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“Le porte di sicurezza dovevano restare chiuse”, la testimonianza dell’addetto alla sicurezza che sentì parlare Jessica Moretti

Proseguono le indagini degli inquirenti svizzeri sul rogo del bar Constellation di Crans-Montana. A scandire un nuovo capitolo nell’inchiesta sulla tragedia di Capodanno – 41 morti e oltre 100 feriti di cui moltissimi ancora ricoverati – è la testimonianza di chi quella notte era davanti agli ingressi del locale. Davanti agli investigatori della polizia di Sion, Jankovic Predrag, addetto alla sicurezza del locale che ha ricostruito le disposizioni ricevute nelle ore precedenti all’incendio. Dichiarazioni che, come in altri e da parte di altri testimoni, sono in contrasto con quelle dei due principali indagati i coniugi Jacques e Jessica Moretti.

“Le porte dovevano rimanere chiuse”

Secondo quanto riferito, l’indicazione data al personale era chiara: le due porte di sicurezza dovevano restare chiuse, consentendo l’accesso e l’uscita esclusivamente dall’ingresso principale. Una scelta che, in condizioni normali, avrebbe potuto rispondere a esigenze di controllo degli accessi e sicurezza interna, ma che si è rivelata fatale nel momento in cui il fumo e le fiamme hanno invaso il seminterrato. Moltissimi corpi delle vittime sono stati trovati accatastati ai piede della scala. “Ho sentito parlare Jessica con i suoi collaboratori – ha raccontato agli inquirenti – dicevano che le porte dovevano rimanere chiuse”. Una frase che ora pesa come un macigno nell’economia dell’indagine, anche perché i due indagati nei loro interrogatori hanno fornito una versione completamente diversa.

Gli investigatori stanno cercando di capire se quella disposizione fosse una prassi consolidata del locale nelle serate di grande affluenza o una decisione specifica per la notte di San Silvestro, quando il club era particolarmente affollato. Altro nodo cruciale sarà accertare se, allo scoppio dell’incendio, qualcuno abbia tentato di aprire le uscite di emergenza e se queste fossero immediatamente fruibili o ostacolate da blocchi, personale o altre condizioni operative. Il racconto del buttafuori contribuisce a confermare la criticità nella gestione dell’evacuazione. In situazioni di panico, la disponibilità di più vie di fuga rappresenta un fattore determinante per ridurre il numero delle vittime. Se le uscite secondarie non fossero state accessibili nei primi istanti dell’emergenza, il tempo perso potrebbe aver inciso in modo drammatico sulle conseguenze del rogo.

I controlli e i materiali infiammabili

Parallelamente, resta sotto la lente la questione dei pannelli fonoassorbenti applicati al soffitto del seminterrato, ritenuti altamente combustibili e responsabili della rapidissima propagazione delle fiamme. Il capo dei vigili del fuoco di Crans-Montana, David Vocat, ascoltato dagli inquirenti perché aveva partecipato a un’ispezione del locale nel 2018, ha chiarito che il suo controllo riguardava esclusivamente aspetti antincendio e non l’analisi dei materiali interni. “Non è affatto il mio lavoro”, ha dichiarato, spiegando che le sue competenze si concentrano su rischi per i soccorritori e nuove tecnologie, non sulla composizione dei rivestimenti degli edifici.

L’inchiesta italiana e la parte civile

Anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla tragedia. Nei prossimi giorni verranno analizzati i contenuti dei cellulari sequestrati alle vittime, alla ricerca di immagini, video e chat che possano aiutare a ricostruire con precisione la dinamica dei fatti. Sul fronte istituzionale, il Consiglio regionale della Regione Lombardia ha approvato all’unanimità una mozione che impegna la giunta a valutare la costituzione come parte civile nel procedimento penale in Svizzera e a istituire un fondo di sostegno per le vittime e i sopravvissuti.

L'articolo “Le porte di sicurezza dovevano restare chiuse”, la testimonianza dell’addetto alla sicurezza che sentì parlare Jessica Moretti proviene da Il Fatto Quotidiano.

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