Daniele Novara e il futuro dei padri: «Basta papà peluche, date paletti ai figli»
PAVIA. Un tempo fu il “padre padrone”, magari anche con il bastone. Poi si è passati all’estremo opposto, con il “mammo”, il “papà amico”. Colui che Daniele Novara, pedagogista, counselor e formatore, ha soprannominato nel suo ultimo libro “papà peluche”. Ne parlerà venerdì 6 alle 21 al Centro Polivalente Bertotti in via Leonardo Da Vinci 10 a Travacò Siccomario, occasione per presentare la sua opera “Il papà peluche non serve a nulla. ll padre educativo: la nuova figura di cui i figli hanno bisogno” (edizione Bur Rizzoli).
Daniele Novara, proviamo a descrivere questo “papà peluche”...
«È quel che resta dell’arcaico padre-padrone che ha dominato millenni di storia con le sue forme autoritarie e anche violente. Il suo tempo, almeno nel mondo occidentale, è scaduto».
Chi è stato a dare il colpo di grazia al “padre padrone”?
«Due fattori. Il primo è stato il Sessantotto, il secondo il femminismo degli Anni Settanta che ha ribaltato la gerarchia familiare. Due colpi fortissimi che hanno definitivamente messo in ginocchio questa figura atavica e, nel giro di pochissimo tempo, hanno cambiato l’immaginario collettivo».
E a quel punto che cosa è accaduto alla figura del padre?
«È accaduto che è entrata in confusione e la scelta è stata la disperazione, con l’obbligo quasi morale di comportarsi nella maniera esattamente opposta rispetto ai propri antenati. Se costoro erano stati distaccati allora i padri moderni dovevano essere vicini, confidenziali, quasi amici dei figli e servizievoli».
Però anche questo estremo non ha portato a grandi risultati.
«No, entrambe le scelte speculari non hanno funzionato. Perché i figli hanno bisogno di un padre e, direi, anche le madri chiedono questo al loro compagno. Donne incapaci di fidarsi di questi papà e quindi molto propense a mantenere il controllo dei figli anche nell'adolescenza».
E i figli come reagiscono a tutto questo?
«I figli, dopo gli undici anni, sentono particolarmente questa incombenza della mamma e non trovano però nel padre la figura che sa mettere i giusti paletti. Quelli che ci vogliono in un processo di crescita: gli orari di rientro, l'uso dello smartphone, l'impegno nello studio. Questo deve fare il cosiddetto padre educativo».
Tra padre e madre, quindi, deve esserci un “gioco di squadra”. Ma non sempre si riesce.
«L’epoca odierna non è più quella della società di appartenenza, bensì della società narcisistica, nella quale ognuno si rispecchia in se stesso. E allora ogni genitore punta ad avere un rapporto esclusivo con i figli e scoppia una specie di guerra tra loro per accaparrarseli, con un senso di godimento nell'esserci riusciti. In mezzo a questa guerra stanno proprio i figli, che non trovano più il baricentro della propria crescita».
Come uscire da questa conflittualità genitoriale?
«Se ne esce innanzitutto con la consapevolezza che il “papà peluche” non è la soluzione al problema, perché ad esempio non c'è nulla di più sbagliato che lasciare un figlio nel lettone con la mamma e andarsene a dormire sul divano. Bisogna costruire la figura di un padre che non deve semplicemente essere presente come un baby-sitter. I figli devono acquisire un senso giusto di autorità del padre, altrimenti poi scoppia l’emergenza coltelli, come stiamo vedendo; e poi l’anno prossimo che cosa accadrà ancora?»
Quindi ruoli anche ben distinti tra mamma e papà?
«Sì, è un fatto biologico da non eliminare. La mamma, che ha tenuto dentro sé per nove mesi il figlio, sarà sempre più accuditiva del padre. Porto sempre l'esempio del vola-vola, gioco classico che un padre fa verso gli otto mesi del proprio bimbo: lo lancia per aria e lo riprende al volo, sfidando la forza di gravità. Quale padre non ha provato? Ma non ho mai visto una mamma fare altrettanto...».