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L’Ue alza la voce con Serbia e Kosovo: «Processo di integrazione a rischio»

BELGRADO L’Europa sta perdendo la pazienza. Ed evoca non più la carota, ma solo il bastone, “arma” che potrebbe duramente colpire a breve sia Belgrado sia Pristina, colpevoli secondo Bruxelles di non voler far nulla per normalizzare veramente le proprie complicate relazioni. Ma la pallottola Ue rischia di rimanere spuntata, per colpa delle posizioni sull’allargamento di Berlino e Parigi. È il riassunto di una giornata complicata e gravida di sviluppi per il futuro di importanti tessere della stabilità balcanica.

Serbia e Kosovo sono state duramente bacchettate dall’Alto rappresentante Ue agli Esteri, Josep Borrell, «a nome di tutta la Ue», dopo l’ennesimo fallimento del round negoziale del 13 settembre tra il presidente serbo Vučić e il premier kosovaro Kurti. Fallimento che ha fatto molto «preoccupare» Bruxelles, che assiste con sempre maggior insofferenza la totale mancanza di «implementazione» da parte serba e da parte kosovara degli accordi di Bruxelles e Ocrida, a inizio anno definiti storici dallo stesso Borrell e rimasti lettera morta. Invece che andare avanti sulla roadmap della pacificazione, Serbia e Kosovo si sono arroccate nelle proprie posizioni, ha deplorato l’Alto rappresentante, chiedendo ancora una volta alle parti «di impegnarsi in maniera costruttiva e in buona fede» su quanto concordato. E «senza indugi», ha aggiunto Borrell.

La lista delle cose da fare, elencata ieri, è lunga. Bisogna lavorare sulla «de-escalation» nel nord del Kosovo, dove «i passi fatti finora rimangono insufficienti e la sicurezza» a rischio. Qui sarebbe Pristina la maggior colpevole, a causa di azioni viste come provocazione dai serbi del nord, quali «l’espropriazione di terre, ordini di sfratto» a istituzioni fedeli a Belgrado, l’uso di «forze speciali» per vigilare sul territorio. Ma anche Belgrado ci sta mettendo del suo. «I continui attacchi di gruppi criminali e le intimidazioni verso agenti serbi di polizia sono inaccettabili e devono finire subito» e la Serbia deve fare marcia indietro sul blocco nell’applicazione dell’accordo sull’energia, ha aggiunto Borrell. Borrell che ha poi ribadito che «tenere elezioni anticipate» nel nord, con la partecipazione dei serbi alle urne, è una delle vie maestre «per placare le tensioni». Infine, un avviso a Kurti, con un forte endorsement di Borrell all’Inviato speciale Ue Miroslav Lajcak, che «ha il pieno sostegno» di Bruxelles. Kurti, in questi giorni, ha accusato Lajcak di non esser super partes.

Solita lista di compiti per casa che finirà in un cassetto dei potenti a Belgrado e Pristina, a coprirsi di polvere? Possibile, ma c’è il pericolo che le conseguenze siano devastanti. Borrell ha infatti ricordato a entrambe che gli accordi presi «giocano un ruolo nel percorso di entrambe le parti» verso il club europeo che più conta. E se Vučić e Kurti non faranno seriamente passi avanti c’è «il rischio» per entrambe di «perdere opportunità» in questo senso, ha affermato diplomaticamente Borrell. Ma tutti, nella regione e oltre, hanno letto questo passo come un avviso che lo stop del processo di integrazione è dietro l’angolo, soprattutto dopo che lo stesso Borrell, la settimana scorsa, aveva ammonito Serbia e Kosovo che «il tempo sta scadendo» e che i due Paesi rischiano di rimanere indietro nel processo di allargamento. Allargamento che, tuttavia, forse non ci sarà ancora per lungo tempo. È quanto ha suggerito un documento stilato congiuntamente da Germania e Francia, circolato ieri, sul futuro della Ue. E dove si specifica che l’Europa non sarebbe «pronta ad accogliere nuovi membri». E il bastone sventolato da Borrell, ancora una volta, appare fatto di gommapiuma, non certo di legno.

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