«Anche il silenzio è una dichiarazione»: Chiara Valerio a Bookcity Pavia
A Pavia Chiara Valerio non torna dai tempi del dottorato in matematica, a portarla qui un convegno. Ma la provincia ha continuato a frequentarla e raccontarla, con i suoi suoni, gli odori, i sogni: la sua Scauri è ancora centrale nell’ultimo romanzo, La fila alle poste (Sellerio, 2025). Sabato alle 11.30 nel Ridotto del Fraschini l’autrice dialoga all’interno di Bookcity Pavia con il neurolinguista Andrea Moro e la giornalista Alessandra Tedesco (Radio24, Il Sole 24Ore e Il Cacciatore di libri) sul tema Dire, tacere, postare. Incontro sold out, molti sono rimasti fuori.
Lea Russo torna ne La fila alle poste e non è la sola: è l’inizio di una serie o non ci dobbiamo affezionare?
«Non ne ho idea. Lo sapremo se e quando lo scriverò. L’unica cosa che ho in mente, in questo momento, è una storia di Vittoria a Scauri intorno alla metà degli anni Sessanta. Avevo in mente da subito una storia dove Vittoria fosse viva. Per quanto riguarda Lea Russo, ogni volta che qualcuno mi chiede se tornerà a essere protagonista di un romanzo, rispondo che lo spero. Perché non vorrei mai succedesse come scrive Ginzburg in Caro Michele e cioè “mi sembrerebbe molto strano vederti per strada e non chiamarti”. Le passioni, le ossessioni, anche letterarie, possono finire da un momento all’altro».
Scauri è sfondo e personaggio i alcuni suoi libri: qual è il ruolo della provincia nell’immaginario oggi?
«Il ruolo perenne della provincia mi pare il suo essere ai margini. Il suo essere più piccola e più rada (di stimoli, di persone, di case). E in questo suo essere rada e distanze c’è una opportunità geometrica cioè una prospettiva, e una opportunità estetica, cioè di sperimentazione di comportamenti, abiti, gusti alimentari. La provincia è una occasione. O forse le rispondo così perché, in una provincia anche difficile come il sud-pontino, invece di drogarmi, ho studiato. Non so ancora bene come è successo. Credo, perché sono cresciuta con i miei genitori e i miei nonni, una fortuna insomma. Non si sceglie dove nascere».
“Dire, tacere, postare” è il focus dell’incontro a Pavia: quali sono le forme attuali del silenzio e del dire?
«Anche il silenzio è diventata una dichiarazione. Che disastro no? Penso che viviamo un’epoca in cui non commentare, non esprimersi, non chiosare è complicato. Ma scrivere romanzi esercita al silenzio. Più di qualsiasi altra cosa. Io consiglio sempre di scrivere romanzi, non tanto per pubblicare, ma per esercitarsi a stare zitti».
In che misura il linguaggio è un atto di potere? E come lo è “non-dire” o “non-postare”?
«Chi nomina ha un potere, e un enorme dovere, e una schiacciante responsabilità. Penso sempre che Dio non nomina, Dio dice all’uomo di nominare ciò che ha intorno, la parte di creazione della realtà, di rappresentazione, che nella Bibbia Dio lascia ad Adamo, è la parola. Finché il verbo è presso Dio è un attributo in potenza di Dio, ma in atto, è un attributo dell’uomo».
Pavia è anche città di università, biblioteche e librerie. Quanto contano i luoghi fisici del sapere in un mondo anche digitale?
«Sono stata a Pavia l’ultima volta durante il dottorato, per un convegno, saranno più di venti anni fa. E mi piacerebbe sapere se davvero dalla stazione di Pavia all’università, strada che credo di aver fatto a piedi, c’era un’infilata di vetrine Annabella senza più pellicce? È vero o falso? Non lo so più. Finché abiteremo i luoghi digitali con il corpo saranno ancora luoghi fisici. Ma senza odori, sapori, fastidi. Chi vuole stare a lungo in un luogo senza sapori odori fastidi e sorprese?».