Giulio Regeni, oggi a Pavia il docufilm “Tutto il male del mondo”
PAVIA. A dieci anni dalla tragica scomparsa del ricercatore Giulio Regeni, il Collegio Borromeo propone oggi giovedì 26 febbraio – con inizio alle 17 – la visione del documentario “Tutto il male del mondo” (Ganesh Produzioni e Fandango, 2026, durata 100 minuti) seguito dal dialogo tra il regista Simone Mainetti e Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni e docente del laboratorio “Indivisibili: l’essenza dei diritti umani. A civic skill” nell’ambito del progetto collegiale non residente aperto a tutti gli studenti dei corsi di laurea triennale e magistrale dell’Università di Pavia. L’appuntamento è l’occasione per inaugurare il corso “Medicina, equità, diritti”.
Giulio Regeni era un dottorando italiano dell'Università di Cambridge, rapito a Il Cairo il 25 gennaio 2016, giorno del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, e ritrovato senza vita il 3 febbraio successivo nelle vicinanze di una prigione dei servizi segreti egiziani. Il corpo presentava evidenti segni di tortura, al punto che la madre lo riconobbe «dalla punta del naso» e disse di aver visto nel volto martoriato del figlio «tutto il male del mondo».
Da qui la scelta del titolo del documentario, che offre un contributo fondamentale per non dimenticare e per sostenere la ricerca di giustizia: “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” è infatti il primo documentario che ricostruisce la verità giudiziaria sul sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano ritrovato ucciso nei pressi del Cairo il 3 febbraio del 2016. A raccontare la storia di Giulio, per la prima volta, sono i suoi genitori, Claudio Regeni e Paola Deffendi. Un padre e una madre che per arrivare alla verità hanno sfidato la dittatura militare di Abdel Fatah al-Sisi. Accanto a loro, la testimonianza esclusiva di Alessandra Ballerini, l’avvocato che li ha assistiti nella lunga battaglia legale che nel 2023, a distanza di otto anni dalla scomparsa di Giulio, ha portato al processo contro quattro agenti della National Security egiziana. Iniziato nella primavera del 2024, il processo andrà a sentenza entro la fine del 2026.
«Il titolo del documentario nasce appunto per sottolineare una delle dichiarazioni più forti fatte dalla mamma di Giulio – spiega il regista Mainetti – ma in quella frase ritroviamo anche il senso di quel male sistemico che si presenta quando i diritti civili non vengono più rispettati e la violenza diventa l’unico metodo di discussione».
In merito ai criteri seguiti nella realizzazione del documentario Mainetti aggiunge che «sono volutamente aderenti a una struttura molto rigorosa e semplice, in cui allo spettatori sono proposti tutti i passaggi affidandoci solo al processo e ai genitori, gli unici che davvero hanno titolo a parlare. Tutto il resto – opinioni e punti di vista – restano sospesi lasciando allo spettatore ogni giudizio. Ciò che tengo a sottolineare è che si tratta di un film, ma anche di un atto di cittadinanza attiva, il nostro modo per contribuire a non dimenticare quella che non è solo la storia di un ragazzo e della sua famiglia ma di tutti noi».
Nel restituire i fatti, il documentario chiama in causa diversi esponenti politici italiani e le loro promesse non mantenute, illumina gli equilibrismi tra corso delle indagini e relazioni diplomatiche dettati da interessi economici nel Mediterraneo. —