Dall’Argentina al Canavese: nasce così la storia d’amore e di vino di San Martin
MONCRIVELLO. A Moncrivello, piccolo borgo della provincia di Vercelli, con vigneti sparsi anche in Canavese, a Settimo Vittone, c’è una coppia di ragazzi che qualche anno fa ha deciso di produrre vino. La particolarità è che lei, Julieta Escobar, 36 anni, è argentina, e lui, Alberto Mancusi, 40, è torinese. Adesso sono moglie e marito e insieme hanno creato l'azienda vinicola San Martin, il cui nome rappresenta proprio l'unione di due mondi: l'Europa e il Sud America.
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Come vi siete conosciuti, e com’è nato questo progetto?
«Ci siamo conosciuti per caso nel 2014, perché entrambi lavoravamo nello stesso ristorante argentino a Rivoli. Io sono di Mendoza ed ero arrivata a Torino per fare un master in disegno di strutture sceniche. Insomma ero qui per fare tutt’altro – esordisce Julieta, poi continua Alberto –. Io sono torinese. Da sempre appassionato di vino mi sono iscritto molto tardi a Enologia, anche se purtroppo non ho terminato gli studi perché ho cominciato a lavorare. E proprio mentre lavoravo in cucina a Rivoli ho incontrato Julieta. Al terzo anno ho conosciuto Alessandro, mio compagno di corso e titolare dell'azienda La Campore, di Caravino, che mi ha proposto di fare uno stage. Da lì ho cominciato e non sono più andato via». «A volte la vita prende una piega inaspettata – prosegue Julieta –. Mentre lui lavorava da La Campore abbiamo iniziato a pensare a un'aziendina nelle Langhe, ma ovviamente è stato impossibile. Stessa cosa per la Toscana. Poi gli hanno offerto un piccolo vigneto di Erbaluce in affitto ed eccoci qui. Ed entrambi del Canavese sapevamo poco o niente».
Lei era già appassionata di vino?
«Mendoza è la terra del sole e del buon vino, tutto gli gira attorno, un po' come nelle Langhe. Mia mamma lavorava in un’azienda che si occupa di export di vino, quindi in qualche modo ci sono sempre stata. Però mai avrei pensato che sarei finita a lavorarci». «Tra il 2015 e ‘16 abbiamo vissuto ad Alba e nel ‘17 ci siamo trasferiti a Moncrivello, dove abbiamo la sede, che abbiamo rimesso a posto durante la pandemia. Poi abbiamo preso altri terreni a Settimo Vittone, riuscendo ad ampliarci un po’», dice Alberto.
Da cosa deriva il nome San Martin?
«È tutto merito di Alberto. Un giorno ero a Milano per lavoro, mi chiama e mi dice che ha aperto l'azienda e ha già deciso il nome. San Martin è il generale che liberò l'Argentina, il Cile e il Perù dalla dominazione spagnola. Ma ancor di più perché mio padre è uno storico dell'associazione San Martin che ne racconta le gesta». «Il suo motto era “Serás lo que debas ser, o no serás nada” (sarò quello che dovrò essere o non sarò nulla, ndr). L’ho trovato perfetto per noi. E poi San Martino cade l'11 novembre, giorno storicamente legato al pagamento dell'affitto agrario. E anche questo mi è sembrato coerente con la nostra storia», prosegue Mancusi.
Si è mai pentita della sua scelta?
«Il Canavese è un posto molto bello e incredibilmente pieno di argentini. A volte è difficile nei rapporti tra le persone, nelle amicizie, ma mi sembra che questo succeda in tutto il Piemonte. Rifarei questa scelta al 100%, perché adoro lavorare nella natura, amo la montagna e amo questo lavoro».
Cosa vuol dire per voi essere vignaioli nel Canavese? «Ci sono delle idee dietro a chi produce vino. Le aziende non le crei solo per guadagnare, ma per lasciare qualcosa di bello a chi verrà dopo. E noi siamo importanti per quella sorta di processo di recupero e rinnovamento di questa architettura montana che dura da secoli. Questo territorio ha enormi potenzialità a livello turistico, purtroppo siamo ancora un po’ carenti come strutture, al contrario di altre zone del Piemonte. Quindi il nostro obiettivo non sarà solo produrre, ma anche creare un circuito di cultura sempre più ampio per gli appassionati».
Come siete strutturati come azienda?
«Oggi abbiamo poco meno di 3 ettari vitati, tra Erbaluce Docg, Nebbiolo e Canavese Doc a Moncrivello, e qualcosa a Torre Daniele, a Settimo Vittone. Abbiamo le potenzialità per ingrandirci, grazie anche al cambio generazionale, ma vedremo come e quando e se ci saranno degli aiuti dalla Regione, soprattutto nella zona di Settimo Vittone, dove è tutto da impiantare. E, come sappiamo, la viticoltura montana è tutta un'altra storia rispetto a quella tradizionale. La produzione dipende dalle annate, dalle 6-7mila bottiglie quando la raccolta non è abbondante, fino alle 10mila negli anni generosi. Ovviamente ce ne occupiamo direttamente noi. E anche Julia ha imparato a potare, a gestire e a curare le vigne. Da solo non avrei mai potuto farcela».