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La nuova piramide alimentare di Robert F. Kennedy Jr.? Franco Berrino non stronca ma avverte: “Hanno sbagliato la cosa principale”- L’analisi punto per punto

Le nuove Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 non sono solo un aggiornamento tecnico delle raccomandazioni nutrizionali statunitensi, ma anche un atto politico. Il documento è stato promosso e sostenuto dal ministro della Salute USA Robert F. Kennedy Jr., che ne ha rivendicato l’impianto come “evidence based” – basato su evidenze scientifiche – e in discontinuità con decenni di linee guida ritenute inefficaci nel contrastare obesità, diabete e malattie croniche. “È una piramide che dice una cosa e ne disegna un’altra”. Così, con una sintesi solo apparentemente ironica, l’epidemiologo Franco Berrino – già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto tumori di Milano – riassume una delle principali contraddizioni del nuovo documento. Nel testo si raccomanda di consumare cereali integrali anche tre volte al giorno, ma nella rappresentazione grafica questi vengono collocati nella parte alta della piramide, tradizionalmente riservata agli alimenti da consumare con minore frequenza. Un corto circuito comunicativo che, prima ancora delle scelte nutrizionali, rischia di confondere il messaggio di salute pubblica.

Proteine al centro, latticini riabilitati, alcol meno demonizzato?

Il resto della piramide spinge su un elevato apporto proteico quotidiano, riabilita latticini interi e grassi animali “naturali”, assume una posizione meno categorica sull’alcol e, al tempo stesso, lancia un attacco frontale agli alimenti ultra-processati. Una svolta presentata dall’amministrazione come una risposta pragmatica al fallimento del modello alimentare statunitense, ma che segna una discontinuità evidente rispetto alle indicazioni nutrizionali consolidate in Europa e presso i principali organismi internazionali. Una svolta che rompe con decenni di raccomandazioni ispirate anche al modello mediterraneo, tradizionalmente più prudente su proteine animali e grassi saturi. Ma si tratta di un cambio di paradigma fondato su nuove evidenze o di una semplificazione rischiosa? Lo abbiamo chiesto proprio al dottor Franco Berrino.

“Cibo proteico a ogni pasto”: il nodo che non torna

La prima cosa che colpisce Berrino è l’impostazione di fondo: “La prima raccomandazione è avere cibo proteico a ogni pasto”. Un messaggio che, sulla carta, non elimina i cereali integrali (le linee guida indicano infatti di consumarli due-quattro volte al giorno: cosa tuttavia di per sé complicata per lo stesso Berrino) ma che diventa problematico quando si traduce in numeri: “Parlano di 1,2–1,6 grammi di proteine per chilo di peso corporeo. È enorme. Di fatto è il doppio del fabbisogno”.

Più proteine, più peso: il paradosso epidemiologico

Il punto, per Berrino, non è teorico ma epidemiologico. “Nel nostro studio EPIC dimostriamo chiaramente che più proteine si mangiano, più si ingrassa”. Una frase che ribalta uno dei mantra nutrizionali più diffusi. “Chi mangia più del 16% delle calorie sotto forma di proteine ingrassa. Chi scende sotto no. Chi arriva al 40-50% dimagrisce solo perché si intossica”. Il paradosso, dice, è proprio qui: “Hanno sbagliato la cosa principale”.

Ultraprocessati: la raccomandazione giusta in un contesto sbagliato

Questo non significa bocciare tutto. Anzi. “Ne hanno fatta una giusta, anzi più di una: dire di evitare zuccheri, farine raffinate e cibi ultraprocessati è fondamentale”. Su questo fronte le nuove linee guida sono persino più esplicite di molte raccomandazioni europee. Ma anche qui emerge una contraddizione macroscopica: “Negli Stati Uniti oltre il 60% del cibo consumato è ultra-processato. Dire ‘evitatelo’ senza cambiare il contesto è quasi utopico. Se vivi nel Nebraska trovi quello, o carne non processata. Fine”.

Latticini tre volte al giorno: su quali prove?

Il capitolo latticini è quello che lascia Berrino più perplesso. Le nuove linee guida americane parlano di latticini interi, senza zuccheri aggiunti, fino a tre volte al giorno. “Qui mi chiedo davvero su quali dati si basino”. E chiama in causa una voce americana difficilmente liquidabile come ideologica: Walter Willett, professore di Harvard, che da anni critica l’enfasi eccessiva sui latticini nelle raccomandazioni USA. “Willett dice chiaramente: uno al giorno è più che sufficiente, non c’è nessuna ragione di mangiarne così tanti. Ed è la massima autorità scientifica americana in nutrizione”.

Grassi “sani”, ma il messaggio resta confuso

Anche sul fronte dei grassi il messaggio appare ambiguo. Da un lato si parla correttamente di “grassi sani” – olio d’oliva, frutta secca, semi, pesce – dall’altro si riabilita anche il burro e i grassi animali, pur mantenendo un tetto del 10% per i grassi saturi. “Il problema è pratico: cosa vuol dire il 10% delle calorie per la gente? Come lo traduci in porzioni?”. Dire che il burro “va bene ma non troppo” – osserva Berrino – rischia di essere più confusivo che educativo.

“Mangiamo cibi veri, non prodotti industriali”

Tra i punti che invece promuove senza esitazioni c’è l’invito a mangiare “cibi veri”. “Questa è una cosa bellissima. Mangiamo i cibi, non le trasformazioni industriali dei cibi: lo dico da sempre”. Fa sorridere, però, la specifica secondo cui anche le verdure in scatola vanno bene “purché non ci sia zucchero”. “Fa un po’ ridere – ammette – ma rende l’idea del contesto in cui si muovono”.

Alcol: il limite che non viene detto

Sul capitolo alcol, infine, le nuove linee guida americane scelgono una linea meno assolutista rispetto a quella di organismi come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che affermano che non esiste una quantità sicura. “Qui secondo me bisognerebbe essere più rigorosi – dice Berrino -. “Quando dici ‘non fumare’ è chiaro. Quando dici ‘limita l’alcol’, il messaggio si annacqua”. E manca anche una distinzione importante: “Un bicchiere al giorno non ha lo stesso significato per uomini e donne, soprattutto per il rischio di tumore al seno. Questo nelle linee guida non c’è”.

Un documento con buone idee, ma comunicato male

Il giudizio finale non è una stroncatura, ma nemmeno un’adesione entusiasta. “Ci sono cose molto buone, soprattutto il richiamo ai cibi non lavorati. Ma l’enfasi sulle proteine e sui latticini è scientificamente fragile e rischia di peggiorare i problemi che dice di voler risolvere”. In sintesi, conclude Berrino, “un documento che dice cose giuste, ma spesso nel modo sbagliato. E quando si parla di salute pubblica, il modo conta quanto il contenuto”.

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