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Laureati in materie scientifiche? 6 su 10 da Cina e India. Media Ue “stagnante”, ecco i dati dell’Italia

Secondo l’OCSE, nel 2030 il 60 per cento dei laureati in materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) verrà da India e Cina. Che già oggi laureano in queste materie rispettivamente 2,5 e 4 milioni di giovani all’anno. Gli Stati Uniti non arrivano alla metà del risultato cinese, con una quota del 20% sul totale delle lauree, mentre l’India è al 37% e la Cina supera il 40%. Tanto che gli Usa sono il principale importatore di competenze STEM e nei laboratori delle Big Tech americane capita sempre più spesso che si parli mandarino. E nel vecchio continente come vanno le cose? Più di un azienda su due segnala enormi difficoltà nel reperire profili con competenze adeguate, a dimostrazione che il problema non è la mancanza di lavoro ma la carenza di capitale umano, con appena un quarto degli studenti universitari europei che sceglie un percorso tecnico-scientifico. E siccome la percentuale è ferma da oltre un decennio nonostante l’accelerazione imposta dalle transizioni digitale ed energetica, i rapporti più recenti parlano di “stagnazione”, con particolare preoccupazione per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT), che in Ue attraggono solo un quinto degli studenti STEM.

Il 4 febbraio è iniziata in Italia la terza edizione della Settimana nazionale delle discipline STEM, istituita nel 2023 per stimolare l’interesse verso queste materie e tentare di aumentare la quota di iscritti ai corsi universitari dedicati a questi ambiti. L’Education and Training Monitor 2025 per l’Italia, il rapporto della Commissione europea che analizza lo stato dell’istruzione e della formazione, spiega che “la percentuale di universitari iscritti alle discipline STEM è stabile, attestandosi al 25% nel 2023 (25,4 % nel 2017), al di sotto della media Ue del 26,9 % e dell’obiettivo dell’Ue per il 2030 del 32%”. E se in generale le percentuali sono in linea con quelle europee, e altrettanto “stagnanti” nell’ultimo decennio, le cose vanno peggio sul fronte ICT: “Con l’8,8%, la percentuale di studenti STEM iscritti nel settore delle TIC è la più bassa dell’Ue (media del 20,3 %)”. Nel complesso, si legge ancora nel report, “la quota di laureati in discipline STEM per 1.000 abitanti di età compresa tra i 20 e i 29 anni è di 18,5 su 1.000 rispetto alla media Ue di 23 su 1.000”. La conferma la troviamo anche nei dati dell’Istat, che colloca l’Italia al 23esimo posto Ue per competenze digitali dei cittadini, circa dieci punti sotto la media comunitaria.

Secondo il report dell’Osservatorio STEM di Deloitte, le ragioni di questo divario sono da ricercare in barriere culturali e percezioni radicate che allontanano i giovani dalle materie scientifiche prima ancora che possano sperimentarle. Oltre il 50% degli studenti dichiara che la famiglia è il fattore decisivo nella scelta del percorso di studi, spesso veicolando pregiudizi che dipingono le STEM come discipline troppo difficili o adatte solo a certe inclinazioni naturali. Il divario di genere resta una delle criticità più gravi: pur costituendo la maggioranza della popolazione universitaria, le donne rappresentano appena il 32,2% degli iscritti STEM. In Italia, la loro presenza nei corsi ICT scende addirittura al 15,7% (20,3 % nell’Ue). Tanto che ridurre il divario di genere è rientrato tra gli obiettivi del PNRR, con 1,1 miliardi di euro investiti per rendere le discipline STEM più accessibili, a partire dalla scuola dove i competitor asiatici mettono in campo strategie strutturali. Un anno fa la Cina ha avviato un programma per introdurre l’intelligenza artificiale nell’intero percorso educativo, a partire dai materiali scolastici. Fin dalla scuola primaria, con ore dedicate anche a robotica e programmazione, mentre negli istituti di primo e secondo grado è previsto almeno un insegnante con master in ambito STEM. Tutto questo in un sistema scolastico che già mostra performance significativamente superiori nelle competenze matematiche e scientifiche rispetto agli studenti degli altri paesi, italiani compresi, stando alle principali indagini internazionali che valutano i sistemi educativi, come PISA e TIMSS.

Riflessioni che diventano più impellenti nel confronto con i problemi strutturali del nostro Paese, dal quadro demografico drammatico al fatto che l’Italia è al penultimo posto nell’Unione per percentuale di laureati: nel 2024 circa il 31% delle persone tra i 25 e i 34 anni ha conseguito un titolo universitario, contro una media europea che già l’anno precedente era del 43%. C’è poi la continua fuga di laureati verso l’estero. Sono 97 mila i giovani adulti altamente qualificati che hanno lasciato l’Italia tra il 2023 e 2024, attratti da mercati del lavoro più dinamici e remunerativi. Con una popolazione in età lavorativa destinata a contrarsi di 6 milioni di unità entro la metà del secolo, l’incapacità di formare e trattenere competenze STEM rischia di trasformarsi in una crisi irreversibile per la capacità di innovare del sistema produttivo. Per dirla con i monitoraggi prodotti dalla Commissione europea, “la capacità di un Paese di innovare, industrializzare nuove tecnologie e competere sulle catene del valore dipende in modo diretto dalla disponibilità di competenze scientifiche e tecnologiche”.

L'articolo Laureati in materie scientifiche? 6 su 10 da Cina e India. Media Ue “stagnante”, ecco i dati dell’Italia proviene da Il Fatto Quotidiano.

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