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Il giudizio della Crusca e l’accortezza dei testi di Sanremo

Che il Sanremo di Carlo Conti sia più tradizionale e conforme alla vecchia scuola è risaputo, ma in questa edizione la prudenza è mantenuta anche nei testi delle canzoni in gara, e a confessarlo all’Ansa è Lorenzo Coveri, professore ordinario di Linguistica Italiana nell’Università di Genova e Accademico corrispondente dell’Accademia della Crusca. 

Tra i suoi interessi scientifici ci sono la dialettologia e la sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, ma è particolarmente attento anche alla comunicazione giovanile e al linguaggio dei media, annoverandosi così tra i massimi studiosi della lingua della canzone italiana. E da qualche anno a questa parte non manca di interessarsi proprio ai testi del più grande Festival della Canzone Italiana.  

Tra quelli proposti per l’edizione 2026, ammette che nessuno in particolare l’abbia entusiasmato. Spesso mancano di originalità, tra chi gioca con le rime facili monosillabiche (sai:fai, me:te) e chi recupera la tematica classica novecentesca di rivolgersi a una seconda persona non precisata, probabilmente un amante. Forse un po’ della tradizione della canzone d’autore resta nel rap, ma in generale “non c’è grande trasgressione – ammette Coveri – anche le Bambole di Pezza, che sulla carta promettevano molto con il loro punk rock, hanno un testo tranquillo”.

Oltre a qualche parola straniera in inglese o francese (“baby” o “voilà”), un elemento interessante lo studioso lo annovera all’intertestualità dei testi: “ci sono tantissime citazioni di canzoni, da Andamento lento Resta con me”. Quest’anno riecheggiano Battisti, Battiato e De Gregori in testi che sono firmati quantomeno da una lista più varia di persone, al contrario dell’edizione precedente in cui “dietro i brani c’erano sempre le stesse firme, in continuo scambio”. In generale, il giudizio di Lorenzo Coveri è che le canzoni proposte per il Festival 2026 sono in linea con il Sanremo di Carlo Conti, “prudente, medio, normalizzato, che non vuole spaventare nessuno, senza picchi in alto né in basso”. Il tono con cui lo studioso dà i voti alle canzoni si mantiene, comunque, ironico, perché alla fine l’intento del Festival è quello di mantenersi leggeri e, del resto, “le canzoni che dovranno avere successo, l’avranno”.

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