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Badanti e colf, a Pavia sono quasi introvabili e cresce il lavoro nero

Pavia. Un paradosso per la città, e più generale per la Lombardia: cresce la domanda di colf e badanti, ma cala l’offerta. Almeno quella regolarizzata da contratti nazionali. Nel 2024 i lavoratori domestici registrati in Lombardia sono stati 158.378, con una lieve prevalenza di colf (55,6 per cento) e nell’ultimo triennio si registra una flessione sia per colf che badanti, rispettivamente del -23,2 per cento e del -3,6 per cento.

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Stesso trend a Pavia: due anni fa i lavoratori domestici erano 6007 (di cui poco più della metà sono colf), mentre nel 2021 le colf erano il 22,9 per cento in più e le badanti l’8,9 per cento in più. I dati, forniti dall’Inps, sono sono stati pubblicati nell’ultimo report dell’Osservatorio del lavoro domestico realizzato da Domina, l’associazione nazionale che aiuta le famiglie nella gestione di assistenti domestici. Numeri dietro ai quali si celerebbe, oltre a vari fattori di tipo socio-economico, lo spettro del lavoro irregolare.

I numeri

Cifre alla mano, si nota che nel periodo post Covid nella regione locomotiva d’Italia sono progressivamente diminuite le assunzioni di persone di sostegno in casa (176.932 nel 2022, 163.644 nel 2023), in particolare sono sempre meno i contratti per le colf. A Pavia nel 2024 le colf assunte dalle famiglie in maniera regolare sono state 3.287, in pratica 6,1 ogni mille abitanti del territorio. Collocandosi così al terzo posto tra i capoluoghi lombardi dietro a Milano (16 ogni mille abitanti) e Monza Brianza (6,3), e appena sopra Como (6,0). Quasi a livello della media lombarda, pari a 8,8. Nel 2021, invece, per le colf si registravano 4.264 contratti regolari con le famiglie. In sostanza, 8 figure ogni mille abitanti, a fronte di una media lombarda pari a 11,3. Fronte badanti, nel 2024 sono state 2.720, vale a dire 6,1 ogni cento abitanti over 80. Numeri più bassi, in questo caso, li aveva solo Cremona (5,5 ogni cento abitanti over 80), mentre la media lombarda era di 9,2. Tre anni prima, il report provinciale di Domina ne conteggiava 2.986, cioè 6,7 ogni cento abitanti over 80. Mentre in Lombardia se ne segnalavano mediamente 9,5.

Le famiglie

Nel 2024 le famiglie lombarde hanno destinato al lavoro domestico una spesa complessiva di 1,7 miliardi di euro, contribuendo a generare un valore di 3,9 miliardi sul Pil (corrispondente allo 0,9 per cento del totale regionale). La spesa media annua per nucleo familiare si è invece attestata attorno a 9.796 euro. Non solo: la regione ha registrato 169.984 datori di lavoro domestico, con una flessione del 13,6 per cento rispetto al 2021. Guardando la carta d’identità, l’età media dei datori si attesta a 68,1 anni. Le donne rappresentano la maggioranza con il 54,3 per cento, mentre gli uomini costituiscono il 45,7 per cento. I grandi invalidi incidono per il 9,8 per cento. La composizione per cittadinanza mostra una prevalenza netta di datori italiani (92,9 per cento), a fronte di un 7,1 per cento di stranieri.

In Lombardia si contano inoltre 328.362 fra datori e lavoratori domestici, che incidono con una quota pari al 3,3 per cento della popolazione regionale. I dati evidenziano infine che il 26,6 per cento dei lavoratori convive con il proprio datore di lavoro.

I lavoratori

Il lavoro domestico in Lombardia ha una forte connotazione femminile (88,2 per cento) e una prevalenza straniera (79,7%), con il gruppo più numeroso proveniente dall’Est Europa (30,1 per cento), seguito da Asia (21,6 per cento) e America Latina (21,1 per cento). Gli Italiani rappresentano invece un quinto del totale (20,3 per cento).

Gli scenari demografici

Le proiezioni demografiche Istat portano a stimare una popolazione anziana in forte aumento nel 2050 (+72,7%). In questo caso, gli anziani arriverebbero a 1,3 milioni, pari al 12,9% della popolazione. Allo stesso tempo, si registrerebbe un calo di circa 100 mila bambini (-2,4%, da 1,3 milioni a 1,2 milioni).

Regolarizzare è obbligatorio: i rischi per chi non fa contratti

Pagamenti in contanti, accordi fatti a voce, condizioni poco chiare. Una parte – non quantificabile – di colf e badanti presta il proprio servizio a una famiglia senza un contratto regolarizzato. «Il lavoro nero è una piaga per il settore dell’assistenza domiciliare – spiega Giovanna Sabato, funzionaria del sindacato Filcams Cgil – Spesso i datori di lavoro scelgono non mettere sotto contratto il lavoratore o la lavoratrice, evitando così di versare i contributi al dipendente». Il motivo? Presunta convenienza economica. Il punto è che i rischi dietro questa pratica sono assai più grandi dei guadagni. Rischi che possono essere civili, penali ed economici.

In caso di denuncia, un datore di lavoro che non regolarizza la badante o la colf può incorrere in sanzioni di vario tipo. Prima di tutto, per il solo fatto di non aver comunicato l’assunzione o le variazioni nel rapporto di lavoro, la legge prevede l’applicazione di una sanzione amministrativa da 200 a 500 euro per ogni lavoratore alla Direzione Provinciale del Lavoro. E ancora: il datore di lavoro deve pagare sanzioni civili per l’omesso pagamento dei contributi pari al 30 per cento su base annua per ciascun lavoratore. Il calcolo viene fatto sull’importo dei contributi evasi con un massimo del 60 per cento ed un minimo di 3.000 euro, indipendentemente dalla durata del lavoro. C’è poi il rischio di vertenza: la badante o la colf può chiedere entro cinque anni tutti gli arretrati non pagati, dalle mensilità al Tfr, fino alla tredicesima, alle ferie, alle festività e ai contributi. Va detto inoltre che, se il datore di lavoro è recidivo, le multe possono raddoppiare.

La situazione si complica ulteriormente se il lavoratore è cittadino extracomunitario senza permesso di soggiorno o con permesso di soggiorno scaduto o revocato. In questi casi è previsto una multa pari a 5.000 euro per ciascun lavoratore occupato irregolarmente e la reclusione da 6 mesi a 3 anni. «In Italia la stragrande maggioranza dei lavoratori domestici è extracomunitaria – aggiunge Sabato – Sono persone che hanno necessità di lavoro per poter mantenere il permesso di soggiorno. In molti casi non sono i lavoratori a chiedere di lavorare in nero, ma i datori. Negli ultimi anni Filcams Cgil è riuscita a regolarizzare delle posizioni, anche grazie a delle campagne di sensibilizzazione sul tema». Il pericolo più grande, continua la funzionaria, si ha in caso di infortuni: «Sono molto frequenti: una lavoratrice può cadere da una scala mentre fa le pulizie, oppure tagliarsi un dito con un coltello mentre sta cucinando. Senza un contratto deve cercare in ogni modo di non farsi del male perché non ha tutele di alcun tipo».

Gli anziani sono sempre di più ma la provincia non è attrattiva

Da un lato c’è la diffusa propensione al pagamento in nero. Dall’altro pesano i cambiamenti socio-economici degli ultimi anni, che hanno spinto sempre più badanti e colf a non scegliere l’Italia come meta. Sono questi alcuni dei fattori che, secondo alcuni addetti ai lavori, potrebbero spiegare il paradosso registrato nell’ultimo report dell’Osservatorio sul lavoro domestico realizzato da Domina: in Lombardia aumenta l’età della popolazione e con essa la domanda di assistenza domestica, ma diminuiscono i contratti per colf e badanti. Un trend che si riflette anche nelle singole province. Pavia non fa eccezione.

Il guaio del sommerso

«Il vero problema del settore dell’assistenza domestica è il nero – dice Fausto Tarditi, presidente di Vi Assistiamo, la cooperativa sociale che mette in dialogo le famiglie e le badanti attive sul territorio pavese – Non ci sono le statistiche, ma credo che il 50 per cento del servizio in Italia avvenga in maniera irregolare».

Vi Assistiamo, aggiunge, «fornisce allo Stato un servizio per l’emersione del lavoro nero: le badanti vogliono essere messe in regola e da questo punto di vista noi cerchiamo di fare del nostro meglio». E spiega: «I clienti si rivolgono a noi perché garantiamo affidabilità e competenza, senza spiacevoli sorprese. La cooperativa, inoltre, dispone di una squadra di amministratori e avvocati che, in caso di necessità, possono rispondere in Tribunale per i loro assistiti».

Non solo lavoro nero. Secondo Davide Melone dell’area manager di Gallas, l’agenzia del lavoro (autorizzata dal Ministero del Lavoro), specializzata nella ricerca e selezione del personale domestico, il calo delle contrattualizzazioni di colf e badanti ha a che fare con la «fuga dei lavoratori domestici dall’Italia».

Dice Melone: «Se fino a qualche anno fa il nostro Paese veniva visto come un punto d’appoggio fondamentale, ora accade che un lavoratore proveniente dalla Romania o dall’Ucraina orienti la sua scelta in base alle condizioni di welfare e a quelle del sistema sanitario del Paese». A supporto di questa tesi il dipendente di Gallas mostra che da noi «l’età media dei lavoratori domestici è più alta rispetto al passato. Sono molti i lavoratori con 50-60 anni in attività, mentre pochi quelli tra i 20 e i 40. Ciò significa che chi è arrivato in Italia negli anni Novanta o Duemila ci è rimasto per lavorare, mentre non c’è stato un ricambio generazionale. In poche parole i flussi migratori sono cambiati e l’Italia non è più da tempo la meta ambita dagli assistenti domiciliari».

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