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Sicuri che sia lui?

Marzo ha cambiato tutto. E soprattutto, ha cambiato la percezione di tutto. Fino a qualche settimana fa Gian Piero Gasperini era l’uomo giusto al posto giusto, la Roma era stabilmente nelle zone nobili della classifica e il progetto tecnico costruito attorno alla triade Ranieri-Gasp-Massara sembrava finalmente indicare una direzione credibile.

Oggi, dopo un mese da dimenticare, quella stessa figura viene messa sotto accusa: c’è chi chiede la testa dell’allenatore, chi invoca un nuovo progetto, chi lo dipinge come un tecnico troppo dogmatico, troppo rigido nella sua idea di calcio, incapace di correggere il tiro in corsa e soprattutto di incidere con le sostituzioni nel corso delle partite. Ma prima di invocare l’ennesimo ribaltone, vale la pena fare un passo indietro e porsi una domanda scomoda: siamo sicuri che il problema sia Gasperini?

Perché la storia recente della Roma racconta altro. Racconta di tecnici diversi, con idee opposte, con personalità forti e approcci differenti, che si sono alternati senza mai riuscire a centrare l’obiettivo. Racconta di direttori sportivi cambiati, di rivoluzioni annunciate e mai completate. E racconta soprattutto di un traguardo — la Champions League — che continua a restare lì, vicino ma irraggiungibile, come un tabù che si ripresenta ogni anno.

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Allora forse bisogna avere il coraggio di guardare altrove. Di interrogarsi non sull’allenatore, ma sul progetto. Su chi quel progetto lo costruisce, lo finanzia, lo indirizza. Ai Friedkin va riconosciuto un merito concreto: quello di aver risanato un club che versava in condizioni finanziarie preoccupanti, e di aver investito cifre importanti nel tentativo di riportare la Roma dove meriterebbe. Questo non è poco, e sarebbe disonesto non riconoscerlo.

Il problema è che il risanamento dei conti e la solidità finanziaria non si sono tradotti in risultati sportivi all’altezza delle aspettative. Spendere tanto non significa necessariamente spendere bene, e costruire un progetto vincente richiede qualcosa di più della sola disponibilità economica: richiede visione, pazienza e coerenza nelle scelte. Tre qualità che, nel corso di questi anni, non sempre sono state la cifra distintiva della gestione Friedkin.

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Quest’anno, almeno sulla carta, qualcosa era cambiato. L’arrivo di Claudio Ranieri nel ruolo di senior advisor aveva rappresentato un elemento di discontinuità significativo rispetto al passato: una figura di garanzia, capace di conoscere l’ambiente e di fungere da collante tra proprietà, squadra e città. La triade formata con Gasperini in panchina e Massara come direttore sportivo era stata accolta con entusiasmo genuino, non di facciata. Si percepiva una solidità diversa, una progettualità più matura.

Adesso quel consenso si è incrinato, e il rischio concreto è che i Friedkin cedano ancora una volta alla tentazione dell’interruttore: resettare tutto e ricominciare da capo. Sarebbe un errore gravissimo. Non perché Gasperini sia intoccabile o immune da critiche, ma perché un progetto serio ha bisogno di tempo per maturare, e smontarlo alla prima difficoltà stagionale significherebbe ricadere esattamente nel vizio che ha impedito alla Roma di crescere in questi anni. La storia recente del club dimostra che i Friedkin non sono esenti da decisioni impulsive, e questo resta il rischio più grande di tutti — forse più grande persino della crisi di risultati che stiamo vivendo.

Gasperini è un allenatore che ha trasformato l’Atalanta in una protagonista del calcio europeo, conducendola alla vittoria dell’Europa League contro un Bayer Leverkusen che aveva eliminato proprio la Roma. Il suo valore non si discute. Quello che si può e si deve discutere, semmai, è se il contesto in cui lavora oggi gli stia davvero mettendo a disposizione le condizioni per esprimersi al meglio. E lì, la risposta è meno scontata di quanto sembri.

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Giallorossi.net – Andrea Fiorini

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