facciamo coltivazione diretta, ma abbiamo tanti animali da nutrire. Per questo recuperiamo verdure che altrimenti verrebbero buttate: prodotti ancora buoni ma scartati dai supermercati per motivi estetici. È un modo per ridurre sprechi e rispettare l’ambiente, oltre che contenere i costi. Quando dobbiamo acquistare, scegliamo realtà locali e prodotti di stagione, secondo criteri etici. Per i prodotti confezionati, ci assicuriamo che siano vegani e rispettosi dei lavoratori, evitando filiere che nascondono sfruttamento o inquinamento.
Il vostro modello è replicabile in Italia?
Sì, ma è complesso. Siamo un’associazione no profit che si regge sulle donazioni, quindi andiamo contro le logiche di mercato. Non è semplice avviare e sostenere un santuario, ma credo sia possibile: le persone vogliono fare qualcosa di buono, anche se spesso non sanno come. Quando ricevono informazioni corrette, sono felici di sostenere realtà come la nostra.
Qual è l’iter per salvare un animale?
Può accadere che un allevatore ci contatti per un animale con problemi di salute: purtroppo lo fa perché quell’animale diventa un peso economico. In questi casi, l’ASL autorizza il trasferimento. Altre volte troviamo animali abbandonati o senza marche auricolari: per legge sarebbero abbattuti e smaltiti come “rifiuti”, ma grazie alla collaborazione con l’ASL possiamo accoglierli dopo le verifiche sanitarie.
Infine, ci sono sequestri legati a infrazioni negli allevamenti: anche in questi casi, gli animali verrebbero soppressi, ma spesso vengono affidati a noi. È un lavoro complesso, ma ogni vita salvata è una vittoria.
Come gestite i casi di animali in grave difficoltà o pericolo?
Quando veniamo a conoscenza di situazioni di emergenza, possiamo avviare un percorso per accogliere l’animale, ma tutto deve passare dall’ASL. Non possiamo prendere un animale senza autorizzazione: serve il via libera dell’ASL del territorio in cui si trova e della nostra ASL di competenza. Le due strutture devono comunicare e approvare il trasferimento.
Anche un privato può segnalare un caso?
Sì, un privato può denunciare una situazione, ma la decisione finale spetta sempre alle ASL. Inoltre, dobbiamo valutare la disponibilità di spazi e risorse: ogni animale che arriva qui deve essere accolto in un “recinto di benvenuto”, dove si ambienta e socializza gradualmente. Non possiamo mettere a rischio gli animali già presenti, quindi contano anche i fondi e la capacità di garantire cure per tutta la vita.
Avete veterinari che vi supportano?
Purtroppo no, non abbiamo un team fisso. Qualche veterinario ci fa prezzi scontati, ma è raro: le spese sono molto alte. Per questo stiamo avviando progetti educativi con scuole e università veterinarie, per sensibilizzare chi studia prima che entri nel sistema. Vogliamo che vedano luoghi come il nostro come opportunità di ricerca e tirocinio, perché negli allevamenti non si impara a curare: lì si impara solo a sostenere il ciclo produttivo.
Qual è l’obiettivo di questi progetti?
Rivoluzionare la medicina veterinaria per gli animali da allevamento. Oggi chi studia veterinaria spesso esce dall’università senza competenze per curarli, perché il sistema universitario insegna solo come allevare, somministrare antibiotici e trasportare al mattatoio. Noi vogliamo cambiare questa mentalità e offrire cure a esseri viventi che, purtroppo, sono stati geneticamente modificati dall’industria per produrre di più. Questo li condanna a problemi di salute gravi, ma per noi meritano attenzione e rispetto.
Gli animali considerati “scarti” sono visti come un peso economico. Bisognerebbe invertire
completamente la rotta?
Assolutamente sì. Noi promuoviamo una trasformazione del sistema alimentare: oggi esistono tutti gli strumenti per farlo senza lasciare nessuno senza lavoro e senza cibo. Il problema è che i sussidi europei continuano a sostenere chi alleva. Se fossero destinati a chi vuole convertire le aziende verso modelli più etici, il mondo starebbe meglio sotto molti aspetti. Anche per chi lavora negli allevamenti: uccidere brutalizza la mente. Credo che queste persone sarebbero felici di fare altro, ma spesso hanno paura di cambiare o sono cresciute in contesti che normalizzano la violenza.
Qual è il vero ostacolo alla conversione?
È culturale, ma soprattutto economico. L’industria zootecnica e della pesca sono giganti con un
potere enorme. Le lobby della carne e della pesca influenzano la politica: il documentario Food
for Profit mostra chiaramente l’intreccio tra industria e istituzioni europee. Parliamo di corruzione
e leggi fatte a favore di queste lobby. È un problema globale, non solo italiano.
Notate qualche cambiamento nella mentalità degli allevatori?
Sì, ma è ambiguo. Molti hanno cambiato comunicazione, ispirandosi a chi, come noi, mostra gli animali sotto un altro punto di vista. Lo fanno per manipolare i consumatori, ma significa che hanno percepito che qualcosa non va. Ci sono casi rari di allevatori che cambiano davvero, come il fondatore di Capra Libera TUTTI, che ha trasformato un allevamento in santuario. Ma il sistema non aiuta chi vuole cambiare: mancano sostegni economici e strumenti.
C’è speranza per un cambiamento?
Sì, la speranza c’è. Serve comunicazione e promozione di modelli alternativi. Quando sono diventato vegano 13 anni fa, chiedere il latte di soia al bar era impossibile. Oggi è normale. Nei paesi più privilegiati vediamo segnali positivi, anche se il cambiamento è lento perché le grandi aziende influenzano la politica. A livello globale, purtroppo, il consumo di animali cresce nei paesi meno sviluppati, ma noi restiamo fiduciosi: qualcosa si sta muovendo. Lo vediamo anche qui, quando apriamo al pubblico: le persone vogliono conoscere e capire.
Come funzionano le aperture al pubblico?
Le aperture sono limitate a date specifiche, indicate nella sezione eventi del nostro sito. Lo facciamo per garantire un’esperienza sicura e significativa: siamo un team piccolo e la quotidianità qui è intensa. Non siamo uno zoo né una fattoria didattica: gli animali sono liberi, quindi le visite si svolgono solo accompagnate da noi. Durante le giornate aperte, guidiamo le persone nel santuario, raccontiamo storie, spieghiamo la nostra missione e stimoliamo riflessioni su come immaginare un mondo diverso.
Che tipo di pubblico partecipa?
Accogliamo persone di ogni età e provenienza: onnivori, vegetariani, vegani, curiosi. È un luogo che genera domande e cambiamento. Lo vediamo dai feedback e dai messaggi che riceviamo: molti raccontano come la visita abbia influenzato il loro percorso di vita. Anche i documentari andati in onda sulla Rai con Domenico Iannacone hanno amplificato questo impatto, portandoci tantissime testimonianze.
Qual è la sfida più grande?
La visibilità. Un progetto come Capra Libera TUTTI è molto meno conosciuto di realtà come McDonald’s, che investono enormi risorse in comunicazione. Noi ci autofinanziamo e ci basiamo sulle donazioni, quindi la differenza è enorme. Ma crediamo nel nostro potere di generare cambiamento e vediamo ogni giorno che funziona. La speranza c’è, la tocchiamo con mano.
Quanto è importante il digitale per il vostro progetto?
Il digitale ha un ruolo fondamentale. I canali social ci permettono di raggiungere un pubblico
sempre più ampio e di far conoscere il nostro messaggio. Non è un lavoro improvvisato: dietro
ogni contenuto c’è uno studio, una programmazione e una strategia.
Come gestite la comunicazione online?
Abbiamo un piano editoriale curato da Arianna, la nostra responsabile comunicazione. Insieme creiamo progetti e campagne, mentre lei si occupa della gestione dei social media. Inoltre, Riccardo segue da vicino la parte legata al sito web e alle newsletter. È un lavoro di squadra che richiede organizzazione e creatività.
Qual è l’obiettivo della vostra presenza digitale?
Vogliamo presentare alle persone una nuova immagine di mondo, quello che sogniamo e che vorremmo realizzare. Il nostro messaggio è innovativo e all’avanguardia, e i canali digitali sono essenziali per farlo arrivare a più persone possibile.
Avete anche copertura mediatica tradizionale?
Sì, ogni tanto abbiamo avuto servizi TV e articoli su giornali, come i due documentari di Domenico Iannacone. Tuttavia, è difficile mantenere una presenza costante sui media tradizionali, quindi i canali digitali restano il nostro strumento principale.
Quali sono le sfide e i prossimi obiettivi?
Non intendiamo mollare i canali digitali, anzi: ci chiediamo sempre come usarli al meglio per avere un impatto più grande. La sfida è continuare a innovare e coinvolgere sempre più persone.
Capra Libera tutti non è solo un rifugio per animali salvati dallo sfruttamento: è un laboratorio di idee, un luogo che mette in discussione il modello alimentare dominante e propone
un’alternativa etica e sostenibile.
Le sfide sono enormi, ma la speranza c’è, e si vede negli occhi di chi visita il santuario e nelle
storie di chi decide di cambiare
Il cambiamento non è un’utopia: è una scelta, e può partire da ognuno di noi.
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