Genitori, quando l’affetto non basta
Quando un bambino non trova nel suo adulto di riferimento una presenza stabile e rassicurante sviluppa delle mappe mentali che lo condizioneranno poi nelle relazioni, nei comportamenti e persino con se stessi. genitori
Un bambino che cresce senza sentirsi amato, accolto, sviluppa una ferita profonda. Quando un bambino si sente accolto, il suo cervello impara a calmarsi e a fidarsi. Per questo motivo non c’è bisogno di genitori perfetti, ma di adulti che sappiano offrire loro sicurezza emotiva. I bambini hanno bisogno di un modello affettivo sano.
Ne parliamo con Germana Verganti, psicologa, psicoterapeuta Milleriana, Analista Transazionale.
Qual è solitamente la reazione dei genitori quando si parla di carenza affettiva o di inadeguatezza genitoriale?
Molti genitori si sentono feriti perché interpretano il discorso come un’accusa verso se stessi e si sentono giudicati rispetto al loro impegno genitoriale. E certamente può essere un aspetto che genera dolore e tristezza. In realtà il punto fondamentale non è tanto stabilire se abbiano voluto bene ai figli, ma è riconoscere che per generazioni intere è mancato il linguaggio emotivo necessario per trasmettere davvero quell’amore. Ci sono persone che hanno dato tutto ciò che avevano, ma quel “tutto” era LIMITATO a causa della mancanza di strumenti interiori ricevuti a loro volta durante l’infanzia.
Quanto risulta essere importante il modello affettivo di riferimento?
Chi è stato cresciuto senza un modello affettivo sano spesso fatica a vedere e a credere che questo lo abbia ferito, perché ammetterlo darebbe la sensazione di mettere in discussione l’intera storia familiare, i propri genitori. Si sviluppa una fedeltà invisibile (quello che Benjamin chiama il dono d’amore), ovvero si difendono i genitori proprio come un tempo si è dovuto difendere e proteggere sè stessi. E’ una questione di sopravvivenza emotiva.
I figli da adulti possono pensare che la loro infelicità dipenda dal carattere, dalla fragilità personale o dal destino, e questo perché nessuno gli ha insegnato a collegare il disagio alle prime ferite non riconosciute. È proprio così che il ciclo continua e si ripete, come ha scritto Alice Miller, chi non è stato visto interiormente, chi non ha avuto vicino a sé un testimone compassionevole, fatica a vedersi e a vedere a sua volta.
Quindi non si tratta tanto di colpa, ma di responsabilità intergenerazionale.
La colpa dice che avresti potuto fare meglio ma non l’hai fatto, non te ne sei curato, non hai fatto nulla per metterti in discussione e crescere, ma sei rimasto arroccato sulle tue posizioni. La responsabilità affettiva dice invece che hai fatto ciò che era possibile con ciò che avevi, che ti è stato trasmesso, ma oggi hai la possibilità di metterti in discussione e di decidere di acquisire ciò che ieri ti mancava. Questa è ciò che permette di guarire senza distruggere il legame, di riconoscere la ferita senza negare la realtà.
Spezzare questa catena si traduce nella presa di coscienza di aver avuto una determinata storia affettiva, educativa, familiare, e quindi nel vedere le proprie ferite, il proprio dolore, accoglierlo, validarlo con l’intento di agire diversamente, con consapevolezza. Non serve avere fatto tutto perfetto, è praticamente impossibile, ma è fondamentale vedere la nostra storia, vedere quel dolore, da dove proviene e avere il coraggio di metterci mano.
L’affetto non basta se non c’è un ascolto profondo, che passa prima dall’ ascolto di sé.
Quale percorso suggerisce per spezzare questa catena?
Un percorso di consapevolezza e di ascolto emotivo, spesso supportato da una relazione terapeutica, che permetta di diventare il testimone compassionevole che è mancato. Non per cambiare il passato, ma per smettere di ripeterlo.
intervista di Mario Masi
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