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“Dovevo fare le foto per la copertina e mi dovevo buttare a peso morto su un materasso. Sono precipitato e mi sono mezzo aperto dietro la testa”: Tredici Pietro a Sanremo con L’Uomo che Cade

Tredici Pietro, il figlio di Gianni Morandi (è ancora necessario ricordarlo?), si esibirà al Festival di Sanremo sulle note del brano “Uomo che Cade”. Il titolo, purtroppo per Pietro, oltre che metaforico, si è rivelato essere una dolorosa realtà. Infatti, “durante lo shooting per la copertina del pezzo – ha raccontato il rapper a “Supernova” -, mi ritrovo su questa scala alta 1,5/2 metri e poi mi dovevo buttare ad angelo, a peso morto, su un materasso. C’era un acrobata che mi seguiva e mi spiegava come fare le cose. Non ho firmato nessuna liberatoria, quindi potrei intentare cause all’acrobata (ride, ndr). Sono precipitato e mi sono mezzo aperto dietro la testa”. Nella sfortuna e nel dolore, il rovescio della medaglia è che “la ripresa dello scatto” in questione è una delle migliori. “Però – ha continuato Pietro – non c’è la ripresa video, né annesse bestemmie che ho detto off-camera”.

Il brano sanremese “parla del fatto che non esiste punto d’arrivo né punto di partenza, ma esiste solo il percorso ed è importante goderselo. Nasciamo e moriamo, ma non ci accorgiamo né di una né dell’altra cosa. Tutto il resto va colorato”. Nella canzone del rapper si parla di “percorso”, senza che se ne consideri però l’inizio o la sua fine. Ma la domanda è: dove e quando è nato il “Pietro artista”? Tutto ha avuto inizio in un parchetto a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna quando, in un pomeriggio apparentemente come gli altri, un amico di Pietro gli aveva dato l’idea di mettere il numero “Tredici” davanti al suo nome d’arte. Il motivo? Perché tredici sarebbe il numero dei suoi più cari amici.

GLI INSULTI PER “L’ASSOCIAZIONE CON MIO PAPA’” E LA SINDROME DELL’IMPOSTORE

Pietro, a differenza di quanto si possa (anche comprensibilmente) credere, non è mai stato un “figlio di papà”. E il merito è sia dello stesso artista che, ovviamente, dei suoi genitori, Gianni Morandi ed Anna Dan. “Ho sempre cercato di fare e di non chiedere mai nulla ai miei genitori. Ho lavorato al supermercato, come cassiere e portapizze”, aveva rivelato più di sei anna fa a Fanpage.it. “Il mio sogno era quello di potermi almeno giocare la possibilità di lavorare nel campo della musica. Piano piano dimostreremo quello che dovremo dimostrare. Stupiremo chi dovremo stupire”, aveva detto da ventunenne. Ora gli anni di Pietro sono 28 e, quella previsione a medio/lungo termine, si sta sempre più avverando.

Le prime tracce del rapper sono uscite sette anni fa e “mi sono preso una bella marea d’insulti perché c’era l’associazione con mio papà e all’inizio questa roba non la sapevo gestire”, aveva ammesso Tredici Pietro. “Sono diventato famoso come ‘figlio di’ e si sono accesi i riflettori (…). Inizialmente non sapevo come percepirmi. Non sapevo se fossi bravo o se lo ero per il mio nome (…). Da qui la sindrome dell’impostore che per fortuna, via via, si è affievolita fino a che è sceso l’interesse mediatico su di me e avevo meno occhi addosso. Magari facevo dei numeri più piccoli, ma erano ‘veri’”, aveva dichiarato a FqMagazine. E, a proposito di numeri, “Ho la fortuna di avere più pubblico reale, rispetto a quello di TikTok (…). Da una parte non sono stato accolto dalla scena, ma dall’altro non mi sono nemmeno associato io. E questa cosa mi ha permesso di rimanere nel mio mondo. E così quando vedi Tredici Pietro, comprendi che non è etichettabile. Mi gasa essere sulla mia strada e di non dipendere dall’hype associativo con altri”, aveva detto l’artista al canale YouTube di esse.

IL LETTINO DELLO PSICOLOGO È IL NUOVO PANTHEON

Ad aprile 2025 era uscito il disco “Non Guardare Giù”. “Il titolo (…) racchiude proprio il nostro momento, cioè quello che facciamo noi spesso quando ci arriva davanti la notizia dei 350 persone morte sulla Striscia di Gaza. L’istinto ci porta a spegnere la tv e a non guardare giù. Questo accade perché vogliamo vedere solo la nostra vita e occuparci delle nostre cose. È un momento difficile perché sarebbe da scendere in piazza, giù tutti insieme, a fare la rivoluzione. Però ci si blocca perché abbiamo pensieri e preoccupazioni come ad esempio: c’è da pagare prima l’affitto”, aveva dichiarato a FqMagazine.

E ancora: “Il cambiamento parte dal singolo (…). Quello che posso fare io è lanciare la pietra e lanciare la provocazione però ci deve essere qualcuno che la prenda. Poi sono tutti discorsi metaforici, poco pratici, in un momento in cui abbiamo tutti delle priorità di un altro tipo. Qui parte anche un po’ di incoerenza perché non sai come c***o cambiare le cose! Io mi ritrovo senza soluzioni, ma non voglio nemmeno essere quello che dice ‘dobbiamo cambiare’”, aveva proseguito. E sulla Generazione Z: “Vedo un disagio enorme, un’incapacità di azione perché appunto ci ritroviamo qua a dire ‘io so che c’è da fare la rivoluzione, ma come?’ (…). Siamo come congelati: se i nostri genitori si sono comprati la casa facendo anche meno cose rispetto ad oggi…Noi dobbiamo cercare di comprare la casa facendo i miracoli. Quindi come la facciamo la rivoluzione? Prima comprati casa, poi si vede”.

Qual è il rapporto che, secondo Pietro, lega la Generazione Z con la politica e le istituzioni? “Siamo una generazione molto poco politica, facciamo musica poco politica. Ma non è che non siamo attenti politicamente, è che abbiamo altre priorità, quindi tutto il resto passa in secondo piano. Ho votato in passato, ma è anche successo che non ci andassi a votare. Me ne sono vergognato perché bisogna andare, piuttosto meglio lasciare scheda bianca. Però mi chiedo anche chi dobbiamo votare se non ci informiamo e non abbiamo nemmeno l’interesse per informarci”. Inoltre, “se c’è una cosa che abbiamo tutti in comune della nostra generazione è che alle istituzioni per come sono adesso non crede più nessuno – ha aggiunto, sempre a FqMagazine -. Nessuno crede delle forme di istituzioni tradizionali. Ho letto del sondaggio della Bocconi dei ragazzi che votano a Destra e vogliono ‘l’uomo forte’. Pensa un po’. (…) i miei pari non hanno per fortuna il mito dell’uomo forte. Però in giro la vediamo questa distorsione della memoria storica e di attenzione. L’unica soluzione che mi sembra plausibile è violenta. Ci vuole un bello schiaffone per creare uno scossone che risvegli dall’intorpidimento in cui stiamo vivendo”.

Per Tredici Pietro, la psicologia è la nuova religione: “Quella dello psicanalista oggi sembra essere la verità assoluta, siamo in una posizione simile a quella di un prete, ambasciatore di Dio in terra. C’era un luogo, era la Chiesa, il luogo del giusto e dello sbagliato. Dallo psicologo, visto come figura assoluta, esistono verità assolute. Lo psicologo, è quasi una provocazione, sembra abbia sostituito la Chiesa. Il lettino nello studio è quel luogo dove tu metti tutto te stesso la tua verità e dove si espiano i peccati. È il nuovo pantheon. Oggi usciamo dallo psicologo ognuno con la sua storia risollevati e senza un peso dentro (…). Lo psicologo dovrebbe essere un servizio a disposizione per tutti e non a pagamento, non tutti possono permettersi 70 o 100 euro a seduta. Abbiamo un sistema sanitario che permette ai medici di prendere uno stipendio statale importante, andrebbe dato uno stipendio statale importante agli psicologi, perché sono figure fondamentali”, aveva dichiarato il rapper.

GLI PSICOFARMACI E LA GRANDE RINASCITA

Il periodo antecedente alla pubblicazione di “Non Guardare Giù”, è stato tutt’altro che roseo per il figlio di Gianni Morandi. In un’intervista a “Il Messaggero”, Tredici Pietro aveva rivelato di aver abusato di psicofarmaci. “Non la cocaina, che in realtà non mi ha mai attratto, anche se la cito nel pezzo. E neppure le droghe in generale”. L’artista avrebbe fatto un “mischione” tra medicinali e psicofarmaci, ma senza entrare troppo nei particolari. A Milano, “bisogna essere fighi a tutti i costi, seguire le mode, farsi vedere sempre. Banalmente, non ci si può prendere un anno di tempo per fare un disco. Sono andato in tilt e ho cominciato ad avere comportamenti autolesionistici”. Pietro, come riportato anche da Today, non avrebbe mai avuto pensieri suicidi, però si faceva “male usando sostanze”. “Mi ero trasferito da Bologna a Milano. Non solo per lavoro, ma anche per vivere insieme alla mia ex ragazza. È andato tutto male, però. La relazione è finita. E a Milano mi sono perso. Mi sentivo uno sfigato”.

Ed è proprio quando si tocca il fondo che, molto spesso, si riesce a risalire (alla grande). È ciò che ha fatto anche Pietro che, dopo un bel disco, ha duettato con Fabri Fibra in “Che Gusto C’è”, uno dei brani più piacevoli da ascoltare durante l’estate 2025 e, inoltre, ha registrato sold out nel tour che lo ha portato ad esibirsi nei club di Bologna, Roma e Milano. Quella di Tredici Pietro è una favola partita dal basso. Una storia che poteva avvalersi di diversi escamotage ma che, invece, è frutto di una lunga gavetta artistica. Talent esclusi, anche perché “Non ho mai pensato di partecipare ad un talent. Non penso sia una via sana per raggiungere quello che voglio – aveva detto all’Adnkronos -. Avrei dovuto cantare ed interpretare parole di altri, ma io principalmente scrivo”. E sì, questa dichiarazione trasuda rap.

All’artista, che nella serata delle cover si esibirà con Galeffi, Fudasca e band sulle note di “Vita” (Lucio Dalla e Gianni Morandi), ci sentiamo – senza alcun tipo di presunzione ma, anzi, con un velo di ironia, che durante la kermesse potrà solo che portare bene – di dare un piccolo consiglio. Ovvero di fare l’opposto rispetto al titolo del suo ultimo disco, “Non guardare giù”. Serve prestare molta attenzione alle temute scale dell’Ariston. La sfortunato volo durante lo shooting prefestival è già stata fatto. Uomo avvisato mezzo salvato.

L'articolo “Dovevo fare le foto per la copertina e mi dovevo buttare a peso morto su un materasso. Sono precipitato e mi sono mezzo aperto dietro la testa”: Tredici Pietro a Sanremo con L’Uomo che Cade proviene da Il Fatto Quotidiano.

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