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Sergio Segio alla Fiera del Libro dell’Istria, la guerra come sistema e il nuovo fascismo

L'autore, attivista ed editore italiano Sergio Segio torna nella sua città natale, Pola, la cui biografia abbraccia i capitoli più delicati della storia italiana della seconda metà del XX secolo. Segio sarà ospite della prossima Fiera del Libro Istriana L'autore, attivista ed editore italiano Sergio Segio torna nella sua città natale, Pola, la cui biografia abbraccia i capitoli più delicati della storia italiana della seconda metà del XX secolo. Segio sarà ospite della prossima Fiera del Libro Istriana. Nato a Pola nel 1955, cresciuto a Milano, Segio è passato dal radicalismo politico e da vent'anni di carcere a uno dei più importanti autori e ricercatori italiani sui temi dei diritti umani, della giustizia sociale e dell'interpretazione critica della società contemporanea. Come curatore di lunga data del "Global Rights Report" e di una serie di libri su giustizia internazionale, guerra, lavoro, migrazione e droga, è rimasto un attento analista dei sistemi di potere e delle loro conseguenze sulla vita dei più vulnerabili. Per lui, Pola è, come dice lui, "un luogo dell'anima", un luogo di primi ricordi e di ritorni emozionali. In questa intervista, Segio parla del passato che lo segue come un'ombra, delle manipolazioni della memoria collettiva, della pericolosa crescita delle tendenze autoritarie in Europa e negli Stati Uniti, delle guerre che stanno diventando sistemi industriali, di identità, di carcere e dei giovani che cercano nuove forme di lotta politica.

La vita sorprende sempre

Torni a Pola, la tua città natale, dopo una vita trascorsa altrove, spesso ai margini o in opposizione alle autorità. Cosa significa per te questo ritorno? È un cerchio che si chiude o, meglio, un nuovo inizio?

- Direi che, in un certo senso, chiude il cerchio e il ciclo della memoria e dell'esistenza perché mi ricollega ai miei primi ricordi e alla difficile storia familiare. Temo di non avere più tempo per nuovi inizi, anche se la vita, dopotutto, ci sorprende sempre.

La sua biografia attraversa la storia italiana come una lama, ma anche come una ferita. Si considera ancora prigioniero del passato o, ora, ne è il custode critico e consapevole?

- Il passato è come un'ombra che mi cammina sempre accanto. Non ci si può separare dalla propria ombra. Ma l’ombra e la persona di cui essa è riflesso sono diverse. Ad essere vera e viva è la persona, in quanto capace di cambiamento e di scelta. La storia è un costante divenire col quale le singole esistenze devono sempre cercare di sintonizzarsi ma dal quale spesso vengono travolte o lasciate indietro. In questa dinamica, la memoria diventa una preziosa bussola per andare avanti senza però smarrirsi, essendo disponibili a trarre insegnamento dal passato.

(Fiera del libro in Istria)

Narrazione ufficiale e silenzio ostile

Come può la memoria degli "anni oscuri e plumbei" trasformarsi oggi in uno strumento di comprensione, anziché in un'arma di divisione o di giudizio? Lei ha scritto che "la memoria non è un altare, ma un campo di lavoro". Dov'è, secondo lei, il confine tra testimonianza e giustificazione?

- La memoria è, al tempo stesso, un'ausilio, una fatica, un dovere e un potere e, in questo senso, anche un terreno di conflitto. Uno dei miei libri si apre con questo esergo, ripreso dal George Orwell di 1984: «Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato». La memoria che in Italia si è sedimentata su quel periodo e che pretende di essere condivisa è quella di chi controlla il presente e ha sinora controllato e indirizzato la narrazione del passato. A discapito della sua comprensione spesso equivocata – in buona o cattiva fede – con la sua giustificazione. Ormai da decenni chi dissente dalla narrazione ufficiale incontra il silenzio ostile del mainstream e le censure bipartisan dei partiti politici e dei governi. Una censura divenuta pressoché ferrea in Italia da quando l’allora Capo dello Stato, l'ex comunista Giorgio Napolitano, ha promulgato la legge che ha istituito il «Giorno della memoria, dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice». Veniva così affermato e consacrato in forza di legge un assunto assai discutibile, ovvero che il terrorismo, la lotta armata e le stragi siano fenomeni assimilabili e omogenei. Contemporaneamente, con la scelta simbolica della data, il 9 maggio, si indicava che come terrorismo è da intendersi quello di sinistra, quello che ha ucciso Aldo Moro. È la stessa logica capziosa che, nel 2004, portò all'istituzione del Giorno del Ricordo delle vittime delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata il 10 febbraio, la stessa data del Trattato di Parigi che nel 1947 attribuì alla Jugoslavia l'Istria e altri territori. Il doveroso omaggio a tutte le vittime di guerre, persecuzioni, rappresaglie, atti di violenza politica o terrorismi non dovrebbe essere piegato a logiche di parte e di revanche o a intenti di revisionismo storico.

La scelta del 9 maggio equivale a raccontare solo il secondo tempo di un film, a strappare i primi capitoli di un libro rendendolo così monco e incomprensibile. Altri avevano più correttamente proposto la data del 12 dicembre, che nel 1969 diede inizio alla cosiddetta strategia della tensione con la strage di piazza Fontana a Milano. Una strage che un'intera generazione di democratici – non di terroristi –, si abituò a definire di Stato, per il comprovato ruolo avutovi da uomini e apparati istituzionali nel supporto e copertura ai gruppi neofascisti – quelli sì propriamente terroristici. L'istituzione di quel Giorno della memoria il 9 maggio diventò così il tassello finale di una strategia finalizzata a sedimentare una memoria unica e mistificata di tutto il conflitto e gli avvenimenti degli anni Sessanta e Settanta e, più in là, del lungo dopoguerra italiano, con la contemporanea autoassoluzione degli apparati dello Stato compromessi con le stragi e registi della strategia della tensione. Comprendere davvero quel periodo, che è fuorviante classificare come «di piombo», dovrebbe insomma significare colmare i buchi neri e rimettere in fila le pagine di quel libro. Facendolo diventare finalmente un libro di storia, sottraendolo cioè alla cronaca, alle semplificazioni e alle logiche vendicative. Temo però che sia ormai troppo tardi. A dispetto dell'ammonimento di Nelson Mandela: «L’esperienza altrui ci ha insegnato che le nazioni che non fanno i conti con il passato ne sono ossessionate per generazioni».

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- Sì, con grande preoccupazione. La guerra è sempre un terreno scivoloso, e il conflitto in Ucraina ha dimostrato quanto sia difficile fermarla e come possa causare effetti domino incontrollati. Proprio perché la guerra è un sistema, non un evento. La guerra è sempre stata un'opportunità e un pretesto per il capitalismo predatorio, come ci ha insegnato Naomi Klein con la sua "Shock Economics", ma in questo secolo ha assunto forme e prospettive nuove, a partire dalla "guerra infinita" teorizzata dal presidente americano George W. Bush dopo l'11 settembre e immediatamente attuata con le invasioni prima dell'Afghanistan e poi dell'Iraq. Da allora, la guerra è stata progressivamente privatizzata e gestita direttamente da contractor e multinazionali, con un'interazione negativa con ogni altro tipo di crisi ecologica, economica e sociale. È questo sistema che ha prodotto la "guerra mondiale a pezzi", secondo la definizione precedentemente proposta da Papa Francesco. Le "parti", tuttavia, non sono solo territori. Le vittime non sono solo persone aggredite e private della loro libertà o costrette a combattere contro la loro volontà. Non è solo la popolazione civile a essere maggiormente colpita da guerre sempre più tecnologicamente avanzate e sempre più codarde, condotte dall'alto e a distanza tramite droni. Decine di milioni di rifugiati e sfollati sono vittime del sistema di guerra, della guerra; sono anche centinaia di milioni di persone impoverite dallo smantellamento del sistema di welfare e dall'esaurimento delle risorse pubbliche dirottate dalle multinazionali belliche, come sta accadendo in Europa; sono vittime anche i lavoratori schiacciati da salari insufficienti e condizioni di insicurezza e precarietà; sono cittadini privati ​​di diritti e democrazia, libertà di informazione e di dissenso, come si vede chiaramente non solo in Russia, ma anche in Ucraina, sostenuta e finanziata dall'Occidente nella sua guerra per procura; sono anche nuove generazioni la cui salute, il cui benessere e il cui futuro stesso sono minacciati dal disastro ecologico causato dalle multinazionali dell'energia, del cibo e della distribuzione, dal riscaldamento globale e dalla privatizzazione dell'acqua e dei beni pubblici.

Pola come luogo dell'anima e il carcere come laboratorio

Pola è una città dai confini mutevoli e dalle identità molteplici. Ti riconosci in questa pluralità? Ti senti più italiano, istriano o semplicemente un uomo che ha attraversato i confini?

- Nel mio viaggio, credo e sento di aver vissuto diverse vite, in una sorta di continuità e discontinuità tra ciascuna di esse. Può essere, infatti, come attraversare molti confini, che, a differenza dei muri, consentono il passaggio in entrambe le direzioni, l'esplorazione, ma anche il ritorno. Non accetto - anzi, rifiuto - l'idea rigida e statica di identità. Sono invece attratto dall'ibridazione culturale, dal viaggio. Pola, sebbene inesplorata e poco conosciuta, è per me un luogo dell'anima, un riferimento sentimentale ed emotivo. Uno dei primi luoghi che ho voluto visitare di nuovo dopo una lunga permanenza in carcere.

Hai vissuto la prigione nella sua forma più crudele, trasformandola in un "laboratorio" di pensiero e umanità. Cosa rimane in un uomo dopo vent'anni dietro le sbarre?

Indubbiamente, il carcere cambia e sottrae molto, a volte tutto. Nel mio caso, la lunga durata è stata temperata dalla dimensione collettiva e anche affettiva delle ragioni e delle cause che mi ci avevano condotto e dalla dimensione condivisa della rivisitazione del percorsi precedenti. Cioè dall'avere esatta coscienza del perché ero lì e dal sapere ciò che dovevo fare: lottare quotidianamente per non esserne schiacciato e per costruire i percorsi, appunto collettivi, che avrebbero potuto fare riacquistare la libertà, nuove consapevolezze e una seconda occasione, all'inizio per nulla scontate.  Il tuo impegno successivo è incentrato sulla giustizia e sulla dignità umana. Credi che la società italiana sia ora pronta ad accettare che il perdono e il reinserimento possano essere più importanti della punizione? Il tuo pensiero su droga e carcere è sempre stato questo? Cosa, dopo tante battaglie, ti spinge a continuare a parlare di libertà anche nelle aree più stigmatizzate? - In quelle altre mie vite, dopo l'attivismo armato, la prigionia e poi l'impegno sociale e umanitario, ho cercato di fare il poco che potevo dove mi era consentito e reso possibile, anche con l'obiettivo di riparare, per quanto irreparabili fossero le tragedie. Per quanto riguarda i temi della colpa, della pena e della reclusione, così come della droga, della diversità e di molti aspetti del disagio sociale, temo che la società italiana stia facendo molti passi indietro. Le forze politiche attualmente al potere hanno persino proposto di modificare la disposizione costituzionale in merito, includendo specificamente la riabilitazione tra le finalità della pena. A livello di opinione pubblica, la costante manipolazione politica, che causa insicurezza e incita alla paura, sta avendo un impatto negativo anche sull'opinione pubblica, sia da parte della destra che del centro-sinistra, che li perseguita in questo campo. Ciò ha portato al passaggio dallo stato sociale allo stato penale, a un'illusione e a una bulimia repressiva che ha trasformato la reclusione e la segregazione in un valore piuttosto che in un'ultima spiaggia.

Stanchezza nel parlare e nello scrivere

Da anni Lei dirige Global Rights e il Rapporto sui diritti globali. Quali sono, secondo lei, i diritti più violati e quelli che la nostra epoca deve reinventare per sopravvivere?

- Non credo che si possa o si debba stilare una classifica. Il Rapporto, come il nostro lavoro e la nostra ricerca in generale, si basa sul presupposto che i diritti siano un sistema di vasi interconnessi; se uno di essi viene interrotto e attaccato in un punto, ciò si ripercuote sull'intero sistema. Come ho già detto, ad esempio, la guerra produce violazioni a tutti i livelli e in ogni segmento di quel sistema: diritti umani, civili, ambientali, economici, sociali e così via. Opposti e contrari ai diritti globali si pongono i "necro-poteri" e la "tanatopolitica", ovvero politiche non dissimili dalle politiche di sterminio perseguite dal nazismo e dal fascismo con le loro leggi razziali, i campi di concentramento e l'Olocausto: per loro, le vite (di gruppi etnici, popoli, classi sociali) non hanno valore, possono essere spezzate e annientate, per il bene dei propri interessi o convinzioni. Lo vediamo a Gaza in modo terribile ed evidente. Ma è anche su questo fronte che si muovono la genetica, la bionica e le nanotecnologie, incentrate su logiche eugenetiche: se il nazismo ha sterminato gli imperfetti e le razze considerate inferiori, gli "Elon Musk" lavorano per far nascere solo quelle perfette.

Ripensando alla tua generazione, segnata da ideali assoluti ed errori irreparabili, cosa diresti oggi a chi cerca giustizia in un mondo che sembra aver perso la fiducia nella politica? Se dovessi inviare un messaggio ai giovani di Pola, città di confini e memorie intrecciate, quale idea di libertà lasceresti loro come possibile eredità?

- Quando ero ragazzo, nelle assemblee scolastiche, per fare comprendere la necessità dell'impegno si insisteva sul concetto basilare che tutto è politica, che ogni cosa che avviene in qualsiasi angolo del mondo riguarda ciascuno e dunque non si può essere neutrali. Mi pare che la cosiddetta generazione Z stia dimostrando di averlo a sua volta compreso, pur se i luoghi e i modi per lottare e per ricercare giustizia sono diversi e sempre meno sono quelli tradizionali, della politica istituzionale e delle urne elettorali; e nonostante debba fare i conti con la maggiore pervasività del controllo e del dominio da parte di un sistema sempre più ingiusto e mortifero che sta sottraendo loro il futuro. Perciò sono convinto che i giovani non abbiano necessità di esortazioni, paternalismi, consigli – tanto meno miei – e sono fiducioso, pur essendo sempre stato un pessimista cronico, che sapranno e dovranno riscoprire nuove e adeguate forme di coscienza e di azione politica e anche di disobbedienza e di rivolta: anzitutto per ragioni di sopravvivenza, perché diversamente non avrebbero futuro.
(Fiera del libro in Istria)

Per te, scrivere è una forma di restituzione. Che ruolo gioca la parola nella tua vita oggi? Ti salva, ti mette a nudo o semplicemente ti accompagna?

- Devo ammettere che ultimamente mi sento stanco di parlare e scrivere. Forse perché, con le nuove forme e tecnologie di comunicazione governate, regolate e amministrate dal potere opaco e dittatoriale dell'algoritmo - o, meglio, del padrone dell'algoritmo - la parola scritta rischia di non essere più un esercizio di democrazia e di costruzione di connessioni sociali, ma di diventare un vuoto e dannoso rumore di fondo, un inquinamento spesso tossico dello spazio pubblico. O forse semplicemente perché sono sempre stato un pessimista cronico.

Il fascismo è uno strumento utilizzato dalle classi abbienti.

Viviamo in un'epoca in cui la parola "antifascismo" rischia di essere ridotta a una frase vuota. Quale forma pensi che dovrebbe assumere l'antifascismo del XXI secolo, data la rinascita del nazionalismo, dell'autoritarismo e delle paure collettive? Nel 2025, stiamo assistendo a una profonda crisi della democrazia liberale e al ritorno di figure autoritarie come Donald Trump. Quali lezioni possiamo trarre dal passato per evitare di ripetere la stessa storia con un linguaggio nuovo?

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