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Speciale 8 marzo, Marina dalla Siria a Ivrea: «Oggi ho trovato la mia casa»

IVREA. Esistono vite che si spezzano e si ricompongono seguendo rotte tracciate da coraggio e necessità di sopravvivere. Quella di Marina Dochoian, siriana di origine armena, è una parabola che unisce la polvere delle strade della Siria martoriate dalla guerra alla serenità della parrocchia di San Grato. Marina nasce ad Aleppo il 15 agosto 1985. La sua è una storia radicata in una comunità, quella armena, che ha trovato in Siria rifugio dopo il genocidio del 1915.

MINORANZA DELLA MINORANZA

Prima dello scoppio del conflitto nel 2011, Aleppo non era solo la capitale economica della Siria, ma un simbolo mondiale di convivenza interreligiosa e cosmopolitismo. Definita spesso la Firenze dell’Oriente, la città ospitava un mosaico di culture che avevano imparato a convivere in un equilibrio delicato ma funzionale. Marina cresce in quella che lei stessa definisce una minoranza nella minoranza: una comunità cristiana armena profondamente integrata ma orgogliosamente custode delle proprie radici. «Come armeni cristiani siriani avevamo tutti i diritti, come tutti gli altri siriani – racconta Marina – la città era divisa in quartieri e noi vivevamo tranquillamente nella nostra zona. In Siria non erano molte le donne che lavoravano. Io dopo il liceo ho fatto l’università armena studiando lingua e storia armena». Ricorda con nostalgia i picnic dopo la messa, gli scout e una famiglia allargata che contava oltre trenta persone riunite per Natale.

L’ORRORE DELLA GUERRA

L’equilibrio si spezza tra il 2011 e il 2012. Dalle notizie in TV si passa ai boati sotto casa: bombe nelle auto al mercato, assenza di luce e acqua, la morsa dei gruppi fanatici che minacciano la sopravvivenza dei cristiani. All’inizio la guerra sembrava lontana, interessava città distanti. «La guerra è iniziata in altre città della Siria e tutti pensavamo che la guerra sarebbe finita presto – continua Marina – ma quando la guerra è arrivata ad Aleppo la situazione è peggiorata. Mio marito non riusciva più a lavorare. È stato un periodo molto difficile: si viveva senza luce, senza gas e senza acqua. Prima della guerra andava tutto bene. Io lavoravo, mi sono sposata, eravamo in una zona tranquilla della città e avevamo la nostra casa». Una guerra vissuta in prima persona che Marina ricorda come fosse ieri. «Quando senti un bombardamento che succede vicino a te, a due strade da dove abiti non riesci a dimenticarlo – ricorda – è davvero molto diverso da quando guardi queste cose in TV. Avevamo tanta paura».

UN SEGNO DI SPERANZA

In questo scenario di distruzione, nel 2013, nasce sua figlia Negtaria, un segno di speranza. «Io non aspettavo l’arrivo di questa bambina – dice – perché erano tanti anni che non riuscivo ad avere figli. L’arrivo di Negtaria mi ha fatto capire che dovevamo andare via. Tutti dicevano che la guerra sarebbe finita presto, ma in realtà la situazione diventava sempre più insostenibile. La nascita di mia figlia mi ha dato la forza di scegliere: restare significava non poter più respirare». La partenza dalla Siria inizia nel luglio 2014. Marina racconta con grande lucidità la difficoltà di avere un passaporto per la figlia: ad Aleppo ci si muoveva tra bombardamenti e attentati. Ci si muoveva tra le macerie. Una roulette russa quotidiana per arrivare negli uffici che rilasciavano i passaporti. «La prima difficoltà è stata quando ci siamo accorti che mia figlia non era stata registrata all’anagrafe – continua – abbiamo poi affrontato la parte più difficile, muovendoci con la bambina tra i palazzi bombardati. Alla fine, anche Negtaria è riuscita a ottenere il passaporto». Si scappa dalla Siria, portandosi dietro poche cose: «In un sacchetto abbiamo messo un po’ di oro, un po’ di soldi, i nostri documenti e abbiamo chiuso per sempre la porta della nostra casa». Con un convoglio di pullman si raggiunge Beirut. Qui Marina trascorre tre anni difficili: lavora come insegnante in una scuola armena, ma la precarietà e l'ostilità verso i profughi siriani rendono il futuro incerto. Mentre il marito e il padre sognano il Canada o l'Australia, si apre una strada inaspettata: i corridoi umanitari della Comunità di Sant'Egidio. Dopo mesi di attesa, arriva la chiamata. Marina è la "capitana della nave": è lei a spingere per l'Italia, nonostante i timori per l’ignoto. Il 28 ottobre 2017, Marina, suo marito e la piccola Negtaria atterrano a Roma e raggiungono Ivrea. «Al nostro arrivo a Roma lo stupore è stato grande, perché in aeroporto abbiamo trovato molti volontari pronti ad accoglierci in un clima di festa – racconta Marina – non ero abituata a un simile calore e, colta di sorpresa».

IVREA, SAN GRATO

Ad Ivrea il clima è lo stesso: ad accoglierli non ci sono gli orrori di Aleppo e i pregiudizi vissuti in Libano, ma i volti sorridenti dei parrocchiani di San Grato: «Quello che mi ha colpito sono state le facce belle di queste persone che ci hanno accolto. Non lo dimenticherò mai». Oggi, quella che era una profuga in cerca di asilo è una donna pienamente inserita nel tessuto sociale. Ha ottenuto la protezione internazionale. Parla correntemente armeno, arabo, turco, inglese e italiano. È riuscita a portare in Italia anche i genitori attraverso il ricongiungimento familiare. Negtaria va a scuola e parla perfettamente italiano. Adesso Marina lavora come mediatrice culturale per la cooperativa “Città@Colori" di Settimo Vittone e si sta specializzando con un corso professionale a Torino. Non guarda più indietro. Quando si trova a Torino per qualche commissione, le capita di dire al marito con naturalezza: «Torniamo ad Aleppo», intendendo la strada di casa verso Ivrea. È un lapsus che tradisce il passato: «La mia casa ora è qui, non voglio tornare e, a dirla tutta, non ne avrei il coraggio. E a mia figlia dico: quando sarai grande, non tornare mai laggiù». Quel sogno che un tempo appariva come un orizzonte irraggiungibile — vedere Negtaria tra i banchi di un’università europea — oggi non è più solo una speranza, ma possibilità concreta.

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