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Bill Gates, il lato oscuro del genio

Ad attenderlo in platea lo scorso 19 febbraio c’erano il primo ministro indiano Narendra Modi, il presidente Emmanuel Macron e altri leader internazionali. All’improvviso, però, Bill Gates si è rifiutato di intervenire, cancellando la sua attesissima partecipazione al vertice mondiale sull’Intelligenza artificiale, il più importante evento globale sull’Ia. L’ufficio stampa della sua fondazione ha diffuso una nota annunciando che «dopo un’attenta considerazione, per garantire che l’attenzione rimanga sulle priorità chiave del vertice, il presidente non terrà più il suo discorso».

Nessun riferimento specifico, ma a tutti è parso chiaro che la clamorosa diserzione sia stata determinata dall’ultimo, mastodontico rilascio di documenti sul faccendiere pedofilo Jeffrey Epstein da parte del dipartimento di Giustizia americano (Doj): 3,5 milioni di files, 2 mila video e 180 mila foto che vedono Gates coinvolto molto più di quanto non sia emerso negli anni, a dispetto delle dichiarazioni del miliardario filantropo, che ha sempre sostenuto che i suoi incontri con Epstein fossero finalizzati esclusivamente a raccogliere fondi «per la filantropia e la salute globale». Salvo poi ammettere, mercoledì scorso davanti al suo staff, di aver avuto rapporti col pedo-finanziere anche dopo la sua prima condanna, di aver avuto relazioni extra-coniugali ma di non sapere nulla dei comportamenti criminali di Epstein. Paradossalmente, è vero: perché non era di donne che parlavano i due. Le carte che intaccano pesantemente la reputazione del fondatore di Microsoft non sono poche: 122 files, 205 riunioni e cene con Epstein, 93 appuntamenti informali, 138 thread su progetti di business. Si parte dagli scambi che riguardano la sua vita personale, implicitamente corroborati dalle parole della ex moglie del miliardario, Melinda French Gates, che recentemente ha dichiarato che la frequentazione di Bill con Epstein è stata «una delle cause principali del loro divorzio».

I file ci hanno regalato una chicca gossip su Bill che, oltre a «descrivere il suo pene» (così scrive Epstein), avrebbe contratto una malattia venerea dopo un rapporto sessuale con una giocatrice di bridge russa: l’imprenditore, che ha prima negato e poi confermato le relazioni extraconiugali, avrebbe addirittura tentato di somministrare di nascosto antibiotici alla moglie. Ma nei dossier che lo riguardano, il re dei nerd ed Epstein non parlano di donne né di filantropia bensì di fondi di investimento, pagamenti e rimborsi. L’assistente del pedofilo, Lesley Groff, organizza la logistica del papà di Microsoft e i suoi spostamenti nelle proprietà del predatore sessuale. Larry Cohen, responsabile della pianificazione del tycoon tech, scambia centinaia di thread con il faccendiere per parlare di progetti di business che coinvolgono l’imprenditore di Seattle, per capire come «fare soldi» (cit.) con la beneficenza, per esempio trasformando la pandemia in un modello di business e il Fondo globale per la salute nel progetto più redditizio di Gates. Alla luce della sua recente, seppur parziale, confessione, Bill con buone probabilità – dopo aver firmato un accordo legale l’8 agosto 2013 che garantiva al faccendiere pedofilo l’accesso al suo ufficio privato (bgc3) e alle società affiliate – era stato ricattato da quest’ultimo. Com’è potuto accadere? Epstein aveva legami con ambienti finanziari, politici e forse di intelligence; attraverso la sua intermediazione, Gates puntava a operare nell’ambito di una struttura d’influenza più ampia. Parte del budget generato dal Fondo globale architettato dall’ex trader sarebbe addirittura servita a finanziare una “rete di sorveglianza” in Pakistan. Altro che “filantropia”.

Le carte di Epstein hanno dunque acceso un faro su ciò che a tutti gli effetti può essere definito come il “sistema Gates”: quello che ha permesso a uno dei re dell’informatica di consumo di essere per 18 anni l’uomo più ricco del mondo, raccogliendo un patrimonio stimato oggi in 124 miliardi di dollari (Fortune, dati 2026). Un sistema incentrato proprio sulla reputazione: nato nel 1955 a Seattle, nello Stato di Washington, da una famiglia di classe medio alta, ben inserita nel tessuto sociale ed economico della città (il padre, William H. Gates II, era un avvocato di spicco, la madre, Mary Maxwell, era docente universitaria), già a 13 anni alla Lakeside School, una delle scuole private più prestigiose ed esclusive in città, comincia a studiare il mondo dei personal computer guadagnandosi le prime attestazioni di “enfant prodige”.

Nel 1973 va a studiare matematica ad Harvard ma lascia dopo due anni e nel 1975, insieme con il suo amico e socio Paul Allen, fonda Microsoft, diventando il pioniere della rivoluzione dei computer. Le azioni salgono e nel 1987 Gates diventa, a 32 anni, il più giovane miliardario del mondo. L’opinione pubblica lo vede come un “geek”, super intelligente ma anche molto ingenuo, felice di raccontare ai giornalisti che sua madre gli sceglie ancora i vestiti. Nel corso degli anni Novanta, però, la reputazione comincia a offuscarsi: le sue spietate pratiche commerciali, le accuse di aver rubato idee ai concorrenti (il caso Xerox ha fatto storia) e la malcelata attitudine da dio sceso in terra lo rendono impopolare. Metà nerd, metà tiranno, Gates finisce per essere deriso perfino dai Simpson. La causa antitrust intentata contro di lui, nel 1998, dal dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, gli assesta il colpo di grazia. L’accusa: Microsoft detiene un monopolio illegale nel mercato dei browser. Gates nella deposizione video appare arrogante, evasivo e infastidito e l’azienda perde la causa. Anche l’aura di intelligenza superiore ne esce incrinata: il verdetto umiliante, e definitivo, lo dà Steve Jobs, fondatore di Apple, che lo descrive come «privo di immaginazione». Tutto ciò che succede dopo fa parte dell’impresa più difficile del tecno-imprenditore: “riprogrammarsi” come miliardario filantropo attraverso il sistema delle fondazioni.

A gennaio del 2000, l’ex enfant prodige dei computer s’inventa la Bill & Melinda Gates Foundation, una delle più grandi fondazioni private del pianeta focalizzata sulla salute globale, ufficialmente a scopo umanitario, con l’obiettivo dichiarato di «ridurre la povertà nel mondo» e quello, un po’ meno dichiarato, di accumulare e mantenere la ricchezza fuori dal flusso fiscale ordinario, beneficiando di esenzioni (legali) su donazioni e successioni.

Attraverso la fondazione, dove già soltanto nel primo anno sono confluiti 20 miliardi di dollari, il magnate protegge il suo patrimonio personale e inizia a esercitare un’enorme influenza sociale e politica: nel giro di un anno, diventa il filantropo più generoso della Terra. Più che la gente comune, sono soprattutto i circoli delle élite finanziarie e la grande stampa internazionale a non smettere di tesserne le lodi. Il monopolista avido diventa un «filantropo dall’eloquio sommesso», come lo descrive il canale tv americano Abc e un leader «gentile, compassionevole e dal linguaggio garbato», sviolina la Cnbc. Ex post, emergerà con chiarezza che Gates è un mediatore di potere più che un filantropo, a capo di una fondazione che agisce non solo come un ente di beneficenza ma come un’organizzazione politica che guarda con grande simpatia alla sinistra liberal americana, beneficiaria di buona parte delle sue donazioni.

Gli obiettivi della fondazione Gates, però, sono in gran parte falliti. Bill aveva promesso di sradicare le malattie, ridurre la povertà, rivoluzionare l’agricoltura africana, proteggere l’umanità dalle pandemie e risolvere i cambiamenti climatici, ma nessuna di queste lodevoli iniziative, alcune delle quali avviate con l’Unione europea di Ursula von der Leyen, sembra essere andata a buon fine. Ciò che ha funzionato davvero, in compenso, è il format del miliardario benefattore, propagandato grazie alla squadra di sostenitori, cheerleader ed esperti di pubbliche relazioni che hanno lavorato per lui senza sosta per decenni. Da una banale intuizione politically correct, Gates ha fatto partire la massiccia e ultradecennale campagna di branding, che lo ha fatto diventare, agli occhi dell’opinione pubblica, un benefattore come George Soros.

Un grande contributo lo hanno dato i media: uno dei fattori su cui ha puntato il sistema è la pratica di foraggiare il mondo del giornalismo, donando centinaia di milioni di dollari alle redazioni dei più importanti quotidiani internazionali, esempio illuminante di come uno degli uomini più ricchi del mondo ha costruito e protetto la sua immagine. Che nel frattempo, soprattutto negli ultimi anni, si è snodata lungo un percorso accidentato e tortuoso come quello di un ottovolante: nel 2021, sei dipendenti ex Microsoft hanno denunciato che le avances del fondatore, noto per i suoi approcci maldestri con le donne, hanno creato «un ambiente di lavoro scomodo»: un’accusa infamante per chi ha promosso “il potere e l’influenza delle donne negli Stati Uniti” dedicando a questo ambizioso programma 1 miliardo di dollari. Nelle fasi iniziali della pandemia, Gates è sembrato riscattarsi: è apparso sui notiziari di tutto il mondo posizionandosi, con straordinaria efficacia, come leader della risposta globale al Covid, anche grazie ai milioni di dollari donati all’Oms che – complice il disimpegno degli Stati Uniti – è diventata sempre più “dipendente” da lui. A febbraio 2020 la storica rivista scientifica New England Journal of Medicine (Nejm) ha ospitato un suo lungo editoriale in cui il miliardario ha suggerito ai governi cosa fare, a riprova di quanto il suo potere nel mondo della salute globale e dei vaccini sia ormai istituzionalizzato e riconosciuto anche da entità politiche come l’Ue.

A proposito di vaccini, Gates aveva fatto due promesse: diffonderli nei Paesi poveri e rendere i farmaci accessibili. Ha disatteso entrambe. Le informazioni sui costi e le trattative sui prezzi sono state accuratamente nascoste al pubblico. Una fonte del settore farmaceutico ha raccontato a Tim Schwab, autore del libro The Bill Gates problem: reckoning with the myth of the good billionaire, che l’Alleanza per i Vaccini Gavi, fondata da Gates, assomiglia a un «spacciatore di droga che aggancia nuovi clienti regalando dosi in omaggio». Un altro esperto di vaccini ha dichiarato che Gates sta effettivamente creando «la più grande azienda farmaceutica del mondo».

I file dimostrano che Epstein ha fatto da intermediario tra la Bill & Melinda Gates Foundation e JPMorgan per creare il Global Health Investment Fund: «Sarà la più grande fondazione del mondo, l’obiettivo è fare soldi attraverso la beneficenza», scriveva il predatore sessuale, promettendo a James E. Staley, dirigente esecutivo di JPMorgan, e a Boris Nikolic, principale consulente scientifico di Gates, la realizzazione di una proposta basata su un’architettura «che farà guadagnare a Bill (Gates, ndr) più fondi per i vaccini».

Il focus era come guadagnare soldi utilizzando la salute pubblica come driver; farmaci e vaccini sono trattati come asset, i due parlano di pandemia già a maggio del 2017 presentandola, insieme con l’energia, come campo d’interesse strategico. Sarà difficile questa volta, per il miliardario filantropo, riemergere dalle ceneri. Anche perché è ormai chiaro che la fondazione è stata fondata più per salvare la propria reputazione che per salvare il mondo.

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