Arbasino pubblico e privato, tutti i volti del grande scrittore in “Stile Alberto”
Per la famiglia era Nino (il suo vero nome); per tutti, nei salotti romani, nelle redazioni dei grandi giornali, nelle case editrici, era Alberto: Alberto Arbasino, classe 1930, da Voghera.
A cinque anni dalla morte, la Rai – con il contributo della Fondazione Teatro Sociale di Voghera e della Fondazione del Monte – ha prodotto “Stile Alberto”, un documentario diretto da Michele Masneri che racconta lo scrittore poliedrico, mito, per molti, ancora oggi. Originale in tutti i sensi, è ricordato con grande trasporto da diversi amici: ne esce la rappresentazione di un personaggio a due volti o forse, come sintetizza Giovanni Agosti (critico d’arte, altro personaggio straordinario), di un uomo costretto a indossare una maschera per piacere a tutti, soprattutto all’alta società che amava e che lo aveva attratto fin da giovane assistente universitario.
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È un ritratto dolce e amaro quello che lo scrittore Michele Masneri fa in prima persona, da grande ammiratore di Arbasino. Fa scovare a Giovanni Agosti una breve autobiografia inedita che l’amico scrittore gli aveva inviato: «Sono nato nel 1930 e sono vissuto quasi sempre nel triangolo tra Voghera, Casteggio e Salice Terme: sono posti di confine, un po' sotto l'Austria e un po' sotto il Piemonte a seconda dell'andamento di qualche guerra di successione. Basta fare qualche chilometro da un lato, attraversare il Curone e si è subito nella provincia di Alessandria: abbiamo a nord la regione più civile del nostro Paese, mentre nelle campagne umide e nebbiose (...) aperte alle pestilenze e alle invasioni straniere nascono i caratteri tipicamente nordici, inclini a fantasticherie invernali e notturne davanti al camino acceso e a giocare con le radici delle parole».
Lui, spesso, ha giocato con le radici delle parole. E, a proposito di radici, il documentario lo racconta come legatissimo alla famiglia e a Voghera, dove ora è sepolto nella tomba degli Arbasino.
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Figlio di farmacisti di via Emilia, dopo la laurea si immagina una carriera da diplomatico, per poi buttarsi in quella universitaria. Agli studi affianca la passione per la scrittura, che diventa la sua attività principale nel 1963, dopo la pubblicazione di Fratelli d’Italia, il suo romanzo più amato, nel quale racconta il boom economico attraverso le scorribande di giovani intellettuali. Di Fratelli d’Italia uscirono più versioni, sempre aggiornate, perché Arbasino pensava alla letteratura come a qualcosa in continua evoluzione.
Il documentario ricorda anche un’altra faccia di Arbasino: il pioniere televisivo. Con le dieci puntate di Match, su Rai 2, inventò un formato nuovo, facendo scontrare in diretta attori, scrittori e intellettuali. Dibattiti feroci, impensabili per la Rai degli anni Settanta.
Sempre anticonformista, non mancava alle feste romane della contessa venezuelana Marisela Federici. Proprio in queste frequentazioni aristocratiche si manifesta il suo doppio volto, o la sua maschera. Dice Masolino d’Amico: «Andava ai pranzi di questi signori volentierissimo, ma le conversazioni erano pietose. Ci andava perché era una conquista sociale, poi se la squagliava. Sentiva delle scempiaggini che dicevano questi qui».
Maschera o curiosità, riserbo o mistero – anche quello attorno all’ultimo compagno. Di Arbasino ci resta l’ironia elegante, la ricerca linguistica, la libertà intellettuale.