Valentino: il bozzetto per la figlia dell’amico e le prime pezze cucite da zia Rosa
VOGHERA.Quando ha cinque o sei anni, invece di giocare ai cowboy con le pistole o in cortile con gli amici a sbucciarsi le ginocchia con il pallone, il giovane Valentino accompagna mamma Teresa da zia Rosa, che lavora in casa come sarta. Raccoglie le pezze scartate e le cuce. È nella Voghera degli anni Quaranta che lo stilista respira quel sottobosco popolato da sarte e modiste di cui oggi sopravvive solo il ricordo.
Dopo i primi esperimenti familiari – e i primi entusiasmi subito scoraggiati dai rimbrotti della madre che non vuole vederlo impegnato in « cose inutili» – il giovane Valentino prosegue comunque l’apprendistato dalla stilista vogherese Ernestina Salvadeo, che lo incoraggia a iscriversi a una scuola di figurino a Milano.
In famiglia, l’unica che lo sostiene davvero, e che sarà sempre un suo punto di riferimento, è la sorella Vanda.
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Nel 1950, a 17 anni, Valentino compie il primo grande salto: lascia la provincia e anche Milano per tentare la fortuna a Parigi. Studia alla prestigiosa École de La Chambre Syndicale de la Couture e lavora per Jean Dessès e Guy Laroche.
Partito dalla casa di via Sant'Ambrogio, a Voghera tornerà molto poco. Una delle rarissime volte fu per la sfilata del novembre 1987 quando in piazza del Duomo arrivarono star, supermodelle, giornalisti e agenzie di fototrafia da tutto il mondo. «Ci fu la caccia all’accredito – ricorda il fotografo Giuseppe Sboarina, che all’epoca lavorava per un’agenzia milanese –. Ci fu poi una cena blindatissima al castello di San Gaudenzio alla quale non fummo ammessi».
Con gli amici dell’infanzia, però, non sciolse mai i legami. Con Antonio Gandini, titolare di una storica farmacia di Voghera, rimase sempre in contatto. Tanto che per il matrimonio della figlia, confezionò un abito da favola. Il bozzetto disegnato a matita dallo stilista è tra i ricordi preziosi di famiglia.
Alla fine delle numerose prove nell’atelier di Milano, alla sposa Valentino regalò un lungo e vaporoso velo.
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«Valentino? Un talento puro, un glamour che non si trova più in giro e che parla direttamente al cuore – ricordava qualche anno fa Serena Tibaldi, fashion editor di Repubblica in occasione dell’uscita del documentario, proiettato anche a Voghera –. La sua grande capacità è sempre stata quella di perseguire il bello, al di là delle mode. Le seguiva, certo, ma ha anche firmato collezioni di rottura. Il suo scopo, spesso dichiarato, è sempre stato quello di “far belle le donne”. Mi diverto oggi a cercare nel vintage i suoi pezzi: hanno un’eleganza di fondo, uno charme unico. E questo ha un valore universale. La sua creatività è interiore. Giammetti mi ha ricordato che, quando creava, Valentino si sedeva a una scrivania vuota con un foglio bianco e una matita. Così, semplicemente». —