Auto, la mossa a tenaglia di Pechino tra Messico e Stati Uniti per aggirare i dazi di Trump
Potrebbe diventare una sorta di “manovra a tenaglia” quella che l’industria dell’auto cinese si appresta a fare nel nuovo continente: da un lato l’assalto al Messico, per proiettare i prodotti del Dragone sull’America Latina (e non solo); dall’altro un possibile avvio di produzioni su suolo statunitense, utile per aggirare i dazi dell’amministrazione Trump e caldeggiato persino da uno storico colosso dell’automotive a stelle e strisce. Ma andiamo con ordine.
L’arrivo dei cinesi in Messico è legato al piano di ristrutturazione della giapponese Nissan che, per tornare a far quadrare i conti, chiuderà i battenti di diversi stabilimenti, fra cui quello di Aguascalientes: in pole position per la sua acquisizione ci sarebbero BYD e Geely (che avrebbero superato le offerte delle connazionali Chery e Great Wall Motor), in piena fase di espansione internazionale. E a cui, evidentemente, fa gola poter mettere un piede in Messico, architrave della produzione industriale dei Paesi sudamericani e con un indotto locale altamente specializzato. Oltretutto, la fabbrica di Aguascalientes rappresenta un “boccone prelibato”: l’impianto, infatti, non ha nemmeno 10 anni di vita e può vantare una capacità produttiva annua di 230 mila veicoli. E Nissan ha già fatto affari coi cinesi, cedendo lo stabilimento sudafricano di Rosslyn alla Chery.
A ostacolare, politicamente, lo sbarco dei costruttori della Repubblica Popolare in Messico potrebbero essere le pressioni della Casa Bianca, a cui molto probabilmente non va affatto a genio l’idea di ritrovarsi i cinesi in quello che considerano il loro “cortile di casa”. Fattore che potrebbe influenzare il governo messicano – che, per compiacere Washington, ha istituito dazi del 50% sulle auto Made in China importate; spingendo probabilmente i cinesi a sbarcare in Messico per aggirare le tariffe – a dirottare la vendita del polo di Aguascalientes verso altri acquirenti.
Anche se, a ben vedere, il “cavallo di Troia” di Pechino potrebbe essere la nascita di joint venture sino-americane per fabbricare vetture cinesi negli States: a benedire la possibile opportunità è niente meno che l’americanissima Ford. Secondo quanto riportato da Bloomberg, il Ceo dell’Ovale Blu, Jim Farley, avrebbe già sondato il terreno con l’amministrazione Trump: l’idea sarebbe quello di agevolare a livello normativo possibili produzioni cinesi su suolo yankee. In particolare, si parla della creazione di joint venture di cui le aziende statunitensi detengano la quota di maggioranza, sulla falsariga di quanto imposto da Pechino ai costruttori occidentali che negli ultimi 30 anni hanno costruito automobili nella Repubblica Popolare.
Insomma, un vero e proprio déjà vu, anche dal punto di vista degli intenti: se la strategia del governo di Pechino era di acquisire know-how industriale in cambio di manodopera locale (a bassissimo costo), quella degli americani sarebbe di beneficiare della tecnologia dell’auto elettrica cinese, giudicata da Farley (che già da tempo ammicca a Xiaomi) imbattibile in termini di costi e innovazione, con l’ulteriore beneficio – di interesse per la Casa Bianca – di proteggere mercato, industria e occupazione nazionale. Anche se ci sono due scogli non indifferenti da superare: la diffidenza di Washington per i prodotti ad alta tecnologia cinesi, che potrebbero costituire una spina nel fianco per la sicurezza americana; inoltre, bisognerà capire se e quanto del loro know-how sarebbero eventualmente disposti a cedere i costruttori cinesi a quelli americani.
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