‘Campi di luce’ di Maria Consiglia Alvino. Abitare il chiaroscuro, tra mito e quotidiano
Esistono luci che nascono nella penombra, tanto più forti quanto più intenso è il buio che devono tagliare. In Campi di luce (Controluna, Lepisma Floema, 2025) Maria Consiglia Alvino consegna al lettore una silloge di rara densità, capace di tenere insieme pensiero e corpo, memoria e presente, intimità e paesaggio. La luce evocata dal titolo non è mai un’illuminazione pacificante: nasce dalla penombra, la attraversa, ne conserva le incrinature. È una luce che rivela senza promettere salvezza.
Già nel testo d’apertura la postura poetica è dichiarata con chiarezza:
«Sono nata tra colline e miti feroci/ cerco la luce in estate, spiragli di Altro (…) Ulisse mi prese tutta l’infanzia/ Poi il freddo e l’Europa/ Una casa ci vuole, come il presente.»
Il mito è presenza viva della raccolta; non è qui ornamento, ma chiave di lettura dell’esperienza. Ulisse diventa figura fondativa dello sguardo, e Itaca non è un luogo statico bensì una tensione continua: «Itaca è vicina. / Continuo a viaggiare.»
La raccolta si articola come un itinerario che attraversa strade, stanze, città, stagioni. Napoli, l’Irpinia, Roma, l’Europa non sono semplici sfondi, ma luoghi interiori in cui il vissuto si stratifica. Il paesaggio non è mai neutro: si muove insieme al soggetto, lo interroga, lo espone. È una geografia relazionale, in cui il luogo diventa veicolo di conoscenza.
La scrittura di Alvino si distingue per misura e precisione. Il verso è limpido, controllato, mai compiaciuto, ma attraversato da una tensione emotiva costante. La lingua, nutrita di cultura classica e pensiero greco, resta sempre incarnata, aderente al corpo e alle relazioni. Lo si avverte con forza nei testi dedicati alla memoria affettiva e familiare, come Il pontile, dove l’infanzia appare come uno spazio mitico e irrimediabilmente perduto: «Qui i morti parlano sempre, / è un vuoto pieno di tutto.»
Uno dei nuclei più intensi della raccolta è la riflessione sulla fragilità contemporanea: il lavoro alienato, l’iper-connessione, la stanchezza collettiva. La poesia diventa allora una forma di resistenza gentile, un luogo in cui rallentare e rimettere a fuoco ciò che conta davvero.
Anche quando affronta il tema della speranza, Alvino lo fa evitando ogni retorica: «L’insurrezione della speranza / giace sul comodino.» È una speranza fragile, domestica, quotidiana, che non alza la voce ma insiste.
Particolarmente significativa è la sezione dedicata alle stagioni, dove il tempo viene colto nella sua natura paradossale e non lineare. In questi versi si concentra una visione del tempo come coesistenza di opposti, come possibilità improvvisa che nasce nel momento meno atteso, come persistenza della memoria e sentimento della contemporaneità di più mondi e tempi possibili.
Campi di luce è un libro non sempre piano alla lettura, chiedendo al lettore attenzione e ascolto, ma ripagandolo con una poesia limpida e dai tratti filosofici. Una poesia che non offre risposte definitive, ma invita a sostare nel chiaroscuro, là dove il senso non è mai dato una volta per tutte, ma continuamente cercato.
(redazione cultura)
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