Per me i licenziamenti senza preavviso alle Terme di Acqui interrompono un importante legame col territorio
di Paolo Gallo
La notizia dei licenziamenti presso le Terme di Acqui solleva una questione centrale sulla responsabilità sociale delle imprese e sul ruolo che il lavoro svolge nella tenuta delle comunità locali. Non si tratta semplicemente di una riorganizzazione interna o di una gestione aziendale: è un evento che investe la dignità delle persone, il futuro di intere famiglie e la coesione di un territorio.
Per comprendere pienamente il peso di questa vicenda è utile guardare alle radici profonde di quella realtà che oggi chiamiamo Terme di Acqui. Fin dall’antichità, l’area era conosciuta per le sue sorgenti di acqua calda e minerale, attorno alle quali si sviluppò un insediamento stabile che fece del termalismo un elemento centrale della propria identità. Nei secoli, queste acque hanno continuato a rappresentare una risorsa preziosa, attraversando epoche storiche diverse senza mai perdere il loro valore sociale ed economico.
Nel Medioevo, così come nell’età moderna, le terme rimasero un punto di riferimento per la salute e il benessere, contribuendo alla vitalità della città. Con l’Ottocento e l’affermarsi del termalismo moderno, Acqui si inserì stabilmente nel circuito delle grandi località termali, diventando luogo di lavoro, di incontro e di sviluppo. Questo lungo percorso storico non è un dettaglio marginale: è la dimostrazione di un legame profondo tra una risorsa naturale, il lavoro umano e la comunità che attorno a essa si è formata.
Per questo motivo, quando si parla delle Terme di Acqui non si può ridurre il discorso a una semplice vicenda aziendale. Si parla di un patrimonio collettivo che ha contribuito per generazioni alla crescita del territorio, creando occupazione, competenze e identità. Interrompere bruscamente questo equilibrio, senza un confronto preventivo e senza una chiara assunzione di responsabilità sociale, produce una ferita che va ben oltre il perimetro dell’impresa.
Le modalità con cui sono stati comunicati i licenziamenti pongono un problema che riguarda il modo in cui oggi si affrontano le crisi: il lavoro viene spesso trattato come una variabile residuale, da sacrificare rapidamente, anziché come un valore da tutelare e accompagnare nei processi di cambiamento. Ogni posto di lavoro perso non è solo un numero in meno, ma una competenza che si disperde, una stabilità che viene meno, una fiducia che si incrina.
In questo contesto, il ruolo della politica e delle istituzioni è decisivo. Non basta intervenire a posteriori con dichiarazioni di solidarietà. Occorre costruire strumenti di prevenzione, di dialogo e di mediazione capaci di conciliare sostenibilità economica e tutela occupazionale. La difesa del lavoro non è un ostacolo allo sviluppo: ne è una condizione imprescindibile.
Esprimere vicinanza alle lavoratrici coinvolte non è un gesto retorico né ideologico. È il riconoscimento di un principio fondamentale: senza lavoro dignitoso non esiste futuro condiviso, né per le persone né per i territori. Le Terme di Acqui rappresentano un ponte tra passato e futuro; un ponte costruito sul lavoro di generazioni che non può essere lasciato crollare nell’indifferenza.
Il modo in cui sapremo affrontare questa vicenda dirà molto non solo del destino di una realtà storica, ma anche della capacità del nostro Paese di riconoscere nel lavoro non un costo da comprimere, bensì il fondamento stesso della propria civiltà.
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