Blackout di Natale, due giorni al buio e al freddo in centro
Ivrea
Natale da incubo. Non è il titolo di un film, ma la sintesi più fedele di quanto vissuto da una sessantina di utenti allacciati alla rete elettrica che serve piazza Lamarmora, l’intero condominio che ospita, tra l’altro, la sede dell’Inps e la redazione della Sentinella del Canavese, oltre a una parte di via Miniere.
Un incubo che non si è consumato soltanto la sera della Vigilia, ma che si è protratto anche nei giorni successivi, trasformando una festività in una lunga parentesi di disagi, freddo e buio.
Tutto inizia la sera di Natale, poco dopo le 19. All’improvviso l’energia elettrica viene a mancare. Un blackout secco, inatteso. Nei primi minuti prevale l’ipotesi più rassicurante: un interruttore generale saltato, una breve interruzione destinata a risolversi in poco tempo. Ma le ore passano e nulla cambia. Gli appartamenti restano al buio, i termosifoni iniziano a raffreddarsi, le luci delle scale non si riaccendono. Il centro cittadino, in uno dei suoi punti più sensibili, sprofonda in un silenzio innaturale.
Le prime telefonate al servizio di assistenza dell’Enel partono intorno alle 21. Ed è qui che, al disagio materiale, si somma quello psicologico. «Difficile trovare le parole giuste senza scadere negli insulti – raccontano i condomini, che in quelle ore si organizzano come una vera e propria squadra di emergenza –. Ci sono volute più di due ore solo per riuscire a parlare con una persona in carne e ossa, dopo essere stati rimbalzati dai risponditori automatici guidati dall’intelligenza artificiale, che di intelligente avevano ben poco».
Quando finalmente il contatto umano arriva, la situazione non migliora subito. «Continuavano a chiederci sigle, numeri, codici stampati sull’ultima bolletta – spiegano ancora –. Al buio e al freddo, con anche persone anziane che non hanno dimestichezza con pin, codici a barre e procedure digitali, era davvero difficile mantenere la calma».
Intanto la notte passa e il blackout resta. Santo Stefano si apre senza elettricità, e così anche il venerdì 26 dicembre e buona parte di sabato 27. Due giorni interi con i condomini al freddo e al buio, le attività commerciali costrette a chiudere e la redazione della Sentinella del Canavese costretta a lavorare in condizioni di emergenza, adottando una sorta di smartworking forzato, con i redattori impegnati da casa per riuscire comunque a garantire l’uscita del giornale.
Col passare delle ore emergono anche i rischi meno visibili ma più gravi. «A saltare sono state persino le luci di emergenza – raccontano i titolari delle attività e della redazione –. Un ulteriore segnale di quanto l’accaduto abbia messo in pericolo l’incolumità di tutti». Scale completamente al buio, corridoi senza illuminazione, spazi comuni resi improvvisamente insicuri. Pesantissime le conseguenze per i commercianti. «È stato un incubo, nel vero senso della parola – spiega Daniele La Ferrera, titolare di Gusto, una delle gastronomie più frequentate della città in piazza Lamarmora 10 –. Senza luce, con i frigoriferi spenti, una quantità importante di merce pregiata e materie prime è andata persa». Un danno che non si limita ai prodotti da smaltire. «Il valore delle merci deteriorate mi verrà rimborsato dall’assicurazione, ma il mancato incasso no. E resta la delusione di centinaia di clienti».
Solo con l’arrivo dei tecnici sul posto la situazione inizia lentamente a sbloccarsi. Un intervento progressivo, condotto per esclusione: la rete viene suddivisa in tre gruppi di utenze, alimentati a turno, fino a individuare il punto critico. Alla fine emerge la causa del blackout: un cavo danneggiato in via Dora Baltea, all’altezza dello stadio della canoa. Un guasto tecnico, certo. Ma con effetti che hanno trasformato il cuore della città in un luogo fragile, esposto, improvvisamente arretrato.
«I tecnici, che sono quattro per coprire tutto il Canavese sino a Ceresole, hanno dimostrato empatia, professionalità e gentilezza - concludono i condomini - ma se Enel tratta così le emergenze bisogna essere pronti ad aspettarsi sempre il peggio».