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Dal caso di Patrizio Spasiano ai 1450 morti sul lavoro: una piaga italiana fatta di negligenza

Ricordo quel pomeriggio di venerdì 10 gennaio 2025. Un anno fa. Il buio che iniziava a calare e le notizie che arrivavano dal casertano. La nube di ammoniaca, le autorità competenti che invitavano a chiudere porte e finestre, a rimanere all’interno e, se costretti, a usare mascherine all’esterno.

La fuga di ammoniaca, però, non aveva prodotto solo un allarme ambientale. C’era di più. C’era di peggio. La fuga di ammoniaca si era infatti portata via la vita di un ragazzo di soli 19 anni, Patrizio Spasiano.

Patrizio era un lavoratore. Anzi, formalmente nemmeno quello. Perché era un tirocinante e, secondo l’ordinamento italiano, i tirocini sono “percorsi formativi di orientamento”, non lavoro. Patrizio guadagnava la miseria di 500€ al mese per 40 ore a settimana. Voleva fare il saldatore, migliorarsi nel presente per potersi costruire un futuro dignitoso e indipendente. Patrizio voleva crescere. E, invece, rimarrà “forever young”, come risuona in questi giorni una canzone che accompagna i video che Dino e Simona, il papà e la mamma di Patrizio, hanno caricato sui social.

Per le statistiche Patrizio è il morto sul lavoro nr. 1 in Campania nel 2025.

Il primo di una lunga strage: 129 i morti nella sola Campania, di cui ben 99 sui posti di lavoro. In tutta Italia addirittura più di 1.450 (dato purtroppo non ancora definitivo): uno ogni 6 ore, poco meno di 4 al giorno. Tutti i giorni, festivi compresi. E quest’anno in Campania siamo già a 3 morti ammazzati, malgrado le festività.

Si muore sul posto di lavoro. Si muore nel viaggio da e verso il posto di lavoro. E si muore per quello che può sembrare un termine esotico – “karoshi” – ma che è una realtà sempre più concreta per troppi. Secondo le stime dell’“Osservatorio Nazionale di Bologna Morti sul Lavoro” in 111 nel 2025 sarebbero morti per super-lavoro (questo il significato della parola giapponese “karoshi”): operai, camionisti, agricoltori, infermieri, ma anche medici e dirigenti la cui causa del decesso è un infarto o un malore improvviso, frutto, per l’appunto, di turni di lavoro massacranti, stress, assenza di adeguato riposo.

Se Inail registra un numero inferiore di morti sul lavoro (896 per il periodo gennaio-ottobre 2025) è perché considera solo coloro che sono di sua competenza. Esclude, cioè, tutti coloro che non sono coperti da assicurazione Inail. Non sono pochi: dagli agricoltori ai lavoratori in nero. I primi costituiscono circa il 30% di tutti i morti sul lavoro, soprattutto per il ribaltamento dei trattori. Secondo l’Osservatorio di Bologna se ne registrano circa 400 negli ultimi 3 anni. Segue l’edilizia, che ha circa il 20% di tutte le morti.

Chi muore è spesso anziano: il 30% circa aveva più di sessant’anni. L’allungamento dell’età pensionabile – praticato da un’intera classe dirigente, compresa quella fetta che in campagna elettorale aveva promesso un ribaltamento della legge Fornero – costituisce altro fattore di rischio concreto. E si muore di più se si è stranieri: il 32% dei morti totali, perché impiegati nei lavori più pesanti e pericolosi.

Perché così tanti omicidi sul lavoro nel nostro Paese? L’anno che si è appena chiuso ci ha regalato delle perle come quella del parlamentare di Fratelli d’Italia Coppo che, senza tema della tragica ilarità che avrebbe generato, è riuscito ad affermare che gli infortuni sono dovuti 8 volte su 10 a disattenzione da parte dei lavoratori. Cornuti e mazziati. Morti e pure essi stessi responsabili. La realtà è un’altra.

Sul lavoro si muore come mosche – è la frase usata dalla madre di uno dei tre ragazzi morti nella strage di Ercolano, quando a novembre 2024 esplose una fabbrica di fuochi d’artificio completamente illegale – perché non vengono rispettare le norme sulla salute e sulla sicurezza. Le imprese le considerano un costo e i costi vanno abbattuti.

A maggior ragione se lavori nelle lunghe catene di appalti e sub-appalti che, grazie alla legge voluta dal ministro Salvini ed entrata in vigore a giugno 2023, si sono ulteriormente sviluppate: più si scende nella catena più l’impresa ricava il proprio margine di profitto direttamente sulla pelle dei dipendenti. E se tu, lavoratore o lavoratrice, vuoi rivendicare il rispetto delle leggi sulla sicurezza, stai ben attento, perché grazie alla dose di precarietà aggiunta dal Jobs Act rischi di essere fatto fuori senza possibilità di reintegro o, se dipendente a tempo determinato, di non vederti rinnovato il contratto.

A morire sono soprattutto figure operaie: “chi perde la vita lo fa nei cantieri, nei capannoni e nei magazzini di fabbriche e aziende, nei campi agricoli, nei tratti autostradali […]. Muoiono, in soldoni, coloro per i quali è difficile pronunciare i famosi no che salvano la vita”, ha scritto in una nota il presidente dell’ANMIL (Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del Lavoro) Di Bella. Non a caso l’ex presidente dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro Bruno Giordano ha coniato il neologismo “operaicidio”.

Sono questi i nodi strutturali su cui bisognerebbe intervenire anziché cianciare di “cultura della sicurezza”.

A un anno dalla morte di Patrizio, nulla si è mosso. Anzi: il governo Meloni segue la linea già tracciata dagli esecutivi precedenti: il recente decreto sulla sicurezza sul lavoro introduce misure cosmetiche – come già la patente a punti, inutili se non peggiorative del quadro esistente. Non si interviene in maniera decisiva per rinforzare e rimpolpare gli organismi ispettivi (anzi, c’è stato anche il tentativo di porre l’INL sotto il controllo del potere esecutivo, prima che questa proposta fosse – per il momento – ritirata), né su appalti e sub-appalti. Né tantomeno si introducono misure che potrebbero fungere da deterrente, quali il reato di omicidio sul lavoro e di lesioni gravi e gravissime. Col risultato che nel nostro ordinamento abbiamo il reato di omicidio nautico (circa 20 casi in dieci anni di vita del reato) ma non quello di omicidio sul lavoro (4 morti al giorno).

Di questa piaga se ne parla poco e male. Non è interesse del potere economico di cui quello politico è spesso maggiordomo. Così, anche se ognuna e ognuno di noi conosce almeno una persona vittima di un incidente sul lavoro, fatichiamo noi stessi a considerarla un’urgenza collettiva.

Per trasformare la realtà il primo passo dev’essere la riscrittura dell’agenda politica del Paese. Per questo parlare di Patrizio e dei troppi morti ammazzati sul lavoro non è esercizio di memoria, ma finestra sul futuro.

L'articolo Dal caso di Patrizio Spasiano ai 1450 morti sul lavoro: una piaga italiana fatta di negligenza proviene da Il Fatto Quotidiano.

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