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Nomadismo digitale, le proposte dei coliving rurali italiani che puntano all’integrazione nei borghi

È possibile un nomadismo digitale sostenibile per le comunità ospitanti? Durante le proteste antigentrificazione a Città del Messico dell’estate 2025, i manifestanti hanno espresso il loro disagio verso i digital nomads, professionisti che girano il mondo lavorando da remoto e che sono percepiti come parte del problema urbano, con cartelli e graffiti come “Expat = gentrificador” e “No deberíamos sentirnos extranjeros en nuestra propia tierra” (non dovremmo sentirci estranei nella nostra terra).

Il fenomeno non è nuovo: da Lisbona a Tallinn, da Città del Messico ad alcune zone della Thailandia, l’arrivo di lavoratori stranieri con redditi più alti ha spesso contribuito all’aumento degli affitti e alla trasformazione dei quartieri. Spesso, però, il nodo non sono i nomadi in sé, ma le politiche che li attraggono: incentivi fiscali e regolamentazioni deboli sugli affitti brevi favoriscono redditi mobili senza tutelare i residenti locali, amplificando disuguaglianze e gentrificazione.

Secondo l’ultimo report sul nomadismo digitale in Italia, però, i nomadi cercherebbero permanenze più lunghe e avrebbero maggiore consapevolezza dell’impatto sociale e culturale dei propri spostamenti. Beet Community, che unisce coliving e coworking a Palermo, organizza per marzo 2026 il primo festival italiano dedicato ai nomadi digitali, Italia Nomad Fest, presentando un modello che si contrapporrebbe all’overtourism: “Vogliamo un modo di viaggiare che non distrugga la cultura di un luogo, ma la protegga e la valorizzi”.

Negli ultimi anni il nomadismo digitale è stato adottato da molti Paesi come leva economica. Ma i suoi effetti cambiano radicalmente a seconda dei contesti: se nelle grandi città tende a intensificare le tensioni abitative, in territori periferici o segnati dallo spopolamento può diventare uno strumento di ripopolamento e riattivazione locale.

Secondo l’Associazione Italiana Nomadi Digitali, la chiave sta nello sviluppo di modelli abitativi flessibili e integrati nella comunità, capaci di coinvolgere chi arriva senza interferire con le dinamiche degli affitti. In questo senso, il coliving, basato sulla condivisione di spazi, risorse ed esperienze, può rappresentare una soluzione, a patto che sia pensato in relazione al territorio.

Il termine coliving indica realtà molto diverse tra loro. La catena plurimiliardaria di hotel The Social Hub, presente in Italia a Roma, Firenze e Bologna e prossimamente a Torino, con stanze private che possono arrivare a costare fino a 1.500 euro al mese, offre diversi spazi condivisi: sale di lavoro, cucine, salotti. Ma queste strutture sono state ampiamente criticate dai comitati locali, che le accusano di essere delle “torri d’avorio” nelle città che le ospitano.

Ci sono poi progetti più accessibili e ristretti, nati con l’idea di costruire vere e proprie comunità: in Italia esistono diversi esempi ben riusciti di coliving e coworking cittadini e rurali che, nel loro piccolo, stanno contribuendo a rivitalizzare alcune aree, con tutti i limiti e le difficoltà che si possono immaginare in un’impresa simile, ma anche con qualche successo.

Tertulia, a Vicchio in Toscana, è un’ex azienda agricola trasformata in spazio di coworking e coliving. Francesco Boldrini, fondatore del progetto, racconta: “Il nostro è un progetto di rinascita rurale che cerca di avere un impatto positivo sul territorio. Abbiamo circa 12 posti: alcuni si sono fermati per un anno, altri sono rimasti permanentemente. Quest’anno è nato un mercatino di produttori biologici in paese su iniziativa di alcuni nostri ospiti”.

Altro esempio significativo è Start Working Pontremoli, nell’area della Lunigiana in Toscana, nato per ripopolare il borgo attirando principalmente smart worker italiani, ma anche stranieri. Andrea, fondatore dell’Associazione, spiega: “Il comune ci ha concesso uno spazio di coworking gratuito. Aiutiamo chi ci contatta a trovare casa nel paese e dintorni, principalmente seconde case disabitate. L’obiettivo è che chi viene partecipi alle attività locali, e questo avviene in modo piuttosto spontaneo. Delle 110 persone che sono passate da noi, 40 si sono fermate a tempo indeterminato, e 7 di loro hanno comprato casa quest’anno”.

Quanto al rapporto con i residenti, Andrea risponde: “Sicuramente sono cambiate certe dinamiche. Ad esempio quando andiamo a cena fuori con gli ospiti ora ci viene chiesto se ci sono vegetariani o vegani, cosa che prima era impensabile. Molti sono felici di vedere persone diverse in piazza nei periodi in cui di solito la città è spopolata”.

Alice Pomiato, formatrice e consulente sulla sostenibilità e content creator, si è trasferita a Pontremoli nel 2023 dopo cinque anni da nomade digitale. Delusa dall’esperienza a Ibiza, dove si era sentita parte di un modello che “prende più di quanto da”, è tornata in Italia dove ha conosciuto il progetto Start Working Pontremoli. Ora ha acquistato casa in zona, a un prezzo ormai introvabile nelle città italiane.

Pomiato sottolinea come l’integrazione degli smart worker stranieri non sia sempre semplice: “Una ragazza statunitense ha aperto una lavanderia a gettoni per i camminatori della Francigena, e l’attività all’inizio ha incontrato una certa resistenza. Possiamo anche vederci qualcosa di positivo, come la volontà dei residenti di restare fedeli ai loro negozi. Un’altra volta è venuta una coppia canadese e il prezzo di affitto proposto era molto più alto del solito, questo è uno degli aspetti da monitorare”.

Di progetti simili ce ne sono in tutta Italia: Dolcevita co living a Vallo di Nera in Umbria, ad esempio, dal 2024 propone una permanenza minima di una settimana, con pacchetto all inclusive di ospitalità in appartamenti del borgo garantiti da accordi a lungo termine con i residenti e attività come la “cena del villaggio settimanale”. A Matera invece si trova uno dei progetti pilota Italiani: nata nel 2012 CasaNetural si definisce: “Centro culturale e alternativo che coinvolge cittadini e innovatori provenienti da tutto il mondo”. Uno dei loro progetti più riusciti sono le Netural Walk, delle passeggiate che attraversano territori “spesso mai esplorati a fondo del nostro Paese, o quasi mai raccontati” e che coinvolgono i visitatori quanto gli abitanti del territorio.

Un passo più strutturato per il coliving rurale è stato compiuto da Appenninol’HUB, piattaforma che riunisce cooperative, associazioni e imprese lungo l’Appennino: nel giugno 2025 ha promosso il Manifesto dei Coliving Rurali Italiani, che ancora non è stato pubblicato, attualmente sottoscritto da oltre 60 realtà di tutta Italia, con l’obiettivo di definire principi di coliving sostenibile e integrato.

“Il Manifesto colma un vuoto, nel panorama dell’abitare collaborativo italiano, definendo per la prima volta una serie di principi specifici per il contesto rurale dei Coliving, nettamente distinti dai modelli di Coliving urbano- spiega una nota – non si tratta più, ora, solo di condividere spazi abitativi, bensì anche e soprattutto di costruire un nuovo modello sociale che contribuisca attivamente alla rigenerazione dei territori”.

L'articolo Nomadismo digitale, le proposte dei coliving rurali italiani che puntano all’integrazione nei borghi proviene da Il Fatto Quotidiano.

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