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Scosse elettriche, fame forzata, genitali legati con fascette di plastica: il racconto dei giornalisti detenuti nelle carceri israeliane

We returned from hell, “siamo tornati dall’inferno”. Con questa lapidaria dichiarazione il Committee to Protect Journalists (CPJ), organizzazione non profit indipendente che promuove la libertà di stampa in tutto il mondo, apre il suo rapporto speciale sulla condizione dei giornalisti palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Un racconto corale delle violenze subite da 59 giornalisti palestinesi, rilasciati dalla custodia israeliana tra il 7 ottobre 2023 e il 30 gennaio 2026 e intervistati sin da allora dal Comitato, su 94 giornalisti e un operatore media palestinesi detenuti. Ad oggi, 30 di loro risultano ancora in custodia, mentre degli altri 6 rilasciati cinque hanno declinato la richiesta del CPJ di testimoniare per paura di ritorsioni. Uno, Ismail alGhoul, è stato ucciso in un raid aereo israeliano. Numeri che non stupiscono: secondo il censimento di CPJ sui prigionieri dello scorso anno, dal 2023 Israele si posiziona ai primi posti nell’elenco dei principali carcerieri di giornalisti a livello mondiale. Dato che riporta sul tavolo la discussione, mai realmente sopita, sulla libertà di stampa e i mezzi a sua tutela, soprattutto dopo il 7 ottobre 2023.

Negligenza medica, fame forzata, violenza sessuale, minacce, compongono un quadro alla “Guernica” di quanto vissuto dai giornalisti intervistati, la maggioranza dei quali trattenuta senza accuse formali o, solo in 10 casi, con accuse di incitamento, attività anti-statali o favoreggiamento del terrorismo. “Questi non sono incidenti isolati. In decine di casi, il CPJ ha documentato una serie ricorrente di abusi diretti contro i giornalisti a causa del loro lavoro. Essi rivelano una strategia deliberata per intimidire e mettere a tacere i giornalisti, distruggendo la loro capacità di farsi testimoni. Il persistente silenzio della comunità internazionale non fa altro che favorire tutto questo”, ha denunciato Sara Qudah, Direttrice Regionale CPJ.

Tenuti bendati in stanze dove musica ebraica e inglese si diffondono a un volume tale da rendere impossibile il sonno o accompagnati h24 da un incessante latrato di cani per aumentare la paura. Ogni volta che perdeva conoscenza, ha riportato il giornalista palestinese Abdel Aal, i soldati lo svegliavano con una scossa elettrica o un colpo. Un altro testimone, che ha scelto l’anonimato, ha raccontato che i soldati gli hanno legato i genitali con fascette di plastica e lo hanno picchiato finché le lesioni non gli hanno reso impossibile urinare senza tracce di sangue: “Mi hanno detto che non sarei più stato un uomo”. Violenze mutevoli nella forma e variabili nell’intensità a seconda della struttura detentiva, dalle “disco room” allo “strappado”, per un metodo carcerario collaudato che l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem non esita a descrivere una “rete di campi di tortura”.

Nel report il CPJ precisa che il termine “tortura” è stato utilizzato per riflettere il linguaggio scelto dai testimoni e dalle organizzazioni per i diritti umani, senza esprimere un giudizio legale. Vale tuttavia la pena ricordare che secondo l’Art.1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, ratificata anche dallo stesso stato di Israele, “il termine tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito”. Il report del CPJ si accompagna a materiale fotografico e video che mostra chiaramente le drammatiche trasformazioni dei giornalisti al momento del rilascio, con volti scavati e costole sporgenti, segni di scabbia e ferite da percosse a riprova degli abusi e delle deprivazioni fisiche a cui sono stati costretti.

In risposta alle denunce dei giornalisti e alle richieste del CPJ di commentare le accuse, l’esercito israeliano ha richiesto numeri identificativi e coordinate geografiche che “il CPJ non raccoglie né fornisce”. Il Servizio Carcerario Israeliano (Ips) ha invece dichiarato che “tutti i prigionieri sono detenuti a norma di legge” e che “tutti i diritti fondamentali sono pienamente garantiti da guardie carcerarie professionalmente addestrate”, aggiungendo di non essere a conoscenza che eventi come quelli denunciati si siano mai verificati.

L'articolo Scosse elettriche, fame forzata, genitali legati con fascette di plastica: il racconto dei giornalisti detenuti nelle carceri israeliane proviene da Il Fatto Quotidiano.

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