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Alberto Trentini: “Sono qui nella residenza dell’ambasciata italiana a Caracas. Sono libero”

“Sono Alberto Trentini. Sono qui nella residenza dell’ambasciata italiana a Caracas. Sono libero”. Con queste parole, pronunciate al Tg1, Alberto Trentini ha annunciato la fine di un incubo durato oltre 400 giorni nelle carceri venezuelane. “Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato ed ha portato a termine la liberazione mia e di Mario (Burlò, ndr)”. La loro scarcerazione è il risultato di un delicato incastro diplomatico, maturato nel passaggio dal “muro” eretto dal regime di Nicolás Maduro a un nuovo corso incarnato dalla presidente Delcy Rodríguez. Il riconoscimento politico espresso dall’Italia verso la nuova leadership venezuelana è stata la chiave che ha aperto i cancelli del carcere di Rodeo 1, dove i due italiani erano rinchiusi come parte del gruppo dei cosiddetti “detenuti politici”.

Il segnale era arrivato giovedì scorso, quando Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea nazionale e fratello della presidente, aveva annunciato la liberazione “di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri”. Il giorno successivo Giorgia Meloni aveva pubblicamente auspicato “una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas”, ringraziando Delcy Rodríguez per l’avvio delle liberazioni e manifestando l’aspettativa che il percorso proseguisse. Un messaggio letto a Caracas come il riconoscimento politico a lungo atteso.

Durante la presidenza Maduro, infatti, il caso Trentini e Burlò era rimasto bloccato. I due italiani erano considerati pedine di scambio, utilizzate dal regime per fare pressione sui Paesi occidentali nel tentativo di allentare l’assedio delle sanzioni internazionali. Una strategia a cui l’Italia non poteva cedere, soprattutto nel contesto di forte contrapposizione tra Stati Uniti e Venezuela, accentuata negli anni della presidenza Trump. Per 14 mesi, i tentativi italiani – coordinati dal ministro Tajani e dal sottosegretario Alfredo Mantovano – non erano riusciti a scalfire la linea di Caracas. Sono stati attivati canali politici, diplomatici e di intelligence, coinvolto il Vaticano con appelli pubblici del Papa e una mediazione discreta della Chiesa venezuelana. Un lavoro incessante e silenzioso, su più tavoli, che però non aveva prodotto risultati concreti.

L'articolo Alberto Trentini: “Sono qui nella residenza dell’ambasciata italiana a Caracas. Sono libero” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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