Detenuto di 30 anni si suicida in cella: scatta l’inchiesta della procura
Pavia. Il giudice dopo l’arresto aveva ordinato una «stretta sorveglianza del detenuto», che era in attesa di giudizio. Perché Osama A., il giovane di 30 anni di origine egiziana che si è tolto la vita giovedì a Torre del Gallo, aveva già provato a farla finita. E per questo dal carcere di Monza, dove era entrato alla fine di agosto con l’accusa di violenza sessuale, era stato trasferito nel carcere di Pavia. Qualcosa nella vigilanza, però, non ha funzionato: il giovane si è impiccato, poco prima di mezzogiorno, nel locale docce della sua cella.
Il suicidio del 30enne è il 15esimo registrato nella casa circondariale dal 2021, il terzo dall’inizio dell’anno. Per fare luce sulle circostanze dell’ennesima morte dietro le sbarre la Procura di Pavia ha avviato un’inchiesta. L’ipotesi di reato con cui il fascicolo è stato aperto è di istigazione o aiuto al suicidio: la pm Valeria Biscottini dovrà fare luce sulle condizioni della detenzione, per capire se queste possano avere agevolato il gesto volontario, anche se forse dettato da una condizione di fragilità. E se le prescrizioni sulla vigilanza siano state rispettate.
La denuncia della famiglia
Non ha dubbi l’avvocato del giovane detenuto, Marco Romagnoli, incaricato dalla famiglia del giovane in Egitto: «I parenti chiedono che sia fatta luce sulle circostanze che hanno portato a questa tragedia. Il mio assistito era incensurato e regolare in Italia ed era in attesa di giudizio. Lo stavo difendendo da un’accusa che lui riteneva ingiusta e di cui si vergognava di fronte alla sua famiglia. Il giudice aveva disposto la stretta sorveglianza, perché allora non era adeguatamente vigilato? La tragedia non è avvenuta di notte, ma in pieno giorno».
L’articolo completo sul giornale in edicola oggi, sabato 15 novembre.