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Da Goli Otok alla 31a Fiera del Libro dell’Istria

L'intervista a tutto campo concessa da Sergio Segio al settimanale croato Express nell'occasione della presentazione dei suoi libri alla 31a Fiera del Libro dell'Istria che si è tenuta a Pola dal 28 novembre al 7 dicembre 2025 Intervista di Darko Vlahović (Express) a Sergio Segio In occasione della sua apparizione come ospite alla 31aFiera del Libro istriana, ha gentilmente accettato di rilasciare un'intervista all'Express
  1. Lei è nato a Pola, ma da bambino si è trasferito a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano, dove ha trascorso l’infanzia e la giovinezza. Quali sono i suoi legami familiari con l’Istria? Perché la sua famiglia si è trasferita in Italia? Sente ancora qualche radice in quella terra? Ha ancora parenti in Istria?
Più che essersi trasferita direi che la mia famiglia è dovuta fuggire da Pola. Era il 1957, io avevo solo due anni, mia sorella cinque, mio fratello otto. Quella scelta venne in conseguenza delle vicende politiche che colpirono mio padre, partigiano comunista e membro dell’Unione degli Italiani di Pola. A seguito della rottura tra Tito e Stalin e l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform, l’ufficio internazionale di coordinamento tra i partiti comunisti dell’epoca, avvenuta nel giugno 1948, si scatenò in tutta la Jugoslavia una dura repressione contro i dissidenti – reali o presunti – dalla linea ufficiale del Partito comunista jugoslavo. Anche mio padre venne arrestato il 20 dicembre 1948 e portato nel carcere di Pola in via dei Martiri. La settimana successiva venne arrestata anche mia madre, poi scarcerata nel marzo 1949. Mio padre, invece, fu tra i primi deportati nel famigerato campo di prigionia di Goli Otok, dove rimase prigioniero sino al gennaio 1952. Sottoposto a continui controlli e persecuzioni poliziesche anche in seguito, decise con mia madre di abbandonare tutto e tentare una nuova vita in Italia. In questo senso, a differenza delle decine di migliaia di persone che lasciarono nel dopoguerra Pola e l'Istria divenute jugoslave, penso appropriato definirci profughi più che esuli: non abbiamo semplicemente optato per un altro paese abbandonando quello natio, siamo stati costretti a farlo. In verità, a Pola rimase la mia nonna materna, unica parente. Il fratello di mia madre e sua moglie erano rimasti uccisi – assieme ad altre 63 persone – nella strage di Vergarolla del 18 agosto 1946. Noi bambini, con mia madre, per diversi anni siamo tornati a Pola in estate a trovare la nonna. Mio padre non lo fece mai: aveva promesso a se stesso – e mantenuto l’impegno – di non tornare più nella sua città finché fosse vivo Tito. Vi tornò, in effetti, un’unica volta negli anni Ottanta. Personalmente, ho sempre sentito un forte legame intimo con il mio paese di nascita. Mi è capitato recentemente di leggere un piccolo libro di memorie e considerazioni di un esule istriano, Michele Zacchigna, intitolato Piccolo elogio della non appartenenza, che mi ha fatto riflettere su quanto, invece, per me questa sia sempre stata avvertita come una menomazione, una privazione che mi ha accompagnato tutta la vita. Anche senza pensarci. Anche senza saperlo. Anche avendo in somma antipatia ogni richiamo nostalgico alle radici, e ancor più alle patrie. Pola e l’Istria, semplicemente, mi sono sempre rimaste sotto la pelle come memoria subliminale.  
  1. Sesto, negli anni della sua crescita, era conosciuta come una roccaforte del Partito Comunista Italiano. Quanto ha influito quell’ambiente sulla formazione del suo pensiero politico?
Sicuramente ha influito molto. Sesto San Giovanni era soprannominata la Stalingrado d'Italia e, assieme a Torino, anche la Città delle fabbriche, essendo uno dei maggiori poli industriali italiani, con una presenza operaia fortissima e molto sindacalizzata, che aveva dato anche un importante contributo alla Resistenza antifascista, con centinaia di lavoratori arrestati e deportati in Germania, diversi fucilati. Determinante nel mio percorso è pure stato il particolare periodo storico nel quale mi sono precocemente affacciato alla politica e alla militanza, i primissimi anni Settanta. Ovvero anni caratterizzati da un ciclo di lotte operaie e studentesche assai forti e radicali: l'onda lunga delle rivolte giovanili del ’68 e del Maggio parigino, dell'Autunno caldo operaio del '69 e delle mobilitazioni internazionali contro la guerra di aggressione del Vietnam, ma anche anni di acceso scontro con le forze reazionarie e neofasciste, che avevano visto nell'attentato di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre1969 un momento sanguinosamente cruciale, con 17 morti e 88 feriti. Una tragedia, definita Strage di Stato per le coperture e compromissioni emerse tra apparati istituzionali e gruppi neofascisti che ne furono artefici, che, si disse, determinò la «perdita dell'innocenza» per la mia generazione. Da allora, in effetti, la violenza politica crebbe sempre di più, assieme alla cosiddetta strategia della tensione e allo stragismo di impronta neofascista. Come ebbe ad affermare, molti anni dopo, il presidente di una Commissione parlamentare di indagine sulle stragi e sul terrorismo: «Nel periodo ‘68-’74 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione; a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di stato e tre grandi stragi impunite nel periodo 69-74; gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage». Non andrebbe dimenticato, poi, il contesto internazionale, con le dittature militari al potere in Grecia, Spagna, Portogallo, Turchia, per non dire di quelle latinoamericane, compreso il golpe in Cile del 1973 che determinò molta emozione e preoccupazioni anche in Italia, tanto da imporre un cambio di strategia nel Partito Comunista Italiano che stabilì quello che fu chiamato «compromesso storico» con la Democrazia Cristiana, il partito ininterrottamente al governo da decenni; una svolta che contribuì a chiudere spazi al dissenso. Alcuni di questi regimi, in particolare quello greco e portoghese, avevano rapporti diretti di sostegno e collaborazione anche con i gruppi neofascisti italiani e con settori delle forze armate. In quegli anni, il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, responsabile dei servizi di intelligence, capeggiava manifestazioni all'insegna dello slogan: «Ankara, Atene, adesso Roma viene». Insomma, direi che nella mia formazione e nella radicalizzazione del mio pensiero sino alla scelta armata hanno contribuito un insieme di fattori difficili da scindere: la storia famigliare, il particolare contesto italiano di quegli anni, ma anche quello internazionale, la reazione difensiva di fronte alle spinte autoritarie e golpiste così come una convinzione rivoluzionaria e una forte dimensione ideologica.  
  1. Ha studiato filosofia a Milano. Come è avvenuto il passaggio dalla teoria politica all’imperativo della lotta armata? Le armi erano, a suo giudizio, la logica continuazione del pensiero critico sulla società italiana di allora?
Come dicevo, in quegli anni il timore di una svolta reazionaria nel paese era forte e diffusa. Anche i dirigenti dei partiti democratici, sindacalisti e parlamentari di opposizione erano abituati a dormire spesso fuori casa per precauzione. E non per paranoia, poiché furono in seguito ricostruiti almeno quattro progetti di colpo di Stato: uno nel 1964, il cosiddetto Piano Solo attribuito al generale Giovanni De Lorenzo; uno nel 1970 capeggiato dal principe Junio Valerio Borghese, comandante della X Flottiglia MAS durante il fascismo; un altro nel 1973 che vide coinvolti il generale Amos Spiazzi e il generale Vito Miceli a capo del Servizio Informazioni della Difesa; nel 1974 furono scoperti i propositi del monarchico Edgardo Sogno per rovesciare le istituzioni e istaurare una Repubblica presidenziale. Ancora nel 1981 fu scoperto e bloccato il cosiddetto Piano di Rinascita democratica elaborato da Licio Gelli, già dai primi anni Settanta a capo di una Loggia massonica segreta chiamata P2, cui appartenevano centinaia di esponenti politici, imprenditori, ma soprattutto membri di vertice di forze armate italiane, carabinieri e servizi segreti. Finanziatrice di attività eversive e terroristiche dell’estrema destra italiana, la P2 era attiva anche a livello internazionale, in particolare nel golpe e successiva dittatura militare in Argentina. Da ultimo, una sentenza giudiziaria del luglio 2025 ha affermato un ruolo della P2 nel finanziare la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, che causò 85 morti e oltre 200 feriti, per la quale sono stati da tempo condannati esponenti di gruppi neofascisti. Quello era il quadro in cui, a un certo punto, si fece strada nelle organizzazioni extraparlamentari italiane di quel periodo, tra cui Lotta Continua di cui facevo parte, un dibattito sulla necessità di attrezzarsi anche sul piano delle armi. Una scelta che, progressivamente, convinse e coinvolse, a vari livelli, decine di migliaia di persone, gli inquisiti sono stati oltre 20.000 e circa 6.000 i militanti incarcerati. Dunque, una scelta numericamente non irrilevante ma tuttavia minoritaria rispetto all'estensione dei movimenti dell'epoca. Nelle logiche e nelle analisi di allora ci parve coerente, ma indubbiamente fu controproducente e un errore, poiché contribuì ai propositi di «destabilizzare per stabilizzare» che stavano alla base dei disegni di quello che oggi chiameremmo deep state. Del resto, si chiamavano proprio Stay behind quelle strutture paramilitari coperte interne all'organizzazione Gladio, sorta in ambito atlantico in diversi paesi europei in funzione anticomunista nel quadro della guerra fredda, che gestiva anche strutture e depositi di armi a ridosso del confine con la Jugoslavia. Nella prima metà degli anni Settanta, i dati sulla violenza politica e sugli attentati indicano una netta prevalenza di autori della estrema destra (il 95% dal 1969 al 1973, l'85% nel 1974, il 78% nel 1975; su 4384 attentati o atti di violenza politica avvenuti tra il 1969 e il 1975, l’83% è stato di matrice neofascista) non sarebbe però onesto attribuire alla nostra scelta della lotta armata una sola motivazione reattiva e difensiva. In misura minore o maggiore per ciascuno, contribuirono anche altri fattori: dal mito della Resistenza antifascista come «rivoluzione interrotta» da riprendere e continuare a quello della palingenesi rivoluzionaria sulle orme delle lotte anticolonialiste e di liberazione in corso ad altre latitudini; dalla suggestione esercitata dalle guerriglie sudamericane alle considerazioni che il ciclo di lotte operaie aveva raggiunto un tetto di conquiste e che si trattasse dunque di passare dalle lotte rivendicative a quelle per affermare il proprio potere e autonomia, come in quel momento avvenimenti come l'occupazione dello stabilimento FIAT Mirafiori a Torino da parte dei lavoratori nel 1973 o episodi di lotte e di scontro al di fuori delle organizzazioni sindacali, facevano sembrare plausibile. Tutto ciò forse oggi risulta poco comprensibile, ma credo si possa dire che la nostra esperienza si possa considerare un frammento terminale del Novecento, un tardivo tentativo di esplorarne e attualizzarne i miti rivoluzionari che lo hanno abitato e caratterizzato.  
  1. È stato uno dei dirigenti dell’organizzazione della sinistra radicale Prima Linea. In un’intervista lei ha affermato che Prima Linea non era un’organizzazione terroristica, bensì una “organizzazione combattente della sinistra”. La violenza può essere considerata un mezzo legittimo di azione politica? Se sì, quali criteri ritiene oggi necessari per giustificarla?
La violenza politica è stata, giustappunto, una delle tragiche colonne sonore del Novecento, un secolo di guerre e di rivoluzioni, di stermini di massa, di lager e di gulag. Gli storici hanno stabilito che abbia prodotto tra i cento e i centocinquanta milioni di vittime in guerre e atti di violenza di massa, cifra che arriva addirittura a duecento milioni se si calcolano quelle dovute a fenomeni connessi, ad esempio le carestie. Guerre che, a differenza di quelle dei secoli precedenti, hanno colpito in modo massiccio le popolazioni civili, più che gli eserciti: le vittime civili nella Seconda guerra mondiale sono state il 50% dei caduti, per arrivare negli ultimi decenni del secolo a una percentuale addirittura del 90-95%. Le guerre, in fondo, non sono altro che violenza politica organizzata all'ennesima potenza, catena di montaggio della morte. Le guerre civili non sono poi assai diverse da quelle di conquista o di aggressione. Guerre civili quale quella che noi pensavamo di continuare, rilevando il testimone dalla Resistenza antifascista e anticapitalista, tradita dall'amnistia voluta e varata dal ministro guardasigilli e capo del Partito Comunista Italiano Palmiro Togliatti, che garantì l'impunità ai fascisti e ai criminali di guerra e, più in generale, dall'abbandono da parte del PCI di quel programma di democrazia progressiva, di quel «Vento del Nord» che aveva caratterizzato una parte dei partigiani che volevano non solo liberarsi del regime fascista ma anche realizzare, se non il socialismo, una forte e avanzata giustizia sociale, togliendo potere e privilegi a quelle classi proprietarie e liberali, agrarie e industriali, che avevano consentito e usato la dittatura in funzione antiproletaria e antipopolare. Il generale prussiano Karl von Clausewitz affermava che la guerra è continuazione della politica con altri mezzi. In realtà, più propriamente, è una degenerazione della politica, e quegli “altri mezzi” sono la barbarie delle stragi e del sangue. Questo vale per la guerra, ma vale anche per il cosiddetto terrorismo: una etichetta con la quale vengono stigmatizzati fenomeni tra i più diversi, compreso – e forse per primo – l’opposizione a regimi autoritari. In un mondo dove la violenza, anche quella propriamente terroristica – dunque, in primo luogo, la guerra e i suoi «effetti collaterali» –, è diffusa e ampiamente esercitata in prima persona dagli Stati, nessuno è disposto a definire sé stesso terrorista: questo è il nome che si riserva solo al nemico. Tornando allo specifico degli anni Settanta italiani, mi sembra significativo quanto, al proposito, ammise a vent'anni di distanza dai fatti uno dei nostri principali nemici dell'epoca, che peraltro fu tra i fondatori di Gladio, il democristiano ministro dell'Interno e poi presidente della Repubblica Francesco Cossiga: «Rileggendoli ora, quei dati, e considerando che sono state sei o settemila le persone finite in carcere per periodi più o meno lunghi, va ricordato che aveva ragione Moro: ci trovavamo davanti a un grosso scoppio di eversione. Non di terrorismo. Il terrorismo ha una matrice anarchica che punta sul valore dimostrativo di un attentato o di una strage. L’eversione di sinistra non ha mai fatto stragi. Ci trovavamo davanti a una sovversione. A un fenomeno politico. A un capitolo della storia politica del Paese». Anche per questa sua tardiva e generalizzata propensione a «picconare» il sistema politico del tempo, dicendo verità scomode, pur se talvolta interessate e autoassolutorie, Cossiga fu trattato come pazzo da una parte di quello stesso sistema e dal PCI, che intentò un processo di impeachment contro di lui. Ma, al di là del conflitto tra i partiti di quegli anni, rimane obiettivamente vero che in Italia terroristico fu lo stragismo fascista che tra il 1969 e il 1984 produsse 154 morti e oltre 800 feriti. Detto questo, se allora pensai che la violenza politica fosse necessaria e inevitabile oggi penso sia uno strumento e una pratica rozza, sempre strutturalmente incapace di produrre effetti positivi e trasformativi. Anche perché non costituisce e non interpreta il necessario scarto, morale e politico, dalla violenza istituzionale, dalla violenza del sistema, che invece il senso comune è abituato ad accettare acriticamente e passivamente. La violenza politica appartiene allo stesso statuto concettuale, si nutre delle stesse categorie e produce gli stessi sentimenti della guerra. E io oggi penso che la guerra, ogni guerra, sia «merda», per dirla con il titolo di un recente libro del giornalista francese Jacques Charmelot.  
  1. Negli anni Settanta, durante il suo impegno nelle organizzazioni della sinistra radicale, come guardavate ai Paesi al di là della Cortina di ferro? L’Unione Sovietica rappresentava per voi un modello di riferimento? E come ha vissuto, in questo senso, la caduta del Muro di Berlino?
La mia e nostra critica di allora era pressoché equidistante: se gli Stati Uniti erano considerati il cuore del sistema capitalistico e dell'aggressione colonialista in Asia e in Africa, i protettori, registi e mandanti di ogni dittatura militare e fascista, come in quei tempi del golpe cileno, non di meno consideravamo e definivamo l'Unione Sovietica un regime socialimperialista, nel quale si era esaurita ed era stata tradita la spinta rivoluzionaria dell'Ottobre. A posteriori, mi tocca forse dare ragione a mio padre secondo cui l'«equilibrio del terrore» garantito dai due Blocchi e dagli Accordi di Yalta dopo la Seconda guerra mondiale, nel bene e nel male, per quarant'anni aveva prodotto una relativa stabilità e costretto vicendevolmente le due potenze – a parte la crisi dei missili a Cuba nel 1962 – a evitare ogni rischio di conflitto su scala globale. La caduta del Muro di Berlino, giustamente salutata come momento di liberazione, avrebbe potuto e dovuto aprire una nuova fase mondiale di pace, prosperità, disarmo, multipolarismo. Oggi possiamo constatare quanto pericolosamente le cose siano andate in tutt'altra direzione. Il nuovo ordine mondiale imposto dagli Stati Uniti dopo l’89 ha prodotto un processo di segno opposto che ha rapidamente determinato profondi squilibri su tutti i piani, economici, ambientali, sociali e anche militari, aprendo la strada a quel progressivo allargamento a Est della NATO, con i paesi aderenti passati da 16 a 30, divenuto principale causa della guerra in Ucraina e allo stesso snaturamento dell'Alleanza atlantica. La dissoluzione dell’ex Jugoslavia, favorita dalle cancellerie occidentali, può essere considerata sotto molti aspetti una delle premesse e il banco di prova di tale progetto espansionista e della nuova funzione e vocazione della NATO: entrando in guerra contro la Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999 – in violazione del diritto internazionale poiché senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite – da blocco difensivo contro gli ormai scomparsi Unione Sovietica e Patto di Varsavia si è trasformata in alleanza offensiva. Fatto sta che oggi il mondo e prima di tutti l'Europa si trovano di fronte a un gigantesco processo di riarmo e a un rischio non astratto di conflitto nucleare.  
  1. Ha trascorso più di vent’anni in carcere. In che modo quel periodo ha inciso sulla sua identità? Quanto l’assenza di libertà l’ha cambiato? In prigione ha scritto, pubblicato, diretto riviste, promosso iniziative e mantenuto un impegno sociale. Quanto l’ha aiutata tutto ciò a sopravvivere e a trasformarsi?
Il carcere è stato un assiduo, a tratti impietoso, corpo a corpo con se stessi, una quotidiana resa dei conti; una faticosa scoperta di anfratti inesplorati della propria coscienza; una rilettura non solo delle ragioni che avevano portato a essere lì ma dell’intera propria vita; un viaggio senza bussola e senza fine nella solitudine, nel mio caso tanto più doloroso provenendo da una storia politica e sentimentale intensamente e profondamente collettiva. Per me, peraltro, il carcere fu in qualche misura una scelta per condividere il destino dei miei compagni, avendo deciso di non fuggire all'estero, come molti fecero nella fase finale della nostra esperienza. Certamente in quei lunghi anni sono cambiato: non grazie al carcere, ma nonostante esso. Poiché vi ho verificato in concreto e personalmente quanto prima sapevo a livello solo teorico: ovvero che il carcere, come tutte le istituzioni totali, è violenza, è infantilizzazione, è condizione innaturale. Pretendere di educare, o di rieducare, le persone al senso di responsabilità e alla convivenza, isolandole dal consesso sociale è un controsenso, utile solo a nascondere e a mistificare l'essenza della pena reclusiva, che è la vendetta legale, l'incapacitazione e allontanamento delle classi pericolose, di quanti vengono ritenuti devianti. Ricordo l'onesto commento di un dirigente delle carceri fresco di nomina: «arrivando a dirigere l’amministrazione penitenziaria pensavo che avrei trovato le carceri piene di criminali, le ho scoperte invece piene di poveri». Il tempo recluso è stato dunque per me una quotidiana e lunga resistenza alla disumanizzazione e una lotta costante per conquistare e ritrovare, assieme alla libertà, nuove ragioni di impegno, a cominciare da quella di cambiare quel microcosmo, quel deposito di vite a perdere costituito dal carcere.  
  1. La coalizione di destra guidata da Giorgia Meloni è al governo in Italia da oltre tre anni: un tempo sufficiente per trarne un bilancio. Si sono realizzate le sue peggiori previsioni sul potere della destra radicale, o è rimasto, almeno in parte, positivamente sorpreso?
Diciamo che l'operato del governo Meloni non è per nulla diverso da quanto ci si poteva aspettare. Ha portato avanti, con efficacia e determinazione, politiche di destra con un'impronta autoritaria, che ha sottratto ruolo al parlamento. Proprio in questi giorni l'ente statistico ha ufficializzato i dati che mostrano una crescita dei prezzi dei beni alimentari del 24,9% negli ultimi quattro anni e un rischio di povertà arrivato in Italia al 18,9%, quasi tre punti sopra alla media europea, mentre i salari rimangono tra i più bassi. Se sul piano sociale i risultati sono nulli e su quello economico e fiscale indirizzati a maggior beneficio dei ceti più agiati, sull'ordine pubblico e sulla cosiddetta sicurezza vi è stata una intensa produzione legislativa indirizzata contro le ONG, i migranti e le navi umanitarie, contro gli attivisti ambientalisti, le lotte sindacali, il dissenso politico, persino contro i raduni rave e le proteste pacifiche nelle carceri, mentre ha introdotto norme di scudo penale per le polizie. Del resto, l’Italia è forse l’unico paese in cui le leggi sull’ordine pubblico vengono dettate dai servizi segreti e quelle sul carcere dai sindacati della polizia penitenziaria. Siamo anche un paese che, a questi riguardi, ha opposizioni assolutamente deboli e distratte, quando non complici. Va detto e ricordato, infatti, che i provvedimenti autoritari del governo Meloni si collocano spesso nella scia di precedenti produzioni normative, in alcuni casi a opera del centrosinistra. Il problema in Italia, infatti, è che sono i governi e i partiti di sinistra a non avere portato avanti politiche coerenti, a tutela dei lavoratori e dei ceti più deboli.  
  1. È stato per tutta la vita un forte critico del capitalismo, e quello di oggi appare ancor più indifferente ai diritti dei lavoratori e alla tutela dell’ambiente. Pensa che questo sistema possa essere corretto con alcune misure – come il reddito di base o una tassazione esponenziale dei più ricchi – oppure debba essere abbattuto? Esiste, secondo lei, un’alternativa reale al capitalismo?
Tra i demeriti del governo Meloni avevo in effetti dimenticato l'abolizione del reddito di cittadinanza, che in precedenza aveva attenuato l'incidenza delle povertà. Così come non avevo citato l'aggressiva levata di scudi del governo di fronte alla timida proposta del sindacato italiano CGIL di introdurre una maggior imposta sui grandi patrimoni; proposta accusata dal vicepremier di volere «misure da Unione Sovietica». Del resto, anche negli Stati Uniti di Trump il nuovo sindaco di New York viene tacciato di essere «un terrorista» per i propositi di giustizia sociale e fiscale espressi in campagna elettorale. A conferma ulteriore di quanto dicevo prima, la proposta della CGIL è stata respinta anche dal responsabile economico del Partito Democratico, anch'egli evidentemente dimentico del fatto che la progressività dell'imposizione fiscale è prevista dalla Costituzione italiana. Quanto alle alternative al capitalismo, non ho qui lo spazio per approfondire. Certo le vicende del Novecento e le degenerazioni del socialismo sovietico e asiatico hanno sottratto plausibilità e attrattività alle alternative all'economia di mercato. Personalmente rimango fedele all'idea, per quanto utopica, di un comunismo capace di assicurare al tempo stesso giustizia sociale, uguaglianza e libertà e convinto che si tratti di provare a «cambiare il mondo senza prendere il potere», come voleva il grande movimento altermondialista emerso a cavallo tra il secolo scorso e l'attuale. Quel che, in ogni caso, rimane certo è che il capitalismo e il turboliberismo del nuovo millennio hanno portato l'umanità e il pianeta sull'orlo del precipizio. Di fronte all'ecocidio, al dominio incontrollato della finanza e del complesso industrial-militare, all'erosione della democrazia, alla crisi del diritto internazionale e all'imporsi della legge del più forte, cambiare sistema è ormai questione urgente di sopravvivenza.  
  1. Eppure, nonostante tutto, oggi nel mondo non esiste quasi più una sinistra rivoluzionaria. Perché? Perché i giovani di oggi non sentono più il bisogno di lottare contro il sistema? Chi dovrebbe essere il loro principale avversario? Il capitale? Lo Stato? Gli algoritmi? Le banche? Se avesse vent’anni oggi, che cosa farebbe? Prenderebbe di nuovo le armi?
Non esiste più, o quasi, sinistra rivoluzionaria perché il sistema capitalistico è uscito trionfante dal secolo scorso, ristrutturando non solo il mercato del lavoro ma il proprio comando sulla società attraverso il postfordismo, la finanziarizzazione dell'economia, la cibernetica, le nuove forme algoritmiche della comunicazione e ora l'intelligenza artificiale. Occorre un pensiero del cambiamento all'altezza della sfida, radicale ma non ideologico, anche superando e innovando le categorie novecentesche ma in ogni caso sapendone coglierne i limiti e correggerne gli errori. I giovani non sentono il bisogno, o non vedono la possibilità, di lottare per cambiare la realtà appunto perché non appaiono alternative plausibili e desiderabili e fors'anche perché non comprendono e non sanno difendersi dal carattere di persavisità del sistema, che ha imposto la propria egemonia culturale e l'ideologia thatcheriana secondo cui non esiste la società ma solo gli individui. Nell'epoca del capitalismo delle piattaforme e della sua capacità di controllo e disciplinamento le forme di presa di coscienza e di resistenza sono inevitabilmente diverse. Vanno tuttavia, da ultimo, colti i significativi segnali ed esperienze di ampia mobilitazione dal basso diffusa internazionalmente, come nell'opposizione allo sterminio in corso a Gaza, o, su un piano locale e al netto dalle ingerenze esterne, le proteste in Serbia contro le privatizzazioni. I beni comuni e la loro difesa sono un modello e un orizzonte potenzialmente capace di unificare e mobilitare. Infine, andrebbe poi tenuto conto che il nostro punto di vista è sempre molto centrato sull'occidente, che riesce poco a sapere, comprendere o anche solo informarsi su quel che pensa il resto del mondo e su quel che vi succede.  
  1. Dal punto di vista di chi da anni si occupa di diritti umani, come definirebbe le tendenze globali in materia di rispetto dei diritti fondamentali? In quale direzione stiamo andando, forse senza nemmeno accorgercene?
Le tendenze mi sembrano, purtroppo, inequivocabilmente rappresentate da ciò che è successo e succede a due passi da noi. Lo sterminio dei palestinesi in corso e il decennale regime di apartheid cui sono sottoposti sotto gli occhi conniventi o indifferenti dei governi occidentali e il progetto neocoloniale di Israele e Stati Uniti costituiscono uno spartiacque. Spartiacque temporale: perché nulla sarà come prima. Il mondo che abbiamo sinora vissuto e conosciuto, il diritto internazionale, la fragile e pur fallace architettura istituzionale sovranazionale faticosamente costruita dopo la Seconda guerra mondiale per scongiurarne di nuove, sono stati distrutti a suon di bombe, di impunità, di complicità con chi ha voluto sanguinosamente instaurare la legge del più forte: Israele, a Gaza e nell’intero Medio Oriente e gli Stati Uniti a livello globale. Spartiacque etico: perché di fronte a ciò, di fronte al genocidio in diretta, non è possibile rimanere indifferenti o neutrali. Da una parte c’è la difesa dell’umanità; dall’altra c’è la barbarie e la disumanizzazione. Da una parte ci sono oppressi, dall’altra oppressori. Bisogna scegliere. Io, in tutta la mia vita sono sempre stato dalla stessa parte, quella degli oppressi. Seguendo don Lorenzo Milani, educatore e sacerdote del dissenso, precursore della cultura antiautoritaria e pacifista esplosa a livello globale nel ’68, che affermava che l’obbedienza non è più una virtù, ancora oggi ripeto: «io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».
  1. Guardando oggi alla sua vita, prova dei rimpianti? C’è qualcosa che avrebbe dovuto fare diversamente?
Sicuramente i rimpianti prevalgono sulle speranze, come immagino sia per la gran parte di quanti siano arrivati all'ultimo miglio. Nel mio caso e nella mia vita, densa di errori, di fatiche e di dolori procurati e sopportati, poi, l'elenco delle cose che avrei dovuto fare diversamente, del tempo sprecato, dei momenti perduti e delle occasioni mancate è talmente lungo da non poter essere nemmeno pensato. * Fonte: Darko Vlahović, Express24sata.hr

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