Giovane pompiere morì a causa di una autogrù difettata, solo oltre 20 anni la famiglia ottiene il risarcimento
Quante volte abbiamo ammirato l’abnegazione e il sacrificio dei vigili del fuoco? Ebbene solo dopo oltre vent’anni di attese, ricorsi e battaglie giudiziarie, la Cassazione ha finalmente messo la parola fine sulla tragedia di Palazzo del Pero, costata la vita al pompiere Simone Mazzi. La III sezione civile della Suprema Corte ha rigettato il ricorso del ministero dell’Interno, confermando l’obbligo di risarcire la madre e il fratello del pompiere con 300mila euro, come già stabilito dal Tribunale di Arezzo e dalla Corte d’Appello di Firenze.
Simone Mazzi aveva solo 29 anni quando, il 28 gennaio 2003, come racconta Il Corriere di Arezzo, perse la vita durante un intervento di soccorso lungo la vecchia statale Ss73, tra Palazzo del Pero e Molin Nuovo. L’intervento era scattato per recuperare un camionista rimasto gravemente ferito alla colonna vertebrale dopo un’uscita di strada del suo tir. Un intervento rischioso, ma come tanti altri che ogni giorno affrontare i caschi rossi. Mentre era calato con una barella toboga nel sottostante fiume Cerfone, il cavo d’acciaio dell’autogrù, al quale era appeso, si spezzò improvvisamente: il bozzello lo colpì alla testa, provocandone la morte immediata.
Le successive indagini civili hanno evidenziato come l’autogrù utilizzata, acquistata nel 1982, fosse priva dei requisiti di sicurezza e non fosse mai stata sottoposta a manutenzione o controlli negli oltre vent’anni precedenti. Un deficit strutturale che, per i magistrati che nel corso del tempo si sono occupati del caso, ha rappresentato la causa determinante dell’evento mortale.
Nelle dodici pagine di motivazioni, la Cassazione ha respinto tutti i motivi di ricorso del Ministero, dichiarandoli inammissibili e infondati, e ha sottolineato che l’assoluzione in sede penale del comandante dei Vigili del fuoco di Arezzo non esclude la responsabilità del datore di lavoro. Secondo la Suprema Corte, il punto centrale riguarda “l’utilizzo di un mezzo inadeguato e privo di manutenzione”, una responsabilità imputabile agli uffici ministeriali preposti al controllo dei macchinari, anche a livello nazionale.
I giudici evidenziano inoltre che, se i controlli fossero stati effettuati correttamente, “il vizio sarebbe certamente emerso ed il Mazzi sarebbe ancora in vita”, un’omissione che assorbe ogni altra questione, comprese le modalità operative del soccorso. “È una vittoria non solo per la nostra famiglia, ma per tutto il Corpo dei Vigili del fuoco. Perché nessun servitore dello Stato venga più mandato a operare con mezzi vetusti e non sicuri” ha dichiarato al Corriere di Arezzo Luca Mazzi. In memoria di Simone, a lui è stato intitolato un piazzale, e gli è stata conferita la medaglia d’oro al valore civile, simboli del sacrificio e del coraggio del giovane pompiere che ha dato la vita per soccorrere gli altri.
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