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L’Europa delle rinnovabili paga il conto (salato) delle energie fossili. E della trappola del gas liquido di Trump

L’Unione europea continua a fare passi avanti sulle rinnovabili, eppure il conflitto in Medio Oriente ha mostrato tutta la vulnerabilità dell’Europa rispetto agli shock dei prezzi sui mercati internazionali. Una fragilità direttamente proporzionale alla dipendenza dai combustibili fossili che l’Europa importa per il 58% del fabbisogno energetico totale (con una dipendenza del 95% per il petrolio e del 90% per il gas). Il costo dell’energia prodotta da gas nell’Ue è aumentato di oltre il 50% nei primi dieci giorni del conflitto, a partire dal 28 febbraio. Secondo un’analisi del think tank Ember, con il balzo dei prezzi, nello stesso periodo, l’Ue ha pagato 2,5 miliardi di euro aggiuntivi per le importazioni di combustibili fossili. Ma l’impatto si sente molto di più nei Paesi più dipendenti dal gas, come l’Italia. Qualcosa del Green deal, piano strategico per raggiungere la decarbonizzazione, è arrivato a destinazione, ma è lontano “lo sbarco sulla luna” annunciato dalla presidente della Commissione Ue. “L’Unione europea era partita bene nel primo mandato Ursula von der Leyen, ma la reazione alla crisi in Ucraina ha portato a un eccesso di investimenti in infrastrutture di gas, in particolare di gas naturale liquefatto, che hanno accelerato la nostra dipendenza dagli Stati Uniti” spiega a ilfattoquotidiano.it Michele Governatori, docente di economia applicata ed esperto senior energia del think tank indipendente sulla transizione energetica Ecco. Per ridurre la dipendenza dal gas russo, l’Ue è entrata in un’altra trappola, quella del gas acquistato a caro prezzo dagli Usa che, senza colpo ferire, hanno appena dato il via libera agli acquisti di petrolio dalla Russia, a cui l’Ue continua ad applicare le sanzioni e un price cap. “Se con la crisi in Ucraina in parte era inevitabile importare il gas da altri Paesi, almeno nel primo periodo – aggiunge – dall’altro lato, sono stati costruiti troppi terminali Gnl, che poi peseranno sul costo dell’energia, mentre si poteva puntare di più sulle rinnovabili, soprattutto in Paesi come l’Italia”.

Il ruolo delle rinnovabili nella riduzione della dipendenza dalle fonti fossili

L’Europa, d’altronde, è quella dove per la prima volta, nel 2025, eolico e solare hanno generato più elettricità delle fossili (il 30%, contro il 29%). Ma quello sulle rinnovabili è un quadro in chiaroscuro. Lo scorso anno le energie pulite hanno fornito quasi il 48% dell’energia elettrica e, dal 2021 al 2024, la capacità installata è cresciuta del 37% (190 gigawatt). Allo stesso tempo, se il target vincolante per la quota rinnovabile nel consumo finale lordo di energia è di almeno il 42,5% entro il 2030 (con l’ambizione di raggiungere il 45%), nel 2024 quella quota si è fermata al 25%. Nel frattempo, però, sempre dal 2021 al 2024, la domanda europea di gas calata del 19%. “In questi anni le rinnovabili hanno avuto un ruolo fondamentale nel calo della dipendenza dalle fonti fossili, ma soprattutto quella dal carbone in alcuni Paesi, tra cui la Germania. Immaginiamo come staremmo ora in Europa, se avessimo la stessa dipendenza dalle fossili di dieci anni fa” spiega Michele Governatori. “La domanda europea di gas è calata circa di un quinto nel 2022 e nel 2023 – aggiunge – e questo rappresenta qualcosa che, solo poco tempo prima, sarebbe stato difficile immaginare, ma il calo è stato soprattutto una risposta ai prezzi alti del gas dopo l’invasione dell’Ucraina e, solo secondariamente, per le politiche”.

Il mercato del gas a misura di Stati Uniti

Oggi, dunque, si consuma meno gas rispetto agli anni che hanno preceduto la guerra in Ucraina, ma nel frattempo il mercato è molto cambiato e adesso è un mercato globale, sostanzialmente con un unico prezzo. “Prima c’erano dei prezzi regionali, perché i tubi collegavano alcune aree del mondo in modo privilegiato rispetto ad altre – aggiunge – ora che una parte maggiore di gas viaggia via mare, le navi vanno dove le porta il prezzo. E così gli Stati Uniti, principali esportatori mondiali di petrolio e gas, sono diventati la determinante del prezzo del gas”. Un mese fa, a Bruxelles, una portavoce della Commissione Ue ha smentito gli allarmi sul rischio della dipendenza dell’Europa dal gas importato a caro prezzo dagli Stati Uniti. A manifestare i timori anche la vice di Ursula von der Leyen, Teresa Ribera e il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen. “Dal punto di vista geopolitica per l’Europa è preoccupante e pericoloso” commenta Michele Governatori, ricordando le recenti dichiarazioni, con cui Trump ha replicato alle preoccupazioni negli Usa per l’aumento del prezzo della benzina. “Gli Stati Uniti sono il più grande produttore di petrolio al mondo, quindi quando il prezzo del petrolio sale, noi facciamo un sacco di soldi” ha scritto in un post sui social. “Trump parla del petrolio, ma vale lo stesso discorso per il gas” aggiunge l’esperto.

Le pressioni Usa e la nuova trappola del gnl

Che cosa avrebbe dovuto fare l’Europa in più per essere oggi meno esposta? “L’Unione europea in questi anni ha fatto diversi passi importanti e, nel complesso, su rinnovabili e decarbonizzazione è molto avanti rispetto all’Italia, ma ha anche commesso degli errori. Avrebbe dovuto – e dovrebbe, perché siamo ancora in tempo – fare l’Europa. Essere coerente – spiega Governatori – con le politiche che hanno caratterizzato soprattutto il primo mandato della Commissione von der Leyen, durante il quale fu approvata la prima legge sul clima”. Nel secondo mandato, però, è iniziata la retorica della competitività. E questo ha prodotto diversi effetti, come il dietrofront sullo stop ai motori termini nel 2035. A dicembre 2024, però, Trump ‘avvisò’ Bruxelles che le esportazioni sarebbero state colpite dai dazi statunitensi se gli stati membri non avessero aumentato gli acquisti di petrolio e gas americani. Che, a dire il vero, erano già saliti parecchio dopo l’inizio della guerra in Ucraina. Detto, fatto. Con l’accordo commerciale firmato con gli Usa a luglio 2025, l’Unione europea si è impegnata ad acquistare energia statunitense per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028 (250 miliardi l’anno). Nel 2025, Italia, Germania, Paesi Bassi, Francia e Spagna hanno importato il 75% Gnl Usa in Unione Europea. E se queste sono quadruplicate dal 2021 al 2025 (passando da 21 miliardi a circa 80 miliardi di metri cubi) portando i paesi dell’Unione ad acquistare complessivamente il 57% del loro Gnl dagli Stati Uniti, secondo una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, organizzazione indipendente statunitense, nei prossimi anni potrebbe arrivare dagli Stati Uniti fino al 75–80% del Gnl importato dall’Ue, arrivando a coprire circa il 40% delle importazioni totali di gas.

L’Europa al bivio

A chi è convenuto l’accordo con gli Usa? L’Unione europea ha firmato solo perché sotto minaccia? “È stato un errore accettare l’accordo con gli Stati Uniti sul gas in risposta alle minacce tariffarie di Trump, anche se credo si tratti di un impegno scritto sulla sabbia. Se l’Europa, che ha anche la forza economica per non stare all’agenda di Trump, non fosse scesa a compromessi, sarebbero stati gli Usa a violare le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Credo che il presidente degli Stati Uniti, come accaduto altre volte, avrebbe fatto marcia indietro”. Il risultato è che nel rapporto annuale sullo stato dell’Unione dell’energia, è la stessa Commissione Ue a dire che “il raggiungimento degli obiettivi energetici dell’Ue per il 2030 richiederà una diffusione molto più rapida delle energie rinnovabili” e miglioramenti dell’efficienza energetica nei prossimi anni. “L’Europa può farlo, se non si mette a proteggere i comparti meno efficienti dell’ industria dal punto di vista climatico. Ci sono settori in cui l’Italia ha ancora da dire: dalle turbine eoliche che ancora si producono qui, alle pompe di calore. Anche le reti elettriche sappiamo farle in Europa” spiega Governatori. E nel continente c’è chi ha messo a frutto le sue potenzialità. Dall’analisi di Ember emergono le differenze particolarmente marcate tra la Spagna, che ha aggiunto 40 GW di capacità da energie rinnovabili dal 2019 e l’Italia, che rimane fortemente dipendente dal gas per la produzione di energia elettrica. E in Spagna il gas ha influenzato il prezzo dell’elettricità solo nel 15% delle ore dall’inizio del 2026, rispetto all’89% in Italia.

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