La Versa, nessun risarcimento per il fallimento della cantina
S. M. DELLA VERSA. Il fallimento risale a ormai dieci anni fa. E l’anno scorso sono diventate definitive anche le condanne per gli allora amministratori, ritenuti responsabili del crac. Ma per il dissesto della storica cantina La Versa i creditori rischiano di non vedere un euro di risarcimento.
L’ex amministratore delegato Abele Lanzanova, 58 anni e origini bresciane, amministratore delegato della cantina La Versa fino a luglio del 2016, anno del fallimento, è nullatenente. L’ex manager della storica cantina, che oggi rivive sotto un’altra gestione, non ha beni intestati, né conti da cui attingere. Inoltre, nei suoi confronti la pena è sospesa perché ha aderito a un programma di recupero.
I giudici avevano stabilito un anticipo di 500mila euro sul danno complessivo, che doveva essere quantificato in sede civile. Resta solo l’altro socio, Fabrizio Cordini, anche lui condannato a risarcire. Ma anche da lui non è stato possibile, finora, recuperare la somma.
Risarcimento alla parte civile
Il risarcimento alla parte civile, il curatore fallimentare Luigi Spagnolo rappresentato dall’avvocata Orietta Stella, era stato confermato l’anno scorso dai giudici di Milano, che avevano anche ribadito, anche se erano state ridotte, le condanne a 5 anni per entrambi gli imputati per le accuse di bancarotta fraudolenta, riciclaggio e fatturazioni per operazioni inesistenti. Già in primo grado era stato deciso che la provvisionale di mezzo milione di euro, cioè solo un anticipo sul risarcimento del danno, fosse subito esecutiva, cioè dovesse essere versata subito, ma così non è stato.
Ancora più alto il danno complessivo. Nella bancarotta, secondo quanto hanno stabilito i processi, era stata distratta la somma di oltre 1 milione e 200mila euro, anche se il danno patrimoniale complessivo del fallimento, per come era stato quantificato dal curatore, ammontava a una cifra più elevata, di oltre 3 milioni. La cifra di 1,2 milioni è quella contestata a Lanzanova e Cordini, accusati di avere utilizzato quel denaro per scopi diversi da quelli aziendali: 425mila euro sarebbero finiti alla società “Nasco”, attraverso undici fatture per operazioni inesistenti; 21.500 euro sarebbero stati utilizzati per una causa civile che riguardava la figlia di Lanzanova; 290mila euro sarebbero stati usati per finanziare una operazione di aumento capitale delle quote sociali di La Versa, trasferendo il denaro favore di altre società. Infine, tra le cifre distratte risultavano anche 312mila euro di forniture di vino a diversi soggetti, rimasti ignoti.
Il marchio oggi rivive
Dopo il fallimento, il marchio La Versa è stato ceduto ed è tornato a vivere. Gli anni difficili per la cantina erano culminati nel 2016 con il fallimento della società, che l’anno successivo era stata acquistata all’asta dalla cordata Terre d’Oltrepo e Cavit.
L’anno dopo, con l’uscita della cooperativa trentina, Terre ottenne il controllo intero della società (nel 2020 ci sarà la fusione). L’anno scorso a febbraio La Versa, storico marchio dell’eccellenza vitivinicola nazionale ed emblema dello spumante italiano, è stata ufficialmente iscritta nel Registro dei marchi storici di interesse nazionale dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy.