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Il reattore di Pavia compie 60 anni: «La ricerca sul nucleare qui non si è mai fermata»

Pavia. Seduto davanti a una plancia di pulsanti luminosi e quadranti dal sapore anni Sessanta, l’operatore accende il microfono e recita una frase che, al Lena di Pavia, riecheggia ogni giorno da 60 anni: «reattore critico, 250 kilowatt». Dal fondo della vasca d’acqua che scherma le radiazioni emerge un bagliore blu intenso: è la luce di Cherenkov, segno che il nocciolo è ai livelli di esercizio, la cosiddetta “criticità”. Benvenuti al laboratorio di energia nucleare applicata di via Aselli, che ospita uno dei cinque reattori di ricerca ancora attivi in Italia, testimone in acciaio e uranio del buono che può fare l’atomo per lo sviluppo della società industriale.

La prima accensione del Triga mark II (così si chiama il piccolo reattore della General Atomics) è avvenuta il 15 novembre 1965. «Qui la ricerca sul nucleare non si è mai fermata. Dalla formazione alle ricerche sui radioisotopi, siamo uno dei pochi centri in Italia che ha queste competenze» dice Andrea Salvini, direttore del Lena.

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Il futuro dell'atomo

Il Triga non serve per produrre energia: è pensato per scopi di ricerca nel campo della medicina nucleare, della datazione di reperti archeologici, analisi ambientali e formazione di esperti in radioprotezione. È stato impiegato anche in un “cold case”, per indagare se Napoleone sia stato avvelenato con l’arsenico durante il suo esilio a Sant’Elena, sottoponendo i suoi capelli a irraggiamento per rilevarne le tracce.

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Sessant’anni di storia cominciati con l’intuizione del chimico Mario Alberto Rollier, che a Pavia volle costituire il laboratorio attivo ancora oggi, che fa parte dell’università. Nonostante sia inadatto alla produzione energetica, la sua esistenza è un monito per il futuro dello sviluppo nazionale, visto che oggi si parla di far ripartire il programma nucleare italiano dopo la progressiva dismissione avviata il secolo scorso. Una discussione resa attuale dalla necessità di ridurre le emissioni – conseguenza diretta dello sviluppo industriale – senza rinunciare al benessere generato dalla tecnologia. Lo sarà ancor di più nei prossimi anni, visto il moltiplicarsi delle infrastrutture energivore che reggono la rete internet, perché anche la vita digitale ha un impatto.

Già oggi i data center necessari per i social e le ricerche online, i film in streaming, la risposta sempre pronta dei modelli di intelligenza artificiale sono responsabili del 4 per cento delle emissioni globali, secondo alcune stime. È anche per questo che l’energia nucleare (che a paragone del fossile inquina molto meno) comincia a godere di una nuova luce, dopo decenni di ritrosia in proposito.

Il ritorno al nucleare

La questione interessa anche gli esperti: «Parlare di ritorno al nucleare secondo me non è corretto – conclude Andrea Salvini – perché il mix energetico odierno contempla già l’uso dell’energia atomica, solo che la importiamo da altri Paesi. La discussione, semmai, riguarda la volontà o meno di costruire un impianto nucleare in Italia. Questa tecnologia può affiancare le rinnovabili, contribuendo a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili. È una materia complessa di cui deve occuparsi la politica ma, qualunque sia la direzione futura, per metterla in atto ci sarà bisogno di un numero di persone preparate e qui ci sono le competenze per formarle, in un centro che ha le competenze per avviare progetti in comune con altri enti».

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«La nostra percezione è che le nuove generazioni abbiano più fiducia nei confronti del nucleare, anche perché i giovani non hanno vissuto la paura che si è diffusa in Italia dopo l’incidente di Chernobyl. Oggi poi c’è più sensibilità ambientale, e il nucleare può essere uno degli strumenti per ridurre le emissioni».

Lo afferma Francesca Ballarini presidente del Lena, il laboratorio di energia nucleare applicata dell’ateneo di Pavia che, ogni anno, accoglie diverse centinaia di studenti delle scuole, per diffondere consapevolezza e conoscenze in merito alla ricerca collegata all’atomo. Alcune visite aperte al pubblico sono state organizzate anche venerdì, in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dalla prima accensione del reattore Triga.

«Cerchiamo di far capire che la fisica nucleare non vuol dire soltanto costruire reattori per produrre energia: le applicazioni sono tantissime, dalla medicina allo studio delle opere d’arte. Mi sembra si possa dire, inoltre, che oggi il nucleare fa meno paura di prima. Sembra quasi che questo settore stia affrontando una seconda giovinezza», aggiunge la presidente a margine del convegno che si è svolto venerdì mattina alla facoltà di Ingegneria dell’ateneo: un appuntamento per non far passare inosservata la ricorrenza.

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Alternativo al carbone

Una parte di quello che sembra un rinnovato interesse per l’atomo potrebbe dipendere dalla sensibilità verso l’ambiente che i più giovani hanno fatto propria, e alla necessità di ridurre le emissioni globali: l’argomento è stato trattato anche da pubblicazioni divulgative di discreto successo come L’avvocato dell’atomo di Luca Romano, libro del 2022 che sostiene il ricorso all’energia nucleare come strumento per contrastare le emissioni clima alteranti, decostruendo nel frattempo gli stereotipi che riguardano questo settore. Un piccolo caso editoriale che ha riaperto la discussione anche nei circuiti (online e fisici) dell’attivismo ambientalista. Quale che sia il collegamento, è una sensibilità che ravvede anche Ballarini: «I giovani che incontriamo sono meno spaventati dal possibile impiego del nucleare al posto delle fonti fossili» aggiunge la presidente del Lena, centro di ricerca che eroga uno dei pochi master in radioprotezione in Italia, tra i titoli che consento di lavorare nella filiera dell’atomo. Nonostante il nucleare energetico italiano sia ancora un periodo ipotetico, Ballarini conclude: «Da strutture come il Lena, che ha le competenze per farlo, potrebbe nascere la nuova generazione di professionisti ed esperti. Il nostro master in radioprotezione è uno dei pochi attivi in Italia».

Medicina nucleare: «Radiazioni, l’uso controllato alla base di diagnosi e cure»

«Quando si parla di radiazioni il primo pensiero è a volte negativo. Ma l’uso controllato della radioattività in ambito medico fornisce straordinari strumenti per diagnosticare malattie e curare le persone» afferma Giovanna Pepe, direttrice dell’unità di Medicina nucleare del policlinico San Matteo, che con il Lena intrattiene un rapporto di collaborazione per lo sviluppo di radio isotopi come il rame 64 e il terbio, che sembrano promettenti per l’impiego in nuove terapie da utilizzare – in futuro – per la cura delle persone. Al momento la ricerca è a uno stadio pre clinico, e si sta concentrando sul modo più sicuro e stabile per produrre questi prodotti da utilizzare in ambito medico. I radio isotopi vengono utilizzati da tempo per curare malattie complesse come i tumori, e la ricerca in questo settore sta contribuendo ad allungare l’aspettativa di vita dei pazienti che ne sono affetti, e che rispondono alle terapie ogni giorno più avanzate e personalizzabili.

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«I radiofarmaci sono uno dei futuri della medicina» aggiunge Pepe, al tavolo dei relatori del convegno che si è svolto ieri per celebrare i 60 anni del Lena. Potremmo dire che, in base all’utilizzo, si comportano come una sonda utile per effettuare diagnosi o per attuare terapie, sfruttando a nostro favore gli effetti delle radiazioni. Sono una grande risorsa che può essere personalizzata in base alle condizioni del singolo paziente». È anche per questo che Lena e San Matteo lavorano insieme: «Una collaborazione portata avanti grazie all’impegno della nostra Letizia Canziani e Andrea Gandini del Lena, che va avanti ormai da qualche anno. Grazie al contributo del Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza) si è inoltre costituito il consorzio Ncir che si occupa dello sviluppo dei radiofarmaci. Ne fa parte anche il Lena e io ho la fortuna di sedere nel comitato tecnico».

La curiosità – Il supervisore dell’impianto Gabriele Vinciguerra nato nello stesso giorno dell’accensione: «Io e il Triga come fratelli»

«La prima attivazione del reattore Triga risale al 15 novembre 1965, cioè quando sono nato io. Si può dire che è quasi come un fratello con cui mi sono trovato a condividere la vita, abbiamo la stessa età: una coincidenza quasi esoterica» dice scherzando Gabriele Vinciguerra mentre, dalla “cabina di pilotaggio” fatta di pulsanti, monitor, orologi e contatori, manda in temperatura il reattore Triga mark II: è il supervisore dell’impianto, cioè colui che vigila sull’azionamento e sicurezza dopo il direttore e il vice direttore.

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Lui è tra quelli che ha le competenze per “sussurrare” al reattore, cogliendone il funzionamento dagli schermi di una plancia anni Sessanta, ma aggiornata agli standard odierni. Se ne potrebbe parlare come un lavoro esclusivo: «In effetti è così – aggiunge Vinciguerra – visto che i reattori di ricerca italiani si contano sulle dita di una mano, non stiamo parlando di un ufficio come gli altri. È affascinante poterlo fare perché, a prescindere dagli slogan, non riesco a vedere qualcosa di negativo nel nucleare: dipende dall’uso che ne fa l’uomo. E poi – ironizza – raccontare cosa faccio di mestiere genera sempre una certa curiosità». Poter ricoprire queste mansioni non è da tutti: per farlo, bisogna frequentare un corso con impegnative prove scritte e orali, che rispondono agli standard di sicurezza dettati dal ministero. «Ho cominciato a lavorare il 29 gennaio 1990, e la prima volta che sono entrato nell’impianto ho visto la targa che ricordava la prima accensione del 15 novembre 1965». Quasi come fosse destino. —

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