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Supermercati chiusi la domenica: chi perde davvero (e chi ci guadagna)

Supermercati chiusi la domenica nel 2026? Dopo oltre quindici anni di aperture no-stop è arrivata la proposta, di Ancc-Coop, di tornare a sei giorni d’apertura settimanale, per far fronte a costi crescenti e margini sotto pressione. Ma subito è arrivata la bocciatura da parte del resto della grande distribuzione organizzata, che giudica la chiusa domenicale rischiosa per consumi, imprese e occupazione in un momento economico già fragile. Secondo le stime Coop, la chiusura domenicale potrebbe generare risparmi tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro l’anno per l’intero sistema della Gdo. Ma per molti operatori, quei risparmi rischiano di essere più che compensati da una perdita di fatturato e da un indebolimento competitivo.

Un 2025 difficile per la Gdo e la spinta verso la chiusura domenicale

Nel 2025 i volumi di vendita sono diminuiti, mentre i costi fissi (energia, logistica, personale) hanno continuato a crescere. I margini si sono assottigliati e la ricerca di efficienza è diventata una priorità assoluta. La chiusura dei supermercati la domenica viene letta come una delle leve più immediate per alleggerire i bilanci senza ridurre il servizio complessivo. Secondo le stime dell’Ufficio studi Coop, rinunciare alle aperture festive permetterebbe all’intero sistema della Gdo di risparmiare tra i 2,3 e i 2,6 miliardi di euro l’anno. Il principale beneficio arriverebbe dal costo del lavoro: nei giorni festivi le maggiorazioni salariali vanno dal 30% fino al 42%. Risorse che, nelle intenzioni, potrebbero essere reinvestite in promozioni, prezzi più competitivi e in una migliore organizzazione del lavoro

La grande distribuzione organizzata boccia la proposta di chiusura domenicale

La critica più dura alle saracinesche chiuse la domenica arriva da Federdistribuzione. Il presidente Carlo Alberto Buttarelli ha definito la proposta antistorica. Federdistribuzione rappresenta aziende del commercio moderno alimentare e non alimentare che sviluppano un giro d’affari aggregato di 86 miliardi di euro, con oltre 18.600 punti vendita e circa 225mila addetti. Secondo Federdistribuzione, in una fase di consumi deboli un’iniziativa come la chiusura domenicale rischia di produrre l’effetto opposto a quello auspicato, visto che dal punto di vista del fatturato, domenica e sabato restano giornate chiave. C’è poi la concorrenza delle piattaforme online, operative sette giorni su sette e ventiquattro ore su ventiquattro. Per questo, per chi rimanda al mittente la proposta, la risposta è la libertà di azione. L’apertura festiva non è un obbligo ma una facoltà. Ogni impresa può scegliere se tenere aperto o meno, senza però condizionare tutto il sistema. Sulla stessa lunghezza d’onda NewPrinces Group, che oggi controlla Carrefour Italia e Crai.

Dal decreto Salva Italia a oggi: liberalizzazioni, consumi deboli e un equilibrio ancora da trovare

Le aperture domenicali e festive dei negozi furono liberalizzate nel 2011 con il decreto Salva Italia, in piena crisi del debito sovrano. L’obiettivo era chiaro: stimolare i consumi, aumentare la concorrenza e facilitare la ripresa economica. All’epoca Confcommercio si oppose, temendo l’impatto sui piccoli esercizi.  Oggi, però, dice la maggioranza degli operatori, chiudere la domenica significherebbe soprattutto regalare quote di mercato all’online, che opera in un contesto normativo e fiscale molto più favorevole rispetto ai retailer tradizionali. Dall’altro lato anche il comportamento dei consumatori sta cambiando. Le analisi indicano che, se il supermercato di riferimento fosse chiuso la domenica, il 38% degli italiani rimanderebbe semplicemente la spesa a un altro giorno, mentre solo il 33% sceglierebbe un’insegna alternativa. Per Coop, circa un italiano su tre già oggi non fa la spesa la domenica. Un dato che rafforza l’idea che le vendite non verrebbero perse, ma redistribuite lungo la settimana.
La soluzione, per molti, non può essere una regola uguale per tutti. Deve restare la possibilità di adattare il servizio al territorio, al formato del punto vendita e alla tipologia di clientela. In un’Italia che nel 2026 crescerà poco, con consumi previsti in aumento di appena lo 0,3%, la grande distribuzione si trova stretta tra costi elevati, concorrenza digitale e consumatori sempre più attenti al prezzo. La sfida del 2026 per la Gdo sembra essere un mix tra aumentare efficienza, innovare i servizi e difendere il rapporto con il cliente in un contesto di consumi fragili e concorrenza globale.

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